Leggiamo insieme... Il Gattopardo (capp-8-9)

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Sabato scorso è mancato Vincenzo Consolo: ne hanno parlato tutte le testate più importanti, ricordandolo significativamente come l'anti Gattopardo, in riferimento a quella tensione costante verso una letteratura intrisa di impegno politico che ha fatto di questo scrittore se non l'erede, quanto meno l'autore che più si avvicina a Leonardo Sciascia, per la consapevolezza del potere della narrazione- e ancor prima, della parola- per sondare alle radici la storia di un popolo e risvegliarne la coscienza civile e politica. Mentre leggevo i vari articoli, ripensavo alle parole con cui Mario, la scorsa volta, ha sovvertito la linea dei nostri commenti, unanimemente sintonizzati sulla simpatia per il personaggio del Principe di Salina: tanto noi lo sentivamo vicino, per quel senso di rassegnata desolazione, quanto lui lo percepiva alieno e distante, proprio per l'aver rinunciato, pur avendone avuto i mezzi, a sovvertire la legge del "bisogna che tutto cambi, perché tutto resti com'è".


Questo ritratto è quello che è stato riproposto nei giorni scorsi, in perfetta contrapposizione alla galleria degli eroi di Consolo, in particolare a quel barone di Mandralisca, protagonista de Il sorriso dell'ignoto marinaio, che per tanti versi ricorda il Gattopardo: entrambi rappresentanti della classe nobiliare, entrambi ritratti all'indomani dell'Unità, entrambi siciliani, ovviamente, entrambi dediti a studi scientifici. Ma le analogie finiscono qui ed anzi, semmai servono a rimarcare le differenze che rendono i due personaggi così lontani e inconciliabili: in estrema sintesi, l'accoramento per i fatti della sua terra, l'aperta simpatia per gli umili, il costante aggancio con l'attualità che permeano ogni pagina del romanzo di Consolo sono del tutto alieni dalle pagine de Il Gattopardo.

Eppure, dovessi scegliere fra i due, le mie preferenze andrebbero a quest'ultimo- ed in modo assoluto ed incondizionato. Tutta colpa dello stile, anzitutto- di quel lirismo che è il vero filo conduttore di una storia dall'andamento narrativo altrimenti franto e che invece ritrova in questi accenti di pura poesia lo sfondo uniforme da cui tutto ha inizio e in cui tutto si ricompone; leggere ed emozionarsi è tutt'uno, con Il Gattopardo- e questo proprio per la straordinaria capacità del suo autore di mirare al cuore di noi lettori, puntando dritto alla nostra umanità e alle nostre debolezze. Il Principe di Salina è un uomo potente- eppure debole- eppure grande, nella sua debolezza. Mai vigliacco, mai codardo, mai domo: il suo disincanto nasce dalla stanchezza di un copione che si ripete e dalla consapevolezza della vanità di qualsiasi tentativo di spezzare un cerchio nel quale, prima o poi, si finisce tutti per essere intrappolati. Se Tancredi è in grado di cavalcare l'onda, lo zio preferisce stare a guardare. Ma lo fa con una fermezza, uno stile, una grandiosità che rendono lui unico. E Il Gattopardo un capolavoro

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Pellegrina 01/28/2012 14:47

Anche a me la prima volta che l'ho letto Concetta è sembrata antipatica, poi ho riflettuto meglio al perché e ora la penso diversamente. Concetta è una persona esigente con tutti, a partire da sé stessa, ma con pochi margini di manovra, sia perché è donna in un ambiente terribilmente patriarcale, sia perché vive in una famiglia dove regna il terrore del padre possessivo. Pensiamo alla reazione di Fabrizio a Donnafugata quando lei ipotizza di potersi sposare, timore di senilità, certo, ma anche possessività, i figli son belli, ma sono "suoi". Il figlio più autonomo, Giovanni, scappa fin a Londra per riuscire a sottrarsi a quella famiglia, ed è un maschio. Gli altri sono schiacciati, ma da lui, non da Concetta. Tancredi (uomo che il padre ama...) le ha aperto davanti la visione di una vita in movimento e sensuale e sembra interessarsi a lei, forse proprio per una personalità più forte che le altre non possiedono. Credo che sia questo, più della "classe" a piacergli. Lei non si accontenta dei surrogati, e secondo me questo non è per forza un male. Certo le superficiali relazioni di Angelica con gli amici del marito le sarebbero altrettanto estranee... neanche questo mi pare per forza negativo. Colta non è poi troppo, educata in convento, in Sicilia, non a Firenze, alla modestia e alla purezza... ma non ha soldi, in una società nella quale i matrimoni sono affari. Ed è una Salina. Vive, probabilmente, come sarebbe vissuto Fabrizio se fosse nato femmina. Quanto alle sorelle, dove sarebbe scritto che lei abbia avuto un ruolo nelle loro scelte? Carolina e Caterina, le due non sposate, le sopporta e le tutela come dei cagnolini. Una, Chiara, s'è tranquillamente sposata e vive a Napoli, quindi non mi pare si possa dire che Concetta le abbia trascinate in nulla. Ritiene che il padre abbia posto Tancredi davanti ai suoi sentimenti e forse non ha tutti i torti.
Ma a Tomasi le donne non interessavano poi troppo, come personalità, tranne quando erano prede sensuali e illustravano la contaminazione dei ceti, come Angelica, versione femminile della mancanza di scrupoli del padre. Anche Maria Stella, un tempo tanto amata dal principe, è liquidata con "troppo prepotente, troppo vecchia". Questo è un romanzo di uomini... e tutto il romanzo è decadente, a partire da Fabrizio, ben più che da sua figlia.

Pellegrina 01/28/2012 14:20

Care padrone di casa, mi cospargo il capo di cenere per continuare a inviare commenti doppi. Non è il mio ego ipertrofico, ma l'ipertrofica insicurezza che ancora non ha capito quando blogger ha assaggiato e detto "buono" e quando "repellente", perché se scrivo senza essermi loggata prima al mio account google apparentemente il commento lo cancella...

caris 01/27/2012 22:13

Buon compleanno a nche da qui, Ale! :)

Concetta...non ha le mi simpatie..perchè lascia scorrere la sua vita, la butta via, nel ricordo e nel rimpianto di che, poi? Tancredi? Lei non ha nemmeno provato a cercare un'altra vita e ha trascinato con se le sorelle. Capisco che ci si possa rifugiare in un amore ma Concetta è intelligente e colta, ha una classe innata che Angelica non avrà mai ma non fa nulla per sfruttare i suoi talenti, anzi li lascia morire. Decadente. Alla fine mi ricordo che ho provato quasi pietà per lei.

grEAT 01/27/2012 19:43

La “sudità” ci unisce e mi sento autorizzata a dirti direttamente, che esercita un grande fascino a chi non se la vive addosso.
Il disincanto non avviene per opere letterarie.
L’immobilismo che accusi, è parte inscindibile di quel fascino ed efficacemente descritto in questa opera. Non credo comunque che descrivere una realtà implichi intenzioni di sorta.

irene

TataNora 01/27/2012 15:39

Sono sinceramente dispiaciuta di non avere avuto modo di partecipare *in diretta* alla discussione.
Avevo finito il libro già Lunedì e mi aveva così colpito la descrizione del rumore della vita che scappa che mi ha fatto pensare a quanto impeccabile sia lo stile di Tomasi.
Chiunque abbia avuto la triste esperienza di un agonizzante, sa che quello che lui rende con le parole è vero. Il *rumore* della vita che sfugge è lieve ma non si dimentica!
Nora

Pellegrina 01/27/2012 12:42

Grazie Loredana, è vero quel che dici. Forse la grandezza di uno scrittore sta anche nell'offrire ai suoi lettori simili sviluppi di fantasia, anche su personaggi e situazioni che lui, nel suo contesto storico, non ha sviluppato.

Pellegrina 01/27/2012 12:40

Grazie Loredana è vero quel che dici. In effetti la grandezza di uno scrittore sta forse anche nel permettere simili fantasie ai suoi lettori, pure su spunti e personaggi che lui non avrebbe mai sviluppato nel suo contesto storico-letterario!

Gambetto 01/27/2012 10:37

Difficile commentare adesso :)
Separo il piccolo contributo in due parti, il primo per rispondere della mia personale visione il secondo in merito alla parte finale del libro.
1) Posso comprendere il fascino del principe di Salina, lo intuisco molto più intensamente di quello che si possa credere ed è proprio per questo che provo una profonda disistima nei confronti di un uomo del genere, perchè incarnano una aridità di intenti che brilla alla solo luce di una cultura asservita all'immobilismo. Carisma ne ha, troppo appunto.
Quando sento decantare Don Fabrizio, sento decantare il meridione, il fascino è lo stesso, hai presente quando i turisti vengono a Napoli non per la solita vita ai monumenti ma per 'assaggiare' il rischio di quella cultura corrotta dai quali si è innegabilmente presi. E'la trasposizione adulta del fascino della adolescente per il ragazzo 'atipico' (o viceversa) con il desiderio intimo e difficilmente confessato di redimerlo, errore ancora più grave del primo(il lucido rifiuto dello scanno al governo testimonia la presenza a se stesso di questa filosofia di vita).
Probabilmente il mio è un disincanto cotto al sole delle mie origini, quello altrui una nobile attrazione, forse la verità è nel mezzo delle due cose.
Ti ricordi quando ti dicevo di Andreotti. Ecco. Ti rifaccio un esempio per vedere se la cosa in qualche modo ti torna.
Il sequestro dell'Achille Lauro, un bel pò di tempo fà, vide l'asse Andreotti-Craxi a gestire in modo quantomai dignitoso per l'Italia la questione con gli Americani che furono costretti a 'levare le tende' dalla base di Sigonella sotto il tiro dei carabinieri italiani che rispondevano con durezza alla spocchia militare USA. Craxi ci mise la faccia ed il polso duro, ma i fili delicati della questione con gli yankees fu risolta da un Andretti defilato che politicamente assestò uno scacco matto che solo a qualche Thatcher è riuscito poi...
Il fascino di Andreotti in quell'occasione era all'apice per chi aveva occhi svegli da intuirne la grandezza nascosta....eppure quanti 'delitti' per 'immobilismo' (Aldo Moro ad esempio...giusto per grandi linee eh :P ) si porta dietro quell'uomo da farcelo risultare per alcuni aspetti inviso...proprio come il nostro Principe?! :P ehehhehehehe
Mi fermo.
2) Questa parte del libro, esclusa la descrizione della morte che trovo poeticamente toccante, è quella che non incontra il mio gusto, probabilmente perchè a torto vi leggo un cinismo dell'autore nel raccontare il futuro di casa Salina che è coerenza narrativa e personale, ma nulla altro. Mentre infatti nelle pagine dei capitoli precedenti il rapporto con gli attori del suo romanzo è paritetico sul piano etico e morale, qui subentra una sorta di mano deformante che piega il destino romanzato ad una idea personale (quella dell'autore) lasciando così scoperto il lato più umano dell'autore stesso. Non è affatto una opera perfetta e per fortuna le ultime pagine lo testimoniano...se mai ha raggiunto un optimum, quello c'è stato prima e non certo per tecnica lettararia (tra le migliori mai lette, personalmente) ma per averci raccontato in modo lucido e sublime i suoi fantasmi, i fantsmi di una generazione intera che ancora non è stata ricambiata.
E se non pubblico Martedì, sentiti nuovamente in colpa, magari non oggi :) ma domani si,
Voglio il dolceeeeeeeeee :)))))

Loredana 01/27/2012 06:54

Hai ragione , Concettaavrebbe meritato un'altra vita e quasi un'altra storia...probabilmente se avessero scritto il romanzo oggi, si sarebbe concluso con la morte del principe e Concetta sarebbe diventata protagonista del seguito, ma anche come personaggi bisogna vere un pò di fortuna.
loredana

Loredana 01/27/2012 06:48

Grazie, Ale, sono dovuta scappare e non ho goduto dei commenti che mi leggo ora!!

Valentina 01/27/2012 00:39

Ci siete ancora?
Ieri sera, dopo aver chiuso il libro, ho continuato a rifletterci su per un bel po', come sempre quando ci si trova davanti ad un capolavoro (su questo concordo anche io) che ti mette di fronte a certe riflessioni delicate, come il tema della morte, presente fin dalle prime pagine di questo romanzo.
Morte fisica, descritta nella sua miseria e violenza (il soldato trovato in giardino, le oscene ferite del coniglio, le lenzuola sporche dei malati alle quali pensa il Principe guardando il dipinto di Greuze); morte di un sistema politico e dei suoi valori, morte dell'eleganza. Persino i giovani come Tancredi e Angelica suscitano compassione, determinati ma ancora ciecamente inconsapevoli delle inevitabili delusioni che il matrimonio e la vita riserveranno loro. Fanno pena anche se non sono buoni, perchè sono mortali e perchè non è "lecito odiare altro che l'eternità".

Dicono che per vivere l'uomo ha bisogno di fare finta che la morte non esista, credo che proprio per questa consapevolezza, questa presenza costante, il Principe non possa impegnarsi in politica, lottare contro il tramonto di un'epoca, e anzi affronti la fine con dignità, sognando la quiete immutabile e lontanissima dalla miseria del mondo delle stelle che tanto amava osservare.

Pellegrina 01/26/2012 23:06

Per quanto riguarda i capitoli in questione, oltre al fatto che il primo mi pare un bellissimo esercizio di stile per guardare la morte "da dentro", ammesso che ciò sia possibile, appaiono entrambi ormai fuori dall'intreccio. Potrebbero essere novelle a parte come il quadro agreste della famiglia Pirrone: il commiato di un patriarca dalla sua famiglia, un interno di vecchie signore turbato da un intervento del presente ormai incomprensibile. Pochi tocchi li riagganciano al romanzo nel suo complesso.

Eppure a me riservano l'immagine dell'unico personaggio che riesca a essermi vagamente simpatico, forse perché, con tutti i suoi limiti e conformismi, pare vivo e dotato di sentimenti rabbiosi, genuini, intensi, appassionati, sinceri: Concetta. La prima volta che l'ho letto mi parve una stupida. Ora a rileggerlo la vedo come una donna forte anche se sottomessa, ma indomita e anche intelligente. La maniera sommessa ma ferma di rifiutare un uomo che le è indifferente prima che sgradevole, per quanto "ottimo partito", cosa che il Tancredi con la coscienza sporca le rimprovera in cuor suo: ma come? lui le ha portato un amico, un sostituto e lei non lo ringrazia, non ne approfitta? La rabbia gelosa difronte a Tancredi fino a poco prima tenero con lei e poi tutto preso dalla "giumenta", la consapevolezza, perfino di Tancredi, che lei abbia "qualcosa che la donnafugasca non avrebbe posseduto mai", i guizzi ribelli negli occhi quando il patriarca pretende troppo da lei. La sua coscienza probabile del desiderio, espressa da Tomasi attraverso la voce di Angelica (che nel romanzo incarna sempre la sessualità e le sue varie manipolazioni epidermiche), quando afferma che Cavriaghi non può sostituire il marsala-Tancredi (ancora il cibo in giro, ebben sì, è un romanzo pieno di cibo, che non fa solo colore). Il suo umanissimo perdersi, collegiale inesperta ma appassionata, nell'inconsistenza del cugino seduttore, apparentemente così caldo, in realtà sempre così distante. Nell'ultimo capitolo i suoi sentimenti si prendono la rivincita, e che dispetto per Angelica, pure dopo tutto quel tempo, che si ingelosisce a sua volta retrospettivamente, per un marito che pure non ha mai amato e con cui non è mai stata felice ("il loro amtrimonio anche eroticamente fu mal riuscito", dice Tomasi nelle scene del palazzo). E ancora la superiorità che ne fa il "capo di casa" rispetto alle sorelle bigotte e malate, la lungimiranza con cui paga reliquie che sa essere false per fornire loro uno svago... Insomma, un bel personaggio, come riconosce anche l'amico di Tancredi: "una deliziosa signora". Troppo superiore, forse, all'arrivismo mediocre di chi "ce la fa" nel nuovo mondo, abbastanza irruenta da non saper cogliere le sfumature degli altri, cosciente di sé e del suo ruolo come il padre, del sesso sbagliato, all'epoca, per poter conquistare l'autonomia di una vita tutto sommato piena come è toccata a Fabrizio e che lei, forse, avrebbe giocato con meno noia e con più energia. Perché in effetti il personaggio di Fabrizio è anche l'erede dell'eroe decadente otto/novecentesco impotente e in preda all'ennui, oltre e prima, probabilmente, di rappresentare un nobile siciliano in un delicato momento storico... e questo spiega anche l'interesse di Visconti.

deny 01/26/2012 22:54

Ciao, forse sono in ritardo ma......non capisco molto bene cosa sta succedendo!!!!Buona notte deny

Daniela 01/26/2012 22:33

buonanotte Chiara, in effetti siamo un po' provate anche noi!

Pellegrina 01/26/2012 22:33

Beh, se vogliamo dire che Fabrizio non è un illuminista è senz'altro vero. A mio parere (ma non sono un'esperta) è stato allora che per l'ultima volta i nobili sono stati realmente propulsori di un avanzamento, in maniera significativa, di un progresso. Ma poi c'è stata la Rivoluzione e la forza propulsiva si è spostata altrove, loro stessi non avevano più il potere e il monopolio sociale che avevano avuto fino ad allora pur restando privilegiati e influenti. Del resto Salina è siciliano, non francese e quel che gli è rimasto sono soprattutto le bienséances... ma questo deve "condannarlo" come principe o come personaggio letterario? La definiziooen che ne dà Lampedusa al momento dell'esplorazione di del palazzo), di "bonariamente arzillo" mi sembra ancora la più azzeccata. Gli sono rimasti anche un'eterodossa curiosità scientifica, una immensa coscienza della sua classe e un cinismo bonario, nel senso antico del termine, più una serie di umane debolezze e un ferreo maschilismo. Il personaggio è azzeccatissimo, ma certo, se dovessimo vederlo da un punto di vista politico, non proprio ammirevole. Ma siamo sicuri che nella realtà la nobiltà siciliana fosse pronta a essere qualcosa di diverso da lui e da Tancredi?

Chiara Picoco 01/26/2012 22:26

ragazze, io vado a dormire, non resisto più per oggi. buona continuazione e buonanotte.

alessandra (raravis) 01/26/2012 22:15

eccoti! la prima, come sempre... e vanno bene gli auguri di buon compleanno anche da qui, vero????

alessandra (raravis) 01/26/2012 22:15

vero! bella osservazione, non ci ero arrivata... neppure io ho pianto, ma concordo con te sulle magistrali doti narrative dell'autore...,

alessandra (raravis) 01/26/2012 22:12

fino al 28, sì.. arrivo anch'io, scusate- ma è serata di telefonate...

Chiara Picoco 01/26/2012 22:09

io non sono ancora riuscita a farle, fino a sabato, giusto?

Daniela 01/26/2012 22:07

vorrei tanto partecipare , ma continuo a scaricare le vostre ricette di taglietelle :-)))))))

Chiara Picoco 01/26/2012 21:54

si che lo puoi dire, io non ho pianto, ma Tomasi la racconta benissimo, anche l'attimo prima, la fatica fisica che si percepisce nel viaggio di ritorno a donnafugata è veramente tangibile.
E lui indomito, in punto di morte, riesce anche a concludere l'albero genealogico dei Salina, perchè nessuno più sarà in grado di portare degnamente questo nome.

Chiara Picoco 01/26/2012 21:45

ciao ciao ci sono anch'io, anche se febbricitante, finchè resisto.

Daniela 01/26/2012 21:38

assolutamente......
Posso dire quanto ho pianto sulla scena della morte?

Loredana 01/26/2012 21:36

Concordo : è un capolavoro.