Che vita grama, che grama vita




Di solito, quando mi imbatto in un brutto libro che ho scelto da sola, senza farmi condizionare da nessuna suggestione esterna, in scala da 1 a 10 mi arrabbio al massimo 3. L'occhio critico può segnalare una miriade di cose che non vanno, ma non per questo il tono dell'umore ne risente, anzi: da lettrice, so bene che questo è un rischio che fa parte del gioco. Ma visto che leggere è il mio gioco preferito, lo corro , in modo consapevole e talvolta persino divertito. 


Le cose cambiano se le mie scelte sono invece palesemente condizionate: dalla critica, dalle classifiche di vendita, dai risvolti o dalle fascette di copertina, dall'amico marchettaro che si è casualmente imbatutto nell'ultimo capolavoro di turno, "che bisognerebbe farlo conoscere ai tuoi amici". In quel caso, il livello di incavolatura della sottoscritta, sempre in scala da 1 a 10, schizza immediatamente a mille. E poi da lì riparte, a seconda degli stimoli che trova, a mano a mano che la lettura procede e il libro avanza inesorabilmente o nello scatolone del ciarpame da regalare al primo che se lo prende o nel secchio della rumenta- in ogni caso, il più possibile lontano dai miei occhi, che non sia mai che la vista del prezzo di copertina mi riacutizzi il sistema nervoso. 

E' lì che finirà Ai Piani Bassi di Margaret Powell, uno dei libri più brutti che abbia letto dall'inizio di quest'anno a oggi: il fatto che si sia solo al 20 gennaio è una macroscopica attenuante, ovviamente voluta: perchè non è che questo romanzo sia proprio da buttar via: qualche pregio, ad essere onesti, ce l'ha. Ma rispetto alle strategie del lancio pubblicitario, che lo ha presentato come la fonte ispiratrice di Downton Abbey , siamo lontani mille miglia. Perchè- chiariamocelo subito- a dispetto della foto di Highclare Castle in copertina e della fascetta glialla che scandisce a chiare lettere il concetto (caso mai non lo si fosse capito), questo romanzo non ha nulla a che vedere con la serie televisiva: nè l'ambientazione, nè la trama, nè i personaggi- e meno che mai regge l'analogia fra Miss Powell, cuoca mediocre e occasionale, con Miss Patmore, personaggio assolutamente centrato e perfetto, in ogni dettaglio. 

A parziale discolpa dell'editore, va detto che già in Inghilterra il libro è stato presentato così, come la fonte che ha ispirato la serie a Julian Fellowes. In ogni caso, si tratta comunque di una mostruosa forzatura, di cui il lettore inizia a rendersi conto un po' prima della metà della storia, allo stesso punto in cui comincia la parabola discendente, che arriva fino alla fine senza dar mai segno di risalita. 

Il romanzo, come dicevamo qui, è autobiografico: è la storia di una cuoca, messa a servizio da una famiglia troppo povera per poterla mantenere a casa o, meno che mai,  per assicurarle quel minimo di istruzione a cui lei aspirava. Una vita grama, senza dubbio, ma capace di trovare una forma di sublimazione e di riscatto nella scrittura, così come è in effetti accaduto: da umile sguattera, infatti, la Powell è diventata una ricca signora, e questo grazie alla fortuna arrisa a questo romanzo, dato alle stampe nel 1968 e da allora sempre continuamente rieditato. 

Le premesse per aspettarsi una grande storia, quindi, c'erano tutte: di qua il legame con una serie televisiva straordinariamente ben fatta, di là la promessa di una scrittura viva, palpitante, emozionante, quale è da sempre quella degli autori che di queste tematiche si son fatti interpreti, sia che abbiano virato sulle note di una nostalgica ironia, sia su quelle del sarcasmo, sia su quelle della aperta commozione. 

Invece, niente di tutto questo. Di Downton Abbey, nessuna traccia. Le case dove va a servizio la Powell sono tutte dimore modeste o comunque lontanissime dai fasti della magione dei conti di Grantham e lo stesso vale per il personale di servizio: quello  che sarebbe potuto diventare un terreno di indagine privilegiato, intessuto della fitta rete di relazioni che restituisce vita autonoma anche ad una comunità spesso negletta come quella che sta ai piani bassi, si esaurisce in un banale elenco di facce che sbiadiscono alla pagina successiva. Nessun aggancio con il mondo esterno, nessun anelito ad una giustizia sociale che oltrepassi il dato anedottico, nessuna traccia di emozioni, quasi che la protagonista abbia vissuto tutta la sua vita anestetizzata da qualsiasi turbamento, qualsiasi trepidazione, qualsiasi slancio di vero affetto. Anche quando parla della sua famiglia e dei suoi figli, la Powell mantiene sempre questo tono asettico e autocentrato: il matrimonio è visto come l'unica via d'uscita da una vita che non le piace, i figli sembrano semplici accessori, una sorta di scotto da pagare in un susseguirsi di "mali minori" che, alla fine, provocano nel lettore un moto di stizza sincera contro il vero filo conduttore del romanzo, che altro non è che la continua scontentezza della sua autrice, declinata nelle forme più mediocri di una desolante banalità, della trama e dello stile. 

La parte più irritante riguarda ovviamente l'occasione perduta: della Powell, di raccontarci un'esperienza che sarebbe potuta essere straordinaria e del lettore, che avrebbe potuto entrare a farne parte, se ci fossero state le premesse per farlo. A maggior ragione, se si considera il grande interesse dell'argomento: se l'autobiografia è quella di una cuoca, la supposizione più immediata e l'aspettativa più innocente è che il libro pulluli di storie che riguardano il cibo o le cucine: invece, niente di tutto questo- o meglio: solo quel poco che permette all'autrice di continuare a battere sullo stesso tasto, dell'autocommiserazione e del povera me. 

Sia chiaro: che la Powell abbia patito una vita di stenti, nessuno lo nega. Così come nessuno nega che si provi un misto di compassione e di rabbia per la diseguaglianza sociale, di quella e di tutte le altre epoche della storia. Solo che qui stiamo parlando di un romanzo, non di un fatto storico. Vale a dire, del modo in cui si è scelto di raccontare una storia: la Powell lo fa con questo fondo rancoroso che diventa ben presto la pesante zavorra che impedisce alla trama di sollevarsi e di raggiungere quelle vette che di solito ci si attende, quando si parte da queste premesse: in alto o in basso, non fa differenza. Siamo in un romanzo, non nella realtà. E quindi, lo stile non è un accessorio, ma il fondamento e un buon materiale diventa tale nel momento in cui lo si sa raccontare. Cosa che l'autrice sa fare a metà, prigioniera com'è di questo taedium vitae che non la schioda da quei toni piatti e privi di entusiasmo, nemmeno quando parla di cucina. Che è argomento fecondo come pochi, da qualsiasi parte lo si affronti. Vederlo svilire in questo modo, è un doppio colpo al cuore, perchè doppia è la delusione: del lettore e dell'appassionato, destinati entrambi a rimanere a bocca asciutta, a fronte del "piatto ricco" che ci è stato promesso e di cui a noi son rimaste poche briciole e un retrogusto di stantìo di cui avremmo volentieri fatto a meno.

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Alessandra Gennaro 04/06/2013 21:01

Colgo l'occasione offerta da questi ultimi commenti per segnalare un'iniziativa di Feltrinelli che potrebbe iteressare tutti: dal 14 al 16 aprile, in tutti i punti vendita, si farà una raccolta di libri usati, da destinare ad un progetto umanitario. Per ogni libro consegnato, verrà dato in cambio un buono di 5 euro, da reinvestire in libreria. Potrebbe essere una buona occasione per fare e farci del bene, cosa ne dite?

Lidia Zitara 04/06/2013 15:04

salve, è il mio primo messaggio su questo blog. Non ho letto tutta la recensione perchè il libro l'ho comprato anche io ma ancora è in attesa di essere letto e non voglio rovinarmi eventuali sorprese.
Non avendo visto Downton Abbey spero di potermi divertire un po' più di chi l'ha seguito. Certo, leggere i vostri commenti non mi dispone ottimisticamente alla lettura e credo che a questo punto sarà scavalcato da molti altri libri tenuti concelati.
P.S. per i libri che non voglio proprio rivedere, io ho escogitato il sistema di abbandonarli in luoghi pubblici, su una panchina, sul tram, al cinema, persino in farmacia. Non ho più spazio per tenere le scartine e la biblioteca non le accetta. Così ci scrivo una frasetta sul frontespizio (tipo: questo libro non è stato dimenticato, è stato lasciato qui di proposito...)e lo "scarico". Lo chiamo bookcrossing a macchia di leopardo selvaggio.

juliet 03/27/2013 11:48

L'ho abbandonato a metà. Decisamente poco interessante dal punto di vista stilistico, del resto fu scritto negli anni '60 da una cuoca. Come documento sociale invece ha un suo interesse. Non ho mai abbandonato invece Dowton Abbey: il classico polpettone confezionato con grande maestria però. Sarà che adoro Ighilterra e Scozia ma l'episodio intitolato A Journey to the Highlands non ancora visto in Italia è molto evocativo. Consiglio invece vivamente la lettura di Lady Almina e la vera storia di Downton Abbey, tutta la verità sulla straordinaria vita della ricchissima ereditiera americana Almina
Wombwell, figlia illegittima di Alfred de Rothschild, che nel 1895, diciannovenne, sposò a Westminster Abbey lo spiantato e indebitato conte di Carnarvon, salvando dalla rovina il fantastico castello di Highclere dove oggi è ambientato Dowton Abbey

cristina b. 02/20/2013 22:18

ahimè l'ho letto pure io... effettivamente stupisce il successo di questo librino, che con downton abbey non c'entra un fico secco. sarà anche stata appassionata di letture, la signora, ma ci vuol altro per scrivere un buon romanzo!

la povna 02/07/2013 16:31

L'ho regalato a mamma 'povna, che ha detto le stesse cose che dici tu, pari pari. E - anche se di solito poi li scambiamo - mi sa che questo resterà dove è.

Acquolina 01/24/2013 17:02

che peccato, ero tentata di leggerlo vista la mia passione per la serie tv, che strano che sia diventato tanto famoso! mah!

๓คקเ 01/20/2013 20:03

Ho acquistato il libro seguendo il tuo consiglio, cara Ale, e me lo sono letto in metropolitana nei primi giorni di gennaio. Pure io sono rimasta delusa tanto che, quando un'amica mi ha detto che era la fonte di ispirazione di Downton Abbey, le ho detto che non era vero perché da una trama così misera non poteva uscire fuori una serie di cotanto successo.
La cosa strana è che l'autrice si fa passare per grande cuoca; parlando della sua primissima esperienza come sguattera di cucina dice che quando poi si è ritrovata a cucinare è rimasta stupita dalla quantità di cose che sapeva fare; e tuttavia a mano a mano che cambia casa e posizione nell'ambito della servitù, fa di se stessa il ritratto di una cuoca mediocre.
Mah...
La mia unica consolazione è che l'ho letto in inglese - almeno mi sono esercitata in una lingua straniera - e che lo posso cancellare dal Kindle.
E' vero anche che ho letto di peggio: confronto a "La scuola degli ingredienti segreti" direi che questo è un capolavoro, almeno ha capo e coda. :-)

laroby 01/20/2013 16:49

grazie ale....questo libro per me sarebbe stato molto a..."rischio copertina" :-) mi faccio sempre prendere dalle belle immagini...per fortuna ci sei tu con le tue rece che , lontana dal giudicarti il Verbo , ma ...mi illumini lo stesso ;-) . ci unisce un certo feeling di gusto e quindi le tue parole sono per me : la verità e soprattutto , rappresentano facilmente quello che direi...quindi ho risparmiato i tot di euro per questo libro...dove li investo??? attendo fiduciosa tua prossima rece "IN" ...un abbraccio

Elisa 01/20/2013 16:33

Faccio una premessa: ho deciso che guarderò questa serie! Mi hai messo troppa curiosità :)
Ecco, detto questo, ora magari eviterò di acquistare questo libro (al massimo posso provare a prenderlo in biblioteca se lo trovo). Capisco l'irritazione per la mancanza di un racconto che riguardi cibo e cucina, visto che da un libro di questo genere ci si aspetterebbe proprio questo. Ho letto da poco un romanzo che mi ha dato la stessa delusione (ne ho parlato l'altro giorno da me): insomma non è che come lettrice mi aspetto solo cucina e cibo, tuttavia se ciò che mi porta verso una lettura è la curiosità di saper qualcosa di più di un/a cuoco/a, il nervoso mi viene eccome!

Alessandra Gennaro 01/20/2013 16:18

non lo saprei dire: è la stessa domanda che si è fatta marinapiù sopra.. di sicuro il traino editoriale ha puntato sulla seri televisiva, anche in Inghilterra. Prima della serie (il libro è del '68 ed ebbe da subito un grande successo) è probabile che si fosse individuato il genere giusto. Al pubblico britannico piace questo tipo di storie e c'è davvero l'imbarazzo della scelta. Poi, boh, mettiamoci anche il periodo, il riscatto sociale, la contestazione contro i padroni e tutto il resto: ma, ripeto, per me è inspiegabile.

Alessandra Gennaro 01/20/2013 16:13

Downton abbey è la serie televisiva inglese più premiata di tutti i tempi e il motivo va ricercato, secondo me, nel suo essere straordinarmente ben fatta, da qulsiasi parte la si guardi. Il paragone più immediato è col Poirot di David Suchet: li avrò visti 10 volte ciascuno, le serie e i film e non mi stanco mi di guardarli, affascinta come sono dall perfetta ricostruzione dell'ambiente, dei personaggi, delle scene, di tutto, insomma. E se la prima volta l'interesse va alla trama, la seconda e la terza e la quarta vanno a tutto il resto- e questo, snza che mai venga meno l'emozione e il coinvolgimento. Perchè "tutto fa", come si dice...

Alessandra Gennaro 01/20/2013 16:10

facciamo che te lo offrio io, dai.. che l'ho rischiata grossa, stavolta!

Alessandra Gennaro 01/20/2013 16:09

fiuuuuuuuuuuuuu!!!

Alessandra Gennaro 01/20/2013 16:04

ok. Telefono al mio avvocato :-) :-)

Alessandra Gennaro 01/20/2013 16:03

meno male... lo avevo consigliato a scatola chiusa, perchè ero così convinta, ma così convinta che sarebbe stato comunque bellissimo- che l'ho anche consigliato a un sacco di altre persone, anche fuori dal blog.

L'ho detto all'inizio: quando parto da spettative alte, è come cadere dal decimo piano: mi faccio più male, insomma. Di iscuro anch'io ne ho letti di più brutti, purtroppo. E col senno di poi, penso che la Powell non avrebbe potuto scrivere altre cose: il suo non è un diario di una cuoca, ma il diario di una donna che è andata a servizio nelle cucine: il che, sposta il tiro in una direzione diversa da quella che mi sarei aspettata io.

Dove ti dò ragione in pieno, invece, è sull'autocommiserazione: ci pensavo mentre rifacevo i letti del dopo festa, stamattina, dopo aver pubblicato. Non si chiama autocommiserazione, quello che mi h dato fastidio, quando mancanza di passione, ecco. Non le piace la vita che fa (e ci sta tutto); non le piace il lavoro che fa (e ci sta già meno: se son le memorie di una cuoca, ti aspetti comunque che questo mestiere sia il protagonista del romanzo; non le piace niente, alla fine, neanche il matrimonio che ha cercato come via d'uscita dalla sua vita. E' questo che ho chiamato autocommmiserazione, ma che ha un altro nome, che adesso non mi viene: di sicuro, però, è "passato", perchè alla fine avevo lo stesso atteggiamento suo, mentre leggevo. Sc...zzo, ecco come si chiama :-)

Ann--USA 01/20/2013 15:11

Anticipation is merely delayed disappointment, I am afraid.
What made this novel so popular, I wonder......perhaps self-pity is appealing to more people than one would think?

Silvia M. 01/20/2013 14:47

E pensa anche a me che l'ho comprato perchè l'avevi citato tu...
Ne ho letti di più brutti e non l'ho trovato così autocommiserante.

MarinaM (Ricette Reali) 01/20/2013 14:21

cioè che dire? hai detto tutto tu. condivido parola per parola e resto basita pensando che gli inglesi abituati a ben altra prosa abbiano potuto decretare tanto successo a quest'opera così modesta. una di quelle cosine che sono un divertissement della tarda età. un giochino da pensionato, sembra una di quelle persone che per gioco si mettono a scrivere i loro ricordi e poi li stampano e ne regalano copie a destra e a manca. ai tempi in cui facevo la cronaca per un quotidiano locale me ne arrivavano una dozzina ogni anno. sempre con la premessa "ho scritto un libro, mi fa la recensione?". tutte persone che conoscevo più o meno bene, amici dei miei. ed era difficile dire no, ma era anche difficile scrivere. ricordo un signore che mandava queste opere a mia madre per posta con annesso bollettino già compilato per il vaglia postale.
ecco, qua siamo più o meno allo stesso livello e resto basita che Einaudi si sia prestata allo squallido gioco. volevo scrivere sul loro profilo FB ma non ce l'hanno. manderò una mail con il link al tuo post perché è intollerabile che da una casa editrice del genere io debba prendere una sòla di queste dimensioni. ma non nel senso del libro in sé, perché magari c'ha pregi letterari nascosti che non sono riuscita a cogliere, però non me lo devono vendere come ispirazione dello sceneggiato con tanto di foto ingannevole in copertina. e non ci credo che son stati fregati pure loro, perché nella redazione ci sarà pur stato qualcuno che Dowton Abbey l'ha visto.
sono furente....

simonetta 01/20/2013 13:58

ero in procinto di comprarlo, grazie per gli avvertimenti.

grEAT 01/20/2013 12:49

mi sono salvata in corner! da downton abbey addicted ero pronta a comprarlo.
ti devo un caffè, anzi facciamo un martini! :)

Valentina 01/20/2013 11:58

Ma insomma, questo 'downton abbey' dev'essere proprio interessante, se è diventato in qualche modo uno starbook e ha pure dato vita ad altri libri! Ed io che pensavo fosse l'ennesiama cavolata che vede mia madre :D

Mi piacciono le tue stroncature, io aspetto quella delle sfumature (ed io sono quasi felice di averlo letto, perché ora posso stroncarlo con cognizione di causa!) e vado a cercarmi la rece di Malvaldi: l'ho rubato alla zia qualche giorno fa, ma senza conoscerlo. Però ricordo di aver letto di lui qui... ricordo male? PUò essere, che in questi giorni la testa viaggia per fatti suoi... :)