Andante. Con Rabbia

 

Questo, è un post che avrei voluto scrivere un anno fa. E l'anno prima- e l'anno ancora prima e sempre di questo periodo: vale a dire, ogni volta che escono i "quadri" che decretano la promozione delle nostre figlie e vedo la distribuzione dei crediti formativi nella scuola italiana.

Per i beati che fossero fuori da questa raccolta punti in cui si è ridotto il nostro sistema scolastico, basti dire che da qualche anno la votazione del diploma è conteggiata in base ad un punteggio che tien conto della media dei voti e di un surplus di aiutini vari, che vanno sotto il pomposo nome di "crediti formativi": una soluzione all'italiana per permettere ai nostri ragazzi di apprendere sin di banchi di scuola quello in cui il nostro popolo tristemente eccelle, vale a dire quella triste tendenza a convogliare l'ingegno nel saper trovare scorciatoie che permettano di alleviare quello che, nel resto dell'Europa è "metà del tuo dovere" e da noi si è trasformato in una nuova fonte di ispirazione per ingegnarci a fare di meno.

A questo punto, dovrei dire che non voglio generalizzare, che fare di tutta l'erba un fascio è sbagliato e tante altre riflessioni che, di solito, son sacrosante. Invece, non lo dico: e non perchè sia vero che tutti i ragazzi sono così (guai al mondo! non lo è!): ma perchè è la scuola italiana- e quindi il ministero e quindi lo stato- che ha dato a questo meccanismo  quell'impronta italica di cui mi sto lamentando.

Vale a dire, tutto fa punto.

Fa punto fare volontariato con la parrocchia; fa punto suonare la chitarra; fa punto fare sport, fa punto giocare a bridge, fa punto frequentare un corso di lingua al pomeriggio e così via all'infinito: fatevi venire in mente una delle millanta cose che abbiamo fatto anche noi da studenti (dal passatempo all'impegno sociale) e state pur certi che verrà subito tradotta in un aiutino per la maturità.

Come sempre accade in Italia, in sè il concetto non è sbagliato: si dà valore al tempo fuori scuola, ritenendolo anch'esso formativo, nella misura in cui si praticano con impegno e con costanza determinate attività. Ma appena si passa alla pratica, ecco che le cose cambiano: ua normale e salutare attività fisica in palestra diventa l'anticamera dell'agonismo; le due ore alla settimana in cui si impara a suonar la chitarra, diventano "studio dello strumento"; il sabato pomeriggio in oratorio, "attività di volontariato"- e così via, assecondando da subito quello che la scuola dovrebbe reprimere, vale a dire l'inclinazione a fare i furbi e a schivare doveri e responsabilità.

Come sapete, le nostre figlie frequentano il conservatorio e hanno abbondantemente superato il giro di boia dei loro studi. E' da quando sono alle medie, che si destreggiano fra corsi, lezioni, esercitazioni private e più avanzano nella loro formazione, più aumentano i loro impegni. Dalla riforma Gelmini, il Conservatorio è diventato un'università- e pazienza se la fascia di mezzo, in cui si trovano i nostri ragazzi, non è stata avvisata e non ha ancora conseguito un diploma: ormai lo abbiamo capito che le conseguenze delle azioni dei nostri governanti sono un problema tutto nostro.

E così, da anni, le nostre figlie e i loro compagni escono di casa alle sette del mattino e rientrano alle otto di sera: prima vanno a scuola, poi vanno in conservatorio, mangiando un panino sull'autobus e arrivando a casa asfaltate dalla stanchezza e dallo stress. Con tutta che mia figlia non si ammazza dallo studio, noi abbiamo da anni la sveglia puntata alle cinque, perchè l'unico tempo per studiare è quello. E, sotto molti aspetti, siamo anche dei privilegiati: parlavo l'altro giorno con la mamma di un compagno delle creature, che abita fuori Genova e lei mi diceva che finge di soffrire di insonnia, per fargli compagnia la notte, mentre lui sgobba sui libri.

Per carità: è una scelta e, sotto molti aspetti, è un privilegio. Hanno talento e hanno anche la possibilità di coltivarlo, con un coinvolgimento familiare costante durante l'anno e che, nel periodo degli esami e dei concerti, assume risvolti tattici, con dispiego delll'artiglieria pesante dei nonni, degli zii, dei cugini, tutti pronti a venire in aiuto del musicista in erbe stremato o dei di loro genitori, con gli occhi iniettati di sangue.

L'unica a non capire è la scuola: che assegna agli studenti del Conservatorio lo stesso credito formativo che dà a chi parla inglese con una madrelinguista o gioca a pallone due volte alla settimana. Un punto per uno non fa male a nessuno, sembra dire questa legge- e pazienza se questi si sobbarcano un sacrificio mostruoso per dieci anni, senza neanche riposarsi d'estate: un punto dice la legge- e un punto applichiamo.

A scnso di equivoci: quello di cui mi lamento non è il "punto" in sè. Detto francamente, non è quello di cui mi preoccupi io- e meno che mai quello di cui si preoccupi la creatura. Semmai, mi preoccupo- anzi: mi infurio- per quello che succede durante l'anno, con "sezioni musicali" composte da numero tre alunni del Conservatorio e tutti gli altri che lo fanno per passione- e ai nostri figli toccano le ore in più di una storia della musica annacquata, con buona pace delle quattro ore di frequenza settimanale all'omonimo corso, con esami annessi; con interrogazioni che si protraggono fino a giugno e che agli altri aggiustano le medie, ai nostri figli le rovinano; con noi genitori costretti ogni anno ad abdicare ai nostri principi- fra cui quello che, almeno a scuola, te la cavi da sola- per andare a supplicare gli insegnanti che l'anno scolastico consta di nove mesi e si può trovare un giorno diverso per l'interrogazione da quello successivo al concerto, che ce li ha risportati a casa sfiniti, alle due del mattino.

Ma non è questo il problema: il problema, semmai,  è quello che sta dietro, il messaggio che passa- agli insegnanti, ai compagni e alla società tutta: e cioè, l'ignoranza abissale e colpevole che il nostro Paese ha nei confronti della musica, svilita a passatempo o a evento mondano, nella migliore delle ipotesi, e comunque percepita come accessoria ad un nuovo modello di cultura che fa di tutto per alleggerirsi dei contenuti della propria tradizione , usando le forbici della "pesantezza" e del "rinnovamento" per praticare tagli scellerati al nostro patrimonio, alla nostra cultura, alla nostra fisionomia di popolo.

Come dicevo all'inizio, sono anni che ho in mente questo post- e lo rimando sempre. Se lo faccio oggi è solo perchè ieri è stato trasmesso il filmato dell'ultimo concerto dell'orchestra di una televisione di stato greca, chiusa per ordine del governo. Le lacrime della violinista hanno fatto il giro del mondo e, fra i tanti appelli che si sono  spontaneamente levati, c'è stato quello rivolto alle autorità italiane, perchè ospitino questa orchestra e le permettano di suonare.

Ecco, se posso permettermi: lasciamo stare.

O meglio: ospitiamo l'orchesta greca, ma facciamo in modo che questo sia un primo passo verso il riconoscimento di un'arte che abbiamo messo sotto i piedi da decenni, caplestandola con le suole della spocchia, della volgarità  e di un concetto di cultura sempre più asservita ad un utile che passa solo attraverso il vantaggio delle persone e dei partiti. Lo scempio dei nostri teatri è sotto gli occhi di tutti- ma le radici sono ben più profonde e passano anche da quel misero punto in cui il nostro Stato condensa la fatica e la bellezza di uno dei tanti nostri orgogli, frustrando i talenti dei nostri figli in un livellamento in cui nulla si distingue- se non la protervia e l'ignoranza di chi da troppi anni gestisce la cosa pubblica come il proprio orticello, in barba a quello che siamo stati e a quello che potremo di nuovo diventare, attingendo alla grandezza del nostro passato, per poter alzare lo sguardo dalle miserie del presente e puntarlo, dritto e fiero, sul futuro.

Condividi post

Repost 0
Commenta il post

Gea 06/19/2013 13:04

Guarda Ale, io un solo consiglio vorrei darti, anche se il tuo cuore di mamma non ne sarà forse contento: appena finisce il liceo, spediscila all'estero, la creatura. Io ci ho pensato tanto su, così tanto da averlo fatto appena in tempo prima che fosse troppo tardi, dopo brillanti maturità classica e diploma di conservatorio e un paio di anni di troppo di tentennamenti. Perchè il problema, purtroppo, prima è quello di cui parli tu, e dopo, quando decidi che il mestiere del musicista lo vuoi fare veramente e metti il naso fuori dal mondo bene o male protetto del Conservatorio, è che scopri che con tutti i sacrifici fatti non basta ancora, e ti devi ricostruire mille volte prima di poter essere spendibile come professionista. Ecco, questo, all'estero ( d'accordo, intendo la Mitteleuropa) lo imparano bene e presto, sotto la guida e lo sguardo attento di insegnanti validi in tutte le materie, che incoraggiano e incanalano e non che in preda alla superficialità o alla frustrazione lasciano vivacchiare o tarpano ali. Io spero molto un giorno di poter riportare in Italia le cose utili e belle che ho imparato e sto imparando qui, perchè anche io credo profondamente che sia solo attraverso la riscoperta della cultura che si cambiano le società ( leggevo pochi minuti fa un articolo sull'esperienza splendida di Abreu in Venezuela ) ma per il momento non ci penso proprio. Sono fortunata perchè i miei genitori, pure se in preda alla nostalgia, mi incoraggiano. D'altronde, come diceva una mia amica con una battuta un po' colorita in risposta alle battute stereotipate sul clima-in-Italia-che-è-tanto-bello-se-vai-in-Germania-fa-freddo-e-piove, "meglio sei mesi di buio che un anno di merda". Buone cose. Gea

alessandra 06/19/2013 14:44

la Mitteleuropa è lo sbocco più classico per i violinisti, perchè qui si trovano i migliori insegnanti. L'assurdo è che tanto io son nata con la valigia in mano (e mia madre, prima di me, se ne è andata a lavorare a Londra, dopo il diploma), quanto lei è tranquilla. Però, fino alla Germania ci arriva, grazie al cielo. Il suo sogno è fare l'orchestrale, per la disperazione dei suoi maestri, perchè potrebbe ambire a qualcosa di più: ma in questo senso non ci sentiamo di sforzarla, perchè sarebbe una forzatura troppo pesante sul fronte del carattere: lei non è ambiziosa nel senso più conune del termine, non sgomita per arrivare, se c'è da fare un passo avanti, ne fa due indietro etc etc: staremo a vedere cosa combinerà, in un mondo così difficile come questo. Le certezze, al momento, sono una passione sempre crescente, uno studio sempre più consapevole, conoscenze sempre più salde : siamo appena tornate da un sushi-lunch e sentirla parlare tutto il tempo di tecniche da mettere a punto quest'estate mi faceva strabuzzare gli occhi :-).
Ma vengo a te- e ti faccio mille complimenti: hai tutta la mia ammirazione e tutto il mio sostegno: l'augurio che tu possa davvero regalare ad una patria ingrata quello che hai imparato fuori ha persino qualcosa di egoistico, perchè so quanto possa dare la musica e l'arte in genere, sul fronte della serenità dell'animo e delle emozioni. Mi unisco aituoi genitori, nell'incoraggiamento- ma se mai dovessi suonare in Italia, fammelo sapere, che sarò felice di poterti applaudire

M. Chiara 06/19/2013 10:53

L'articolo, il pezzo, lo sfogo appena letto è tutto ORO COLATO.
Mi sono voluta consciamente e vigliaccamente risparmiare il video della orchestra greca perchè NON volevo piangere anch'io.
Riguardo all'insegnamento della musica in Italia e al valore che le viene dato è argomento tristissimo: si può dire che almeno all'estero la musica italiana continua a essere promossa...
Sapere infine che la scalcinata Pubblica Istruzione ha perduto anni fa un'ottima insegnate mi ha dato il colpo di grazia !

Lavinia 06/18/2013 20:02

Posso dire una cosa? Io che la scuola l'ho lasciata 6 anni fa. E con l'università italiana sto finendo di combattere con l'esame di stato. Io amo studiare, per continuare a farlo e a poter crescere sono dovuta emigrare a Londra.
E il ricordo del liceo è ancora piuttosto vivo. Bene posso dire una cosa? Il nostro liceo ancora si salva ma per poco e male. E i crediti sono il sistema più assurdo del mondo, ma infilato nell'altrettanto folle sistema di assegnazione dei voti italiano fanno poco o nulla differenza. E ancora meno, per fortuna, lo fa il voto della maturità.
Come aneddoto sulle follie del liceo italiano basti raccontare questo. Fui così fortunata da avere genitori che mi permisero di frequentare il quarto anno di liceo negli USA. Al ritorno a settembre dovetti fare una specie di pre-esame di maturità per l'assegnazione dei famosi crediti formativi, fui esaminata su tutte le materie che non avevo fatto negli States (tutto tranne le scientifiche), e al classico voleva dire versione di greco e di latino. Mi diedero i miei miseri sporchi crediti, un punto meno del massimo, senza valutare l'esperienza all'estero come formativa nel senso più ampio del termine.
Inizio l'ultimo anno e dovetti ascoltare tutto l'anno rimostranze dei professori sul fatto che fossi andata fuori e che a loro dire non studiassi più come prima. Ma l'apice della follia lo si raggiunse ai quadri di fine anno. Inglese voto finale: 9. Con la media del 9 e mezzo abbondante, non solo ma una mia compagna di classe uscì con 10, lei che forse era stata due settimane in Inghilterra d'estate.
E questo è uno dei tanti interessanti episodi che avrei da raccontare. E io sono stata una privilegiata che è andata in uno dei migliori licei classici pubblici d'Italia.

alessandra 06/19/2013 14:51

Tante cose non leposso scrivere, in chiaro, perchè sfonderei davvero il limite di un privato che deve rimanere tale: ma ti assicuro che sono intimamente d'accordo con quello che dici, anche perchè, nonostante abbia quasi 50 anni e lavori da 30, devo fronteggiare tutti i santi giorni la richiesta di adeguarmi al livello. Che- chissà come mai- è sempre quello di chi tira a campare, nascodendosi dietro mezzucci che, all'estero, ti qualificherebbero subito come un incapace perdigiorno, ma che qui, a quanto pare, sono la regola. Ho lavorato all'estero, quando avevo la tua età- e ho fatto la stupidaggine di tornare indietro, per cmbattere con quelle che per me sono le armi basilari non dell'eccellenza, figuriamoci... ma dell'ovvietà e del corredo base della serietà professionale e della correttezza. E' logico che poi, alla fine, ci si lasci scappare un'ingegnere nucleare di 24 anni...ma è ugualmente triste... ti faccio tutti gli auguri di questo mondo- e cogli tutte le occasioni che la vita ti offre, in barba a questa patria ingrata e cieca...

Lavinia 06/19/2013 13:47

Eppure fare il professore sarebbe un lavoro così bello, faticoso ma interessante. Sono convinta che i ragazzi ti seguissero e fossero affezionati. Gli adolescenti, ma anche i bambini si rendono conto di chi si impegna e si appassiona e ne hanno stima e lavorano con il prof. E il ricordo non scompare mai. Io ho ancora un bellissimo ricordo della maestra dell'elementari. Ma nella scuola di oggi chi incontra anche solo un maestro/professore che è appassionato e fa appassionare si deve ritenere fortunato. E ancora purtroppo la scuola è solo apice di quello che poi sono l'Università e la società.
Anche in questo caso io sono donna, 24 anni, laureata magistrale in ingegneria nucleare, parlo francese e inglese e sono dovuta scappare all'estero per trovare un percorso che mi permettesse di continuare a crescere professionalmente e con lo studio, ricevendo qui non complimenti ipocriti come fossi un fenomeno da circo (nel caso più favorevole) ma opportunità concrete e stima. In Italia chi è bravo è guardato con sospetto, poi se si è donna allora la colpa e il sospetto sono doppi. E se ce ne andiamo ci dobbiamo pure sentir dire che siamo traditori e "choosy", secondo la definizione del momento. Povera Italia e poveri i suoi talenti in tutti i campi!

Lavinia 06/19/2013 13:47

Eppure fare il professore sarebbe un lavoro così bello, faticoso ma interessante. Sono convinta che i ragazzi ti seguissero e fossero affezionati. Gli adolescenti, ma anche i bambini si rendono conto di chi si impegna e si appassiona e ne hanno stima e lavorano con il prof. E il ricordo non scompare mai. Io ho ancora un bellissimo ricordo della maestra dell'elementari. Ma nella scuola di oggi chi incontra anche solo un maestro/professore che è appassionato e fa appassionare si deve ritenere fortunato. E ancora purtroppo la scuola è solo apice di quello che poi sono l'Università e la società.
Anche in questo caso io sono donna, 24 anni, laureata magistrale in ingegneria nucleare, parlo francese e inglese e sono dovuta scappare all'estero per trovare un percorso che mi permettesse di continuare a crescere professionalmente e con lo studio, ricevendo qui non complimenti ipocriti come fossi un fenomeno da circo (nel caso più favorevole) ma opportunità concrete e stima. In Italia chi è bravo è guardato con sospetto, poi se si è donna allora la colpa e il sospetto sono doppi. E se ce ne andiamo ci dobbiamo pure sentir dire che siamo traditori e "choosy", secondo la definizione del momento. Povera Italia e poveri i suoi talenti in tutti i campi!

alessandra 06/19/2013 07:17

non mi stupisco, Lavinia... io sono stata una privilegiata che, dopo 17 anni di insegnamento, con tanto di cattedra vinta in un concorso ordinario, si è presa una terza laurea ed è riuscita a cambiare lavoro... e la mia grande colpa era quella di valorizzare i bravi, considerato che insegnavo al liceo (uno dei più importanti d'Italia, pure io): ma avevo la pretesa di chiedere le date in Storia, di rifiutare il metodo deduttivo nell'insegnamento del latino, di far studiare Dante a memoria, di interrogare tutti i giorni, di fare tantissimi compiti in classe-e orrore degli orrori- più schiacciavo sull'acceleratore, più i ragazzi mi seguivano e, per inciso, mi volevano bene... non mi stupisco affatto, purtroppo...

irene 06/18/2013 18:31

oh mamma che post impegnativo. posso parlare un poco di me? vedi, io mi sono sentita dire tante ma tante di quelle volte dalle persone più disparate che sono fortunata: fortunata perchè parlo il greco, fortunata perchè l'olandese è di casa, fortunata perchè sono di casa in grecia e potrei andare avanti, ma non lo faccio, anche perchè non mi piace spiattellare la mia vita privata in luogo pubblico.
ma vedi, cara ale, quando dici che la scuola tratta alla stessa stregua chi parla inglese con un madrelingua che ha in casa immagino tu voglia dire, con chi si sbatte sui libri passando notti insonni, è negare quelle scelte, spesse volte pagate molto care, sicuramente sudate, di chi ha deciso o si è trovato di fare quelle scelte. che poi quelle scelte ricadano sui figli, nel positivo in questo caso, perchè non deve valere? quale sarebbe la discriminante? ti dò il punto se non hai il madrelingua inglese in casa?
e allora perchè non negarlo a chi è un piccolo genio e deve faticare poco e niente per imparare una lingua, suonare uno strumento etc?

sull'orchestra greca che dire.... ti riporto quà due parole di un'intervista del mai dimenticato Manos Chatzidakis, grande compositore di musica leggera greca, che per un certo periodo è stato direttore di ERT 3. radio di stato: "chiudere la ERT?" Lo suggerirei, ma so che i greci sono contenti di averla per poter poi sparlarne, maledirla e così sono tutti contenti. così disse nel 1984 se ricordo bene.
Per concludere, se ne andò via sbattendo la porta e vietò alla ERT di trasmettere le sue canzoni! :)

alessandra 06/18/2013 19:09

come vorrei che mia mamma leggesse questo post, irene...
ti parlo anch'io un po' di me e ti racconto la stessa storia, anche se con contenuti diversi. E chiamo mia mamma a testimone di una serie di penalizzazioni legate proprio alla questione che sollevi tu. e ti faccio ridere: mia sorella minore, che come tutti i secondgeniti era più furba, una volta ha detto a mia mamma che siccome a scuola le avevano spiegato che non tutti erano uguali e che ciascuno veniva premiato in base a quello che poteva dare, aveva deciso di passare per deficiente. "così non studio, ma faccio vedere che non ci arrivo e prendo i bei voti lo stesso".
La questione è spinosissima e credo che rientri - purtroppo- nel ritratto che ne ha appena fatto Anne: abbiamo una scuola pubblica ben attrezzata per il disagio e del tutto impreparata per i bravi. Colpa, secondo me, di questa storta visione della democrazia, per cui si deve essere tutti uguali e tutti con le stesse opportunità- altrimenti, sei un privilegiato. con tutto quello che ne consegue.
Per certi versi, le nostre figlie sono delle privilegiate. Intanto, hanno del talento per qualcosa e hanno avuto la fortuna di scoprirlo in tempo; poi, hanno delle famiglie che le sostengono, in una vita quotidiana fatta di emergenze continue; che le tirano su nei momenti di depressione e le riportano a contatto con la realtà nei mmenti di esaltazione. Aggiungiamoci anche l'aspetto economico (studiare musica ha dei costi esorbitanti, che crescono col procedere degli studi) e tante altre piccole e grandi cose che fanno sì che, a parità di talento, alcuni possano andare avanti ed altri no.
Nello stesso tempo, per studiare musica il talento non basta- e ci vuole anche una parte sommersa di studio e una ufficiale di frequenza. è su questo che verte il mio post di oggi, vale a dire su un aspetto che la scuola in quanto scuola dovrebbe riuscire a riconoscere senza sforzo, a maggior ragione se tende a premiare l'impegno ancor più che l'intelligenza, la creatività, l'originalità del singolo. e a maggior ragione se stiamo parlando di cultura, nella sua accezione più stretta e più alta.
Per quanto riguarda la Grecia, credo anch'io che i problemi non stiano nella chiusura, ma nella storia pregressa. A Genova è successo lo stesso col Carlo Felice: tutti a chiedere solidarietà e a lanciar strali, quando si sono annunciati i tagli- e nessuno , prima, a denunciare una malagestione fatta di sprechi di ogni genere....

Mari 06/18/2013 18:10

Ti dico solo una cosa, le lacrime dei musicisti greci le ho viste anch'io e mi hanno commosso come se fossero le mie, perchè la loro è una sconfitta di tutti, come è una sconfitta di tutti un sistema che non riesce a premiare nella giusta maniera ragazzi talentuosi.

Patty 06/18/2013 15:35

Che posso dirti se non che questo tuo post ha risvegliato vecchie ferite mai guarite, e che tutto quello di cui parli in particolare nell'ultima parte di questo doveroso post, è dolorosamente vero ed insopportabile. La musica, un certo tipo di musica in questo paese, non è attraente dal punto di vista economico. Non è vendibile, interessante, figa e trendy. Musica classica, o diciamo "colta", nel nostro paese fa rima con sfigato noioso. E' il messaggio che arriva dall'alto, quando tutte le migliori orchestre chiudono, quando un concerto, un'opera vengono trasmessi a notte fonda (sia mai che a qualcuno venga in mente di ascoltarlo), quando, per risvegliare un po' i neuroni assopiti bisogna creare eventi sheckerando generi musicali diversi perché con il classico non vendi un biglietto.
Siamo il paese della musica e la musica qui da noi muore. Non è il caso dell'orchestra Greca perché la strada che ha preso il nostro paese è esattamente in quella direzione, ma da anni ormai. Ovunque nel mondo, Nord Europa piuttosto che Stati Uniti ed Australia, in ogni famiglia c'è almeno una, se non due persone che conoscono la musica, suonano uno strumento e frequentano concerti abitualmente. E' parte della formazione di un individuo, è cultura, è il nostro patrimonio. La vedo dura cara Ale. Durissima. Un forte abbraccio e grazie per questo post. Ma mi viene da piangere come la violinista Greca. Pat

alessandra 06/18/2013 17:12

anne, come sempre riesci a tradurre in una lingua non tua quello che io non riesco a dire della mia. Te ne racconto un'altra, senza preamboli: quando mia figlia era in seconda media sono stata convocata da un0insegnante che mi ha espressamente invitata a stimolarla di meno: "perchè poi finisce che sua figlia snobba quello che la scuola le propone". Avrei dovuto rispondere che "quello che la scuola le proponeva" erano letture che mia figlia- che non è un genio- aveva fatto alle elementari; che averla portata in giro per Genova, la città dove sono nati lei, i suoi genitori, i suoi nonni, i suoi bisnonni, non era un privilegio per ricchi, ma un'opportunità che chiunque avrebbe potuto cogliere; e - soprattutto- che quello che lei chiamava atteggiamento snobistico era una manifesta noia di una ragazzina intelligente, che aveva lo stesso diritto degli altri suoi coetanei di ricevere dalla scuola una formazione adeguata. Invece, me ne son stata zitta. Dallo scorso anno Carola è in un liceo privato: che la massacra, molto più di quanto abbia fatto la pubblica. Ma quando sono andata a chiedere pietà, mi hanno risposto "signora, sua figlia è un'eccellenza, e come tale va trattata". Hanno esagerato per l'altro verso, perchè tutto è relativo e probabilmente qui il livello medio è più basso: però, mi si è scaldato il cuore. Per la prima volta, dopo 5 + 3 + 4 anni di scuola...

Anna--USA 06/18/2013 16:13

Ale, leggendo il post e poi questo tuo commento con profonda empatia. E dispiacere, anche.
Il punto che trovo faccia infuriare e' il messaggio di fondo che a ben guardare questa pratica e come viene applicata trasmette alle "parti interessate".
E cioe' che chi eccelle, vuoi per talento ma in ultima analisi per impegno e sacrificio, va "rimesso al proprio posto".
L'ideologia del "siamo tutti uguali", (tradotto: From each according to his ability, to each according to his need--da ciascuno a seconda della sua capacita', a ciascuno a seconda del suo bisogno", dell'orribile Marx).
L'individuo, con le sue capacita' e unicita', col proprio talento e sacrificio e sforzo di trovare l'opportunita' di realizzare il proprio contributo, deve essere soffocato, umiliato, messo in condizioni di non riuscire, deve soprattutto essergli reso chiaro (in modo da farne un esempio per gli altri) che la sua individualistica impresa non sara' tollerata, e il tutto viene coperto da una patina cosmetica di "giustizia", di "solidarieta", come se avere un talento e la volonta' di coltivarlo sia una cosa immorale che va a ledere un "diritto" di chi quel talento non lo ha o forse semplicemente non e' interessato al sacrificio per coltivarlo.
Se ci pensi, questo appiattimento del sistema-punti non e' che una forma di "ridistribuzione", solo che si tratta di credito scolastico e non di proprieta' e beni, ma il principio e' identico.
Che poi si tratti di musica, matematica, chimica, o altro, e' irrilevante. Quello che conta e' che nessun individuo emerga, che il livello sia al minimo comun denominatore. E cioe' che la liberta' del singolo di realizzare il proprio potenziale, quello che nella Dichiarazione di Indipendenza Americana venne definito la ricerca della felicita', the Pursuit of Happiness sia negata in favore della "collettivita' ", anonima, privata di repsonsabilita' individuale, e soprattutto incapace di scuotersi di dosso il giogo di chi la controlla.

alessandra 06/18/2013 12:17

Virò, parli con una che si è vista appioppare un voto mediocre alla maturità, in barba ai risultati brillantissimi conseguiti fino all'ammissione: ci ho messo molto del mio- e qualcosa ha fato anche una minigonna da luglio inoltrato, portata con l'innocenza dei miei diciotto anni davanti ad una commissione tutta al femminile.
Non contesto la ratio del credito, tant'è che l'ho anche scritto: in teoria, è un procedimento sacrosanto. E neppure generalizzo, pensando che tutti i ragazzi siano così. Semplicemente, critico quello che sta in mezzo, vale a dire una scuola che dà gli strumenti sbagliati perché ragazzi "giusti" applichino idee "giuste". Alle nostre figlie non interessa il punto in più o il punto in meno: la mia, in particolare, non vede l'ora di fare la maturità, per levarsi dai piedi l'ingombro della scuola. Ma è fuori di dubbio che sia sbagliato- oltre che mortificante e avvilente- dare la stessa valutazione a tutto. A maggior ragione se quello che viene depauperato del suo vero contenuto è un aspetto importante della nostra cultura, che oltretutto richiede un impegno spaventoso. Vale per la musica, e anche per la danza, per gli allenamenti nello sport e per tutto quello che comporta un sacrificio parallelo al lavoro scolastico- e che invece viene svilito ad attività assolutamente nobili , ma non altrettanto impegnative.
La scuola italiana ha varato le sezioni musicali, per esempio: il punto è che chi fa veramente musica è ridotto ad una ristrettissima minoranza- e il resto, son ragazzi che di sicuro hanno passione ed interesse, ma che possono permettersi di dare al lavoro scolastico il tempo e la lucidità mentale che questo richiede. Visto che i nostri non se lo possono permettere, ma fanno lo stesso tutto come gli altri (ivi compresi i compiti in classe a sorpresa o le interrogazioni a tappeto, quando magari sono nella settimana intensiva di orchestra o hanno dormito tre ore, perché han suonato fuori città), non possono reggere i ritmi degli altri. Anche perché son stanchi morti, per inciso. E spesso sono anche penalizzati nella frequenza, perché non arrivano preparati alle lezioni del giorno dopo- e le giustificazioni son due a quadrimestre per tutti. anche queste sono rinunce, perché la frequenza è fondamentale e dietro a ogni assenza c'è sempre un senso di rammarico, di frustrazione, anche di ansia, a volte, perché ci si perdono spiegazioni e vita di classe.
Il "punto" a cui faccio riferimento io, va inteso nel senso di un riconoscimento del sacrificio che questo impegno comporta. E ti parlo non solo da mamma di aspirante musicista, ma da "core de zia" di un nipote adoratissimo e serissimo, che al sabato fa volontariato in parrocchia, che la scuola italiana quantifica allo stesso modo. O da amica di tanti ragazzi a cui la scuola offre proposte formative di vario livello, tutte accomunate dal "fare credito per la maturità". Faccio la guida al museo, un pomeriggio all'anno? ho un credito. Partecipo al cineforum per un pomeriggio al mese, per sei mesi? un credito, anche lì.
Ripeto: son tutti ragazzi in gamba, motivati e con la testa sul collo. Ma sono in tanti a confessare candidamente che a un credito preso con così poco impegno non si dice di no.
E' questo quello che lamento, al di là degli esiti finali (a scanso di equivoci: sono bravissime a scuola, le nostre figlie e quest'anno la mia ha anche trovato professori capaci di valorizzarla e di stimolarla): è la mancanza di distinzione, di differenza, questo mettersi sempre i guanti bianchi quando si tratta di livellare verso il basso ed essere sordi alle istanze reali di chi ancora crede nel proprio futuro e in una realizzazione che comporta un carico di sacrificio pesantissimo.

Virò 06/18/2013 11:14

Posso essere una voce fuori dal coro?

I crediti sono fumo negli occhi, non pesano realmente quanto si pensi ed un ragazzo può arrivare al massimo dei voti (ed alla lode) anche senza.

Credo che la ratio della loro introduzione sia da cercare nella riorganizzazione della costruzione del voto di maturità che prima di questa riforma era totalmente nelle mani e nel cervello della commissione d'esame che creava la griglia finale in base alla temperatura esterna e alla serietà del pusher che li aveva sostenuti durante le prove. Per non parlare dei presidenti bavosi che attribuivano voti alti alle ragazze in minigonna e voti mediocri agli studenti brufolosi.

C'ero già da allora ed era proprio così.

Ora c'è un percorso che viene valutato; certo l'oggettività è lontana dall'essere un valore assoluto ma è meglio di prima.

Il do ut des vale per i ragazzi poveri di spirito, che donano il sangue per avere il punticino in più (ma intanto lo donano!) perchè per gli altri, quelli fortunati che sono cresciuti comprendendo che i valori della musica, dell'arte, del volontariato vero e dello sport contribuiranno alla formazione di persone che avranno ali per volare fuori dallo stormo di livingtoniana memoria...per quelli il punticino è davvero ininfluente!

Viviana 06/18/2013 09:51

Se trasformi questo post in una petizione, firmo subito.
Tutto 'sto livellamento culturale e morale tendente al basso mi è veramente venuto a noia.
Povera Italia.....

Giulietta 06/18/2013 09:14

Una delle pecche del sistema dei crediti è quello di acer svilito l'apprendimento della musica a svago e passatempo, l'altro è quello di trasmettere il messaggio che si fa volontariato nell'ottica del do utile des, ovvero minando alle fondamenta l'educazione alla gratuita'....