Profiteroles ai funghi porcini con besciamella e patè di prosciutto su cestino di parmigiano di Silvia




I profitterolli di Eres




i profiteroles vintage della Franci




I primi profiteroles di Loredana




Il profiterole della vita di Stefania






i profiteroles al curd di lamponi di Sayuri








i profiteroles al matcha e cioccolato bianco per la cerimonia del tè di Alessandro

































i profiteroles al pistacchio di bronte con ganache al cioccolato fondente di Valeria (Murzillo Saporito)





i profiteroles alla crema chantilly profumata allo Strega con ganache al cioccolato al latte di Valeria (Murzillo Saporito)




cheese profiteroles al melograno di Valeria (Murzillo Saporito)














profiteroles con farina di kamut alla crema di zucca di Aria











i profiteroles con brandacujun e crema di cavolfiore verde della Vitto





I profiteroles ai pistacchi di Anna


I profiteroles salati di Rosaria





I Profiteroles di mousse di salmone, crema di piselli e bacon croccante di Sabrina









i profiteroles al tiramisu di zetacomezenzero





















































































































triiiiiii gust is megl che uan- profiteroles ai cachi, con glassa fiordilatte e cannella e sciroppo al Porto di Cristina di Insalata mista














i profiteroles con mousse cremosa al cioccolato di Santin e crema al caramello salato di Greta






















Profiteroles con latte alla portoghese e dulce de leche di Sabrina




I profiteroles al cioccolato con dulce de leche e crema al burro di Monica













I profiteroles "Mamma mia ... che buoni" di Francesca







i profiteroles alle quaglie in salsa di prugne di Mapi



I profiteroles alla crema di zabaione di Rosy


I profiteroles decorati di Flavia




La montagna salata di profiteroles di Therese


Profiteroles con crema al mandarino, glassa al caramello salato e croccante di mandorle di Giulia







gli Spatascio-roles di Nora





















I profiteroles al caffè di Cle




I bignè ai tre sapori di Stefania













i profiteroles for kids di Valentina (My Taste for Food)











i profiteroles bianchi e neri di mamma papera











il profiterole- bruco "da paura" di Mamma che cucina




i profiteroles in rosa di Libera








i profiteroles alla crema di zucca e alla fonduta al tartufo di Cristina P.








la macedonia di profiteroles di Fabiola








i profiteroles alla crema di funghi e fonduta di Valeria (Infinite Delizie)













i profiteroles dal sapore friulano di Daniela









Il mono-profiteroles bianco di sulemaniche

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Aspic di baccalà alla livornese su letto di rucola, olive e ceci di Monique









I ravioli bicolori alla livornese con due salse di Nora








profese al baccalà ai tre pomodori di Loredana






il baccalà alla livornese di Loredana









  il finger-baccalà alla livornese di Tery









il cinque e cinque con baccalà alla livornese 






lasagne al baccalà alla livornese di Valentina



Il baccalà alla livornese o quasi di Francesca








il baccalà con la polenta di Dauly- versione secsi







 il baccalà con la polenta di Dauly- versione comfort






il bloody mary di baccalà della Mapi



Il personal baccalà di Silvia




 Zuppa speziata di pomodoro e merluzzo con couscous di Eleonora
 


I maremmani di baccalà di Patty




 Baccalà tradizionale di Patty







il baccalà alla livornese di Valeria
 


La baccalà (r)evolution di Valeria






Les verrines di Baccalà e ceci di Cristina b. 






Ragout de Morue alla livornese con ajada di Acquaviva








Baccalà e Patate di Eres


Crostoni di baccalà alla livornese con i gobbi, ma anche all'emiliana e, perché no?, veneta della Gaia Celiaca



Le lasagne col baccalà di Nora




Il baccalà alla livornese con polenta di Elena





 il baccalà dalla Livorno del Nord di Alessandro










Il baccalà "finto" ma felice alla livornese di Francesca





Il baccalà alla livornese modificato di Sulemaniche



Le Empanadas ibericas via Vicenza di Viviana






i sofficini alla livornese di Aria







il cappuccino di baccalà di Emanuela








il baccalà alla livornese di Stefania (Profumi e Sapori)







il baccalà in pastella su letto di pomodoro di Stefania (Profumi e Sapori)






i saltimbocca di pachino con baccalà mantecato di Stefania (Profumi&Sapori)









il baccalà in panatura di pomodorini secchi e capperi della mamma di Stefania (Profumi&Sapori)






le polpette di baccalà in conchiglie di brisè con gelatina di pomodoro della Mapi





Il baccalà alla livornese di Elena



mousse di baccalà su polentine e coupelle di parmigiano



Pralina o cremino? di Fabiana



Il baccalà lungo un giorno della Roby



Quel baccalà di un cannellone di Libera



La" baccalata" di Stefania


Millefoglie di baccalà alla livornese {tondo, che fa chic!} di Mai 








il baccalà a sfincione di Debora (Chez Denci)





il baccalà molecolare di greta



i bocconcini di Baccalà di Flavia







Il baccalà mari e monti di Sayuri


Baccalà su letto di pesto di prezzemolo di Francesca








lo hràimi di Baccalà alla livornese di Michela









Finger food di baccalà alla livornose con cenere di olive nere di Fabio





 i bastoncini di baccalà di Libera ( e due...)



 
la parmigianina di baccalà di libera ( e tre...)



la parmigiana di baccalà con la ricotta affumicata di libera (e quattro....)







 i cannolini di baccalà mantecato e maionese di pomodoro di Greta ( e due...)







Baccalà in panatura croccante con concassè di pomodorini di Giulia











Hout za'fran bil marak matisha, polpette di pesce allo zafferano, dalla cucina ebraica Marocchina di Eleonora




Il baccalà alla livornese di Flavia



mousse di baccalà con peperoni di stefania...



...mousse di baccalà su cialda di parmigiano ancora di Stefania

















i profiteroles di baccalà alla livornese di Gloria 






 i saltimbocca di baccalà alla livornese di Cinzia ( e uno..)



la pasta baccalivornese di Cinzia ( e due!)


 i frisceu della Vitto




il baccalà alla livornese con contorno di polenta di Paola










































gli spaghetti al pomodoro e baccalà di Cristina P.









i muffins al baccalà e pomodoro di Cristina P.



il baccalà alla livornese e il finger food di baccala, sempre di Cristina P.




















la livornese da PAZZE di Giulia e Flavia







il tè delle 5 delle cappellaie matte
Giulia e Flavia










palline di baccalà con salsa all'arancia di Mamma in pentola /e due..






 

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Il titolo non mi attirava- e, se fosse stato per me, lo avrei lasciato sugli scaffali della libreria. Un altro giallo svedese, poi, mi puzzava tanto di operazione editoriale, sulla scia dei successi di Mankell, la qualcosa bastava, da sola a tenermi lontana dall'unico regalo fatto a mio marito in occasione del suo compleanno che fosse rimasto ancora intonso. Poi ci si è messo il caldo, la chiusura della libreria del quartiere, le pause pranzo sottratte al consueto giro da feltrinelli a causa dell'altrettanto consueto surplus di lavoro a un mese dalla chiusura degli uffici e insomma, per farla breve, non trovando proprio nient'altro da leggere, ho messo da parte l'idiosincrazia per il titolo e ho cominiciato.
Dopo due giorni, l'ho anche finito- e sono stati due giorni di quelli che non capitavano da un po', quando giri con il libro in borsa, noncurante del peso delle 400 pagine, anelando ad una pausa - dalla coda al supermercato al semaforo rosso- per poter andare un po' avanti,con un'ansia di sapere come va a finire che, inevitabilmente sovrasta il piacere di una lettura lenta, assaporata pian piano, goduta fino all'ultima virgola
Tre giorni dopo, gli entusiasmi sono calati e, al loro posto, è subentrata l'amarezza per un'altra occasione perduta: Stieg Larssen, questo è l'autore, risulta essere il fondatore di Expo, una rivista dedicata alla denuncia dei movimenti neo nazisti in Svezia e nel nord d'Europa, intensamente ricercati da lui e dai suoi collaboratori, dopo una vita di giornalismo militante ed impegnato. Il libro è il primo capitolo di una trilogia dedicata a Millennium, dal nome di un'altra rivista, questa volta di fantasia, che però nello spirito e nella struttura indipendente, sembra avvicinarsi molto alle caratteristiche del giornale dell'autore. i protagonisti sono ovviamente un giornalista e, meno ovviamente, una stralunata e tormentata investigatrice privata, dove fragilità e coraggio si fondono in un ritratto già assurto ai livelli di un'icona della letteratura. L'argomento- ahimé- sono le violenze alle donne, che in Svezia sono salite a livelli impressionanti ( secondo Larrsen, il 46% ha subito una qualche forma di abuso da parte degli uomini ed il 92% delle vittime delle violenze sessuali non le denuncia), che costituiscono lo sfondo del plot narrativo: la scomparsa di una ragazza avvenuta oltre 40 anni fa, i parenti-serpenti, l'isola semi deserta al nord della Svezia. Gli ingredienti, insomma, ci sarebbero stati tutti per confezionare un prodotto di vera qualità: invece, mi sono ritrovata a rincorrere i fili di una trama ad incastro, sovrabbondante e per questo inverosimile, con una banalizzazione estrema di quei contenuti che l'autore dovrebbe aver conosciuto bene ( l'equazione nazista=torturatore perverso è una semplificazione troppo scontata, nella sua drammaticità). anche lo stile è abbastanza piatto, lontanissimo dalle atmosfere malinconiche e rarefatte di un Mankell e di nuovo si perdono occasioni, con personaggi come Lisbeth Salander, che meriterebbe ben altri ritratti, e con la materia trattata, che alla fine scade nell'impersonale e nel cronachistico. D'istinto, mi è venuto da contrapporre quell'"..E liberaci dal padre" di Elizabeth George, con cui lo stesso tema è trattato in punta di penna, in modo delicato ma intenso, capace di scavare solchi profondi nell'animo del lettore e di evocare vere emozioni, con esiti ben diversi dalle sensazioni da " mordi e fuggi" che si accompagnano alla lettura di questo libro.
Insomma, un altro "caso" gonfiato, un'altra occasione mancata, un altro giornalista che crede che le storie siano articoli di giornale, solo più lunghi,un altro " fast book", in poche parole....
buona giornata
alessandra
P.S. non so come mi sia venuto fuori il fast book, ma mi piace... però, ci metto il copyright, sia chiaro!!!

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Racalmuto- Enna- Piazza Armerina- Caltagirone- Ragusa Ibla (e , buon ultimo, Ciccio Sultano)



Ci svegliamo con la pioggia e con le immagini del terremoto sullo schermo del televisore che la nostra land lady tiene acceso, mentre ci serve la colazione. siamo finiti in una fattoria, appena fuori Racalmuto, dove veniamo accolti con ogni riguardo- pure la camomilla all'ingegnere e tre metri di pane cunzato da portarsi dietro nel viaggio. La signora è una giovane matrona siciliana, con pochi anni più di me e tre figli sposati e con prole, che, finiti i convenevoli, inizia ad informarsi con tatto del perché abbiamo una figlia sola: " E' capace, su' marito??" Apro la bocca per rassicurarla, ma subito attacca con il miracolo della fattoria lì accanto, con un parto gemellare di una donna di 53 anni " che la menopausa fa brutti scherzi, signura mia bbella... sia mai che tocchi anche a lei, tre bei gemelli, tutti in una volta sula..." Non faccio tempo a declinare l'augurio che vengo salvata dal nostro Presidente del Consiglio, la cui apparizione sullo schermo, in disinvolto cachemire post calamità, ha il potere di ammutolire la mia interlocutrice. Anzi, con la coda dell'occhio scorgo pure uno strano movimento, che viene ripetuto ad ogni inquadratura di Berlusconi. Guardo meglio e non ho dubbi: la signora si segna. lo fa con gesti veloci, un po' furtivi, consumati, e arriva pure a mandargli un bacio dalla punta delle dita, chiosando fiduciosa che" ora arriva il berluscona e mette tutto a posto lui"...

Ce ne andiamo carichi come muli (u' pani cunzatu, lo sfinciuni, la pizza fredda del giorno prima)
, direzione Enna, sotto un cielo che non promette niente di buono. Quando arriviamo a destinazione, sembra di essere tornati indietro di una stagione (oltre che saliti di un migliaio di chilometri più a nord)





Di Enna ammiriamo il bel duomo barocco (specialmente l'interno, visto il freddo..), nonché il caffè adiacente, dove ci fiondiamo all'istante, prima di affrontare la salita al castello, passando per la casa che fu di Cicerone ( e non ridete, insomma: vale solo per Napoleone e Garibaldi????), al tempo dell'inchiesta contro Verre







A fianco del castello, svetta la statua di Euno
, lo schiavo che capeggiò non so più quale rivolta contro i Romani nell'antichità e che divenne poi eponimo della città. Il monumento è dei primi anni Sessanta, quando iniziava a spirare il vento di libertà, come si può notare da mille indizi, a cominciare dall'audace posa dell'eroe e dall'altrettanto audace paragone con l'uomo a cui Euno spiegò la strada, addirittura quell'Abramo Lincoln che liberò "l'infelice turba dei negri", così come recita fiera la targa lì accanto




Da Enna scendiamo a Piazza Armerina, attraverso lo scempio ambientale del lago di Pergusa: qui, secondo il mito, avvenne il rapimento di Persefone, sorpresa da Ade mentre stava raccogliendo i fiori, ma l'unica cosa che ricordi l'episodio è la violenza che è stata perpetrata al paesaggio e alla fauna dell'unico lago naturale della Sicilia, per valorizzare il quale si è deciso di costruirgli intorno un bel circuito automobilistico, che lo costeggia, preciso preciso....niente foto, il nervoso me lo tengo per me...


A Piazza Armerina diluvia e noi, tanto per cambiare, non abbiamo l'ombrello. Ci viene in soccorso uno dei tanti- troppi- abulanti che vendono souvenir e con soli 3 euro incellofaniamo la creatura, che saltella stile cotechino fino all'ingresso della Villa.del Casale Dopo trent'anni, è tutto come allora- il disordine, la scarsa illuminazione, lo scotch che fissa gli interventi di restauro, le sale parzialmente chiuse, la folla che si ammassa lungo le impalcature del percorso obbligato. Ma, nonostante tutto, dopo trent'anni, è la stessa anche l'emozione-e non conta se gli anni del liceo sono finiti, se in mezzo sei cresciuta, maturata, invecchiata e inacidita. Ci dev'essere un angolino, nel cuore, che preserva le emozioni e te le fa ritrovare lì, potenti come allora, pronte a scatenare gli stessi effetti di un tempo, come se nulla fosse cambiato. Una specie di freezer dei sentimenti- ma senza nessuna data di scadenza, se, dopo tutti 'sti anni, resto ancora senza fiato, folgorata da una bellezza che travalica il tempo, il degrado, l'incuria e l'ignoranza- e pazienza se fuori diluvia, vorrà dire che resteremo qui dentro ancora per un po'....




Bagnati fradici, ci dirigiamo verso Caltagirone, altro bollino blu dell'Unesco, esteso questa volta a tutta la città, famosa nel mondo per le sue ceramiche. Ci arriviamo alle due del pomeriggio, sotto un cielo plumbeo che di più non si può e che certo non giova ai colori delle ceramiche, che di fatto non spiccano per niente. I negozi sono quasi tutti chiusi, la creatura è riuscita a liberarsi dall'avviluppo e attacca a dire che ha fame, io comincio ad essere stanca, Giulio non trova parcheggio, insomma, gli auspici perché qualcosa non fili come dovrebbe già al terzo giorno di vacanza ci sono tutti...Proviamo a ristorarci con tre sfincioni freddi e insapori e 4 piattini di ceramica (questi non ce li siamo mangiati, ma erano i regalini per gli amici).. si era capito o no???) ed iniziamo la scalata degli oltre cento gradini del monumento più famoso della città, l'imponente scalinata che negli anni Cinquanta è stata tutta abbellita con mattonelle dipinte a mano da volenterosi artigiani locali.






ed è qui che mi viene di nuovo il nervoso- e me ne viene pure tanto, ad essere sinceri: a vedere come, accanto ad uno sforzo collettivo dei cittadini di Caltagirone, che le provano davvero tutte per rendere più piacevole la loro città, l'amministrazione o chi per essa risponda con il degrado, l'incuria, l'abbandono. Ho visto cespugli di erbacce crescere sulle facciate di chiese barocche belle da lasciare senza fiato, vetrate con inferriate divelte o vetri rotti, graffiti ed altre scritte che più che dell'arte, hanno il sapore del'inciviltà e il tutto non in quartieri periferici o suburbani, ma lungo i lati della scalinata- quindi, si presume, nel salotto buono della città. e questo in barba all'impegno dei cittadini, alla cura con cui abbelliscono i lampioni, le targhe stradali, i numeri civici, qualsiasi cosa alla loro portata, insomma, con gesti che trasudano infinito amore per i luoghi dove abitano e una costanza che non conosce frustrazione e che per questo commuove.






Siccome con tutte 'ste commozioni la vacanza inizia a prendere una piega melensa, decido di virare verso il brivido e mi metto al volante. La strada che da Gela porta a Ragusa è ancora costellata da bunker, resti dello sbarco americano in Sicilia e si trasformano, per noi, in un anticipo di via Crucis, visto che la strada è a una corsia e davanti a me si piazzano, nell'ordine, un furgone, un trattore, una micra guidata da un ottantenne che porta la madre e la nonna a fare la spesa e, buon ultimo, una specie di jeep con i portelloni basculanti, che si aprono ad ogni buca dell'asfalto ( vale a dire, di continuo). Scalo la marcia e, mentre osservo il panorama, non posso esimermi dal pensare a quanto siano più furbi i cugini d'oltralpe, che hanno fatto un monumento alla storia laddove noi ci facciamo una raffineria.



A Ragusa Ibla dormiamo qui- e tanto basta a riconciliarci col mondo.




Un sole tardivo ci illumina la porta del barocco siciliano ed è tutto un restare a bocca aperta, di fronte a simili meraviglie.....




... e visto che la bocca, ormai, è aperta, seguiamo i consigli della guida (Lonely??? Routard???) e ci dirigiamo verso quella che è ritenuta dall'autore la migliore gelateria della Sicilia, anzi d'Italia, anzi d'Europa, anzi no: dell'Universo intero. Volete una risposta sincera???? ma sincera sincera sincerissima, che se dico una bugia non mangio più un gelato in tuta la mia vita?
E' quasi vero. soprattutto nei gusti di gelato al moscato e di carruba (che se lo dico a mio padre, che ora è diventata un gusto chic, gli prende un colpo- lui è quello che " ha fatto la fame" v. Le Ceneri di angela, e le carrube gliele davano come surrogato del cioccolato, in tempo di guerra...)



A Ragusa Ibla tutte le strade sono bianche e gli edifici pure: ne troviamo uno sulla cui funzione il marito e la creatura cominciano a ironizzare, dandosi gomitate e sogghignando all'indirizzo della sottoscritta, che onestamente non ci trova nulla di spiritoso, ma tant'è, per dovere di cronaca, metto la foto....




Sempre per dovere di cronaca, Ragusa Ibla è stata il set di un sacco di film, da Divorzio all'Italiana alle varie puntate del commissario Montalbano: lungo le vie, ci sono cartelli esplicativi, del tipo " questa scena è stata girata qui" e cose simili: decidiamo di seguirli tutti e ci ritroviamo all'interno del teatro comunale, che è una specie di bomboniera, con velluti e gocce di cristallo a profusione.



Qui c'è una mostra fotografica sullo sbarco americano in Sicilia, corredata da un documentario- il che, in casa nostra, significa trovarsi un posto comodo e iniziare a fare luuunghi pensamenti, perché appena mio marito sente parlare di "seconda Guerra Mondiale" si blocca all'istante e puoi avere anche un appuntamento col Padreterno che devi aspettare che lui finisca di aver visto e sentito e toccato tutto.(e vi lascio solo immaginare cosa sia stata per noi la vacanza in Normandia, che un incubo, al confronto, è una scemata, non foss'altro perché dura meno di quindici giorni...)



Stavolta, però, non ci annoiamo per niente: il documentario è ben fatto, veloce ed avvincente e le fotografie strepitose. Mentre le commentiamo, si avvicina un signore anziano che inizia a chiacchierare con noi e ci racconta di essere uno dei pochi testimoni ancora vivi di quegli anni. Lo fa con un tono di voce basso, pacato, tanto che realizzo con un secondo di ritardo la portata di quello che ci sta dicendo, quando racconta di come, a tredici anni, vide suo padre e il suo migliore amico, un ragazzino come lui, venir presi ed uccisi a sangue freddo dagli Americani. Da lì in poi, è solo un parlare per immagini, con lui che scappa per la campagna, viene fatto prigioniero, riesce di nuovo a scappare, a tornare a casa, a raccontare l'accaduto ad una madre incredula e disperata. " Li chiamano liberatori" , ci dice, una punta di amaro, nel solito tono di sempre. Suo figlio, che mai conobbe il nonno, ne ha voluto ricordare la memoria dedicando la sua vita a studiare quel periodo: è lui l'autore del documentario e il curatore della mostra. Io ho un groppo in gola. Gli stringo la mano, compro il suo libro ed esco veloce. Mia figlia mi segue, intreccia le sue dita alle mie e mi dice piano che ha imparato più cose oggi che in un intero anno di scuola. Il sole tramonta su Ragusa, tingendo di rosa la facciata di San Giorgio. Ce ne torniamo abbracciate verso l'albergo.
Ciccio Sultano ci aspetta.

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Da Selinunte- Sciacca- Caltabellotta- Scala dello zingaro- Valle dei Templi- Aragona- San Biagio Platani- Favara- Racalmuto

E' un secondo giorno da dimenticare, vuoi per il tempo, che comincia a non sorriderci più, vuoi perché inanelliamo una serie di delusioni che mi fanno venire una voglia matta di mettermi a scrivere guide turistiche "vere" e non marchette o spot pubblicitari, quali finiscono sempre per rivelarsi le nostre amate fonti...
Anche il programma subisce una modifica, perché mio marito cade in deliquio al secondo giorno- lui dice che è un po' di influenza, per me ha la scimmia da ufficio- e insomma, per farla breve, tirem inanz, salvando solo 3 cose

1. la Valle dei Templi: se si escludono le vagonate di turisti, le macchine a trecento all'ora, i templi -barometro che cambiano colore e le granite al limone del bancarellaro ( 2 euri l'una, per 3 emerite schifezze), la Valle dei Templi è sempre un'emozione unica, assoluta, totale. Così totale, che è inutile anche parlarne...


2. i cannoli di Racalmuto. Li preparano all'istante in un laboratorio sulla strada principale della cittadina ( quella che, se fossimo in Inghilterra, sarebbe la Main Street) e che, ovviamente, non è citata da nessuna parte... la cito io qui e mi impegno pubblicamente a diffonderne l'esistenza ai quattro angoli della Terra: i migliori cannoli alla ricotta del mondo, secondo me, stanno qui.

3. l'esilarante prova di coraggio dimostrata dalla creatura, che ha osato sfidare ogni rischio pur di recuperare la scarpa cult che stava per essere risucchiata da uno dei vulcanelli di Macalube, risvegliatosi nientemeno proprio nel'istante in cui la povera fanciulla transitava lì sopra.



Che i toni epici non traggano in inganno: l'impresa ha più del fantozziano che dell'omerico, ma ho riso così tanto, ma così tanto, ma così tanto, a vedere la scena, che un minimo di risarcimento morale glielo devo....




alla prossima puntata
alessandra



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Il genere del giallo ha delle regole: per i più pignoli, sono state addirittura codificate da S.S. Van Dine, ma è fuori di dubbio che chiunque si cimenti in romanzi la cui trama è essenzialmente incentrata su un'indagine- sia che si voglia sfidare il lettore, sia che lo si metta al corrente degli sviluppi- sa benissimo che non si può imbrogliare. Gli indizi devono esserci tutti e- quel che più conta- devono anche seguire un filo logico: sta all'abilità dello scrittore celarlo agli altri, ma guai a barare con i proprio lettori.
Anche la lingua italiana ha delle regole: ne ha così tante che neppure i più pignoli avrebbero voglia di sentirsi ricordare i fondamenti della morfologia, della sintassi, dell'analisi grammaticale e del periodo. Ciò non toglie, però, che esse siano necessarie per assicurare un minimo di comunicazione e diventino fondamentali qualora ci si faccia chiamar scrittori e si decida di pubblicare un libro.
O meglio: almeno, così credevo, fino a quando non mi sono imbattuta in “uno di troppo”, opera d'esordio di Marco Tiano, venticinquenne siciliano con la passione del giallo, per promuovere il quale, all'interno di un sito dedicato alla lettura, non si è esitato a scomodare Agatha Christie.
Inevitabile la corsa in libreria, la prenotazione del libro, l'acquisto a cuor leggero nonostante per quella cifra si comprino almeno 3 romanzi della regina del Mistery ma per l'erede di Agatha si fa questo ed altro, che diamine!. E inevitabile- anzi: pungente e dolorosa, con picchi di assoluta incredulità- la delusione successiva, iniziata sin dalle prime pagine del romanzo, connotato da subito da una prosa piatta e infantile, con svarioni talmente inverosimili da farmi chiedere, più e più volte, se stessi leggendo un capolavoro dell'assurdo e se, invece che ad Agatha, dovessi pensare ad Eugene.
A pagina venti, mi sono convinta di soffrire di una rara disfunzione cerebrale, per cui leggevo in italiano corretto e percepivo in modo errato;
a pagina 30, ce l'avevo con il mondo, a pensare a quanti autori degni di questo nome accumulano rifiuti dalle case editrici- blasonate e no- per lasciar spazio a certe schifezze
a pagina 40, cominciavo ad organizzare qualche lettura pubblica, con premio finale per chi fosse riuscito a leggere tre capoversi senza sbellicarsi dalle risate
a pagina 50, ho chiuso il libro, decidendo di non pensarci più.
Torno purtroppo sull'argomento perché, collegandomi al sito in questione dopo oltre un mese di assenza ed immaginando di vedere il libro coperto di miserie, non solo lo trovo circondato da un firmamento di stelle ( è il gradimento), ma addirittura l'autore è inserito in uno spazio tutto suo dove, fedele a se stesso- e quindi in modo sgrammaticato, enfatico e borioso- riceve i complimenti dei lettori e conta le copie vendute, alla soglia della prima ristampa.
Io mi tocco se ci sono, dicono a Genova. E siccome ci sono, purtroppo, in barba ai mie studi classici, alla mia strenua difesa del congiuntivo, alla costante attenzione alle letture di mia figlia e alla convinzione che l'uso corretto della lingua italiana sia uno dei migliori biglietti da visita che possiamo avere a disposizione, ho deciso di regalarvi alcune perle dell'Opera in questione, tanto per farvi sorridere un po':
Partiamo dalla conoscenza del vocabolario ( trattasi dell' ABC, sia chiaro, non dell'alpha-beta-gamma...)
“ ebbi l'idea che quella mappa fosse alquanto scaduta” ( p. 12)
“..altrimenti sarebbero reliquari chissà dove” (p. 13) – ( “relegati”, ovviamente- ed ora potete cominciare a ridere)
“..il celebrissimo “ Impression al sol levant” (p. 18)
“ il famigerato Palazzo Pitti”- (p. 33)
“ con il suo solitale tono chiaro” (p. 59)
“la vetrina era chiusa soltanto da un'esile fermatura”( p. 59)
e passi ostinarsi a chiamar “ corriera” il pullman per turisti, ma far diventare “corriere” il povero autista!!!
Sconcezze lessicali:
“dopo aver ordinato egregiamente le pietanze”: lo fa due volte, una a pagina 14, l'altra, purtroppo, mi è sfuggita. Ora, in una vita intera spesa per buona parte fra pause pranzo e ristoranti, io ancora non so cosa significhi ordinare “egregiamente”: quasi quasi, chiederei all'autore di invitarmi a cena...
“ mi scontrai con la figura di Chanelle”- anche questo gli piace, perché lo ripete più e più volte, così come “personalità” al posto di “persone”. Come ho detto, mi sono fermata dopo qualche capitolo, ma non mi sarei sorpresa se mi fossi imbattuta in ectoplasmi e poltergeist. Scontradomici, naturalmente. Sorvolo sul nome della fanciulla, ma gli echi ilarytottiani rimbombano, eccome...( e vi prego, non infierite ricordandomi che anche er pupone ha scritto un libro...)
“ sorridendo con affare grottesco”- astenersi doppi sensi
“l'emozionante fontana del Nettuno”- neanche nelle peggiori promozioni degli Uffici turistici
“ ci prendemmo di coraggio; almeno che”, sono altre espressioni a cui l'autore è affezionatissimo, tanto che la seconda la ripete per tre volte in dieci righe...
Sconcezze grammaticali:
“nonostante la notte precedente andai a dormire abbastanza presto” ( p. 24)
“ ucciderei chiunque lo renderebbe infelice” (p. 44)
“ se non la si osservasse bene, un turista distratto avrebbe potuto scambiarla..” (p. 50)
“ a prima vista non si direbbe che fosse una bella ragazza” (p. 56)
Sconcezze varie
“ si recarono nel famosissimo museo internazionale degli “Uffizi”, la quale visita era facoltativa” ( p. 30)- evidentemente, lui non c'è stato..
“ ..una conclusione così singolare e possibilmente esatta” (p. 55) ah, all'inizio sostene di capire l'italiano “ abbastanza discretamente”(p. 11)
“ diminuii subito il mio passo” (p. 19)
“ le parole di quella strana signora, pronunciate con tale particolare calma, riproducendo quasi il tintinnio di un'affilata lama, rimbalzarono da una parete all'atra, attraversando le nostre orecchie” (p. 52)
Umorismo involontario
Nota preliminare: è tutto vero. Non ci ho aggiunto neanche una virgola, giuro)
“Dopo aver ordinato egregiamente le pietanze con le quali avevo intenzione di cenare, senza consultare il menù, mi dedicai al mio passatempo, girando lo sguardo e le orecchie attorno, er osservare i presenti. Mi diverte farlo ancora oggi quando salgo in metrò..”-p. 14. Per cui, ragazze, siete avvisate: se, la prossima volta che prendete la metropolitana, verrete fissate intensamente da uno dei passeggeri, controllate subito se gli girano gli occhi e le orecchie: in quel caso, tenete pronta una copia del libro, che magari gli gira anche il dito e ve la autografa...
Le descrizioni delle donne:
quella sera, aveva i capelli lisci e ritti (!!! che piastra usa???) ai lati del volto e i due occhietti neri, tanto vicini, le conferivano un aspetto quasi imbecille (!!!!); nonostante ciò, quella volta i suoi occhi sembrarono non essere vicinissimi, riuscendo a suscitare in me ciò che poche donne riuscirono fino allora (p. 18)
“...le sue gote rosse adornate da splendidi boccoli ramati” - p. 16 (... la Bronza di Riace...??!!!!)
“Esse ( le “dolci spalle”) erano tenute scoperte soltanto da quella possente scollatura, che lasciava trasparire l' eleganza, soppiantata solitamente dal suo atteggiamento aggressivo, che esplodeva e sgorgava nella sua più totale purezza quando il silenzio prendeva il sopravvento” (p. 23)
infine, l'autore, che dice di essere architetto, non conosce la differenza fra tetto e soffitto ( p. 18, ripetuto almeno nelle prime 70 pagine altre volte), ha una conoscenza a dir poco sconcertante della storia dell'arredamento ( “le librerie...sono originali e risalgono al Quattordicesimo secolo, insieme al tavolo e alle relative sedie”- p. 57, ah, eccolo qui: l'altissimo Tetto a cassettoni, sempre p. 57), è affascinato dalle stampe che riproducono quadri famosi (p. 18), turbato dai corridoi (p. 19) ed ha strane ispirazioni nel bagno, da lui definito “ un luogo dove non ci si sofferma per molto e che intimorisce un po', soprattutto quando qualcuno ci ha appena preceduto”-p. 19.
Potrei andare avanti all'infinito, con una descrizione di Firenze esilarante, dove ci sono monti e trenette al pesto, oltre che castelli dell'Innominato, o con rifermenti alla cultura classica da far cadere le braccia- dall'apollo greco alla macroscopica confusione fra Orfeo e Morfeo, uno svarione ripetuto per altro due volte- e qui, sarebbe il caso di dirlo, è proprio “uno di troppo”...
il titolo, forse, è l'unica cosa azzeccata in un romanzo ( romanzo??) che fa a pugni con la tradizione del giallo classico, con le regole della narrazione, con la struttura della nostra lingua: uno di troppo,appunto, di cui si sarebbe fatto volentieri a meno.
O no?
buona giornata

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Se avete un canale satellitare, probabilmente avrete girato il mondo con lui, alla ricerca del cibo perfetto, perdonandogli le boutade e gli strappi all'ortodossia culinaria, complice anche un certo fascino maudì che su certi personaggi non guasta. Se invece avete letto i suoi libri, vi sarete sicuramente appassionati alle sue storie, dove la cucina oltrepassa i confini dei ricettari per diventare metafora di un vivere estremo, in cui passione e fatica si coniugano insieme, in scenari allucinati e stravolti, con un'umanità spesso ai margini e spesso scomoda , sempre pronta a fare capolino dietro tradizioni centenarie o padelle sfrigolanti. Se poi, come me, avete fatto tutte e due le cose e vi trovate a NY, proprio a due passi dal ristorante bistrot che è diventato il simbolo del suo modo di cucinare ( dove, sia chiaro, siete capitate per caso) non fermarsi a dare una sbirciatina sarebbe proprio un peccato... perché cosa vuoi che sia un'occhiatina veloce, tanto per vedere se c'è? Tanto, mica ci fermiamo, scusa, con tutte le cose che ci sono ancora da fare qui a NY, mica abbiamo attraversato l'Atlantico per mangiare francese, no? e poi con tutte 'ste impalcature, non mi attira nemmeno.....




A dispetto del nome, il mercato che fa da sfondo al bistrot di Anthony Bourdain non è quello delle carni e delle verdure della Parigi del secolo scorso, bensì quello assai più moderno e stressante del mondo della Finanza. Les Halles, infatti, sorge nel centro del Financial District , proprio a due passi da Wall Street. Ma basta oltrepassare la soglia del locale per trovarsi in un altro mondo, fra pareti di boiserie di legno scuro, luci soffuse ed un chilometrico e fornitissimo bancone del bar parallelo ai tavoli della prima sala, quella dove ci siamo seduti noi. Lo stile, però, è fra il minimal e il disinvolto, in sintonia con le esigenze della clientela ( tempi rapidi e pasti leggeri), ma lontano da ogni leziosaggine o sperimentazione, molto onesto e diretto nella sua semplicità e il cestino del pane ne è un valido esempio



Baguette e pane con semi al malto, con una nota di dolce di estrema gradevolezza- accentuata dalla fame delle quattro del pomeriggio- accompagnata da un piattino di burro stranamente non salato, fatto fuori in men che non si dica e mai più ricomparso sul nostro tavolo. Roba da far impallidire le rosse ( michelin ,sia chiaro- le ferrari non c'entrano)


Giusto perché la merenda era alle porte e l'imperativo era tenersi leggeri, mio marito ha aperto le danze con un inno a Miss Weight Watchers, ordinando questo




sanguinaccio con pure di patate e patate a spicchi




Ora, dovete sapere che la sottoscritta, per sua personale sventura, appartiene alla schiera di quelli che mangiano col cervello, prima ancora che col gusto: per cui, se mi si parla di interiora, frattaglie, quinto quarto in genere, mi si chiude lo stomaco e stop. Il sanguinaccio, se possibile, sortisce effetti ancora più devastanti, recentemente alimentati anche dalla lettura dello stesso Bourdain quando, in uno dei suoi libri, racconta di come si è sentito ad assistere all'uccisione di un maiale in Portogallo- desiderando, a quanto pare, che anche noi facciamo lo stesso, vista la dovizia di particolari del racconto. Naturalmente, questa cosa qui mio marito non la sopporta: lui ha un'estrazione culinaria opposta alla mia, più legata al territorio e alla tradizione ( è quello della mamma che lo fa meglio, per intenderci) e ogni volta mi tocca subire la stessa solfa, seppur con qualche variazione: di solito, si esibisce in giaculatorie contro i miei “non gusti”, lanciando sguardi complici alla creatura che, da quando è nata, mangia tre cose in croce ma se si tratta di essere solidali con il padre si trasforma nel più eclettico dei gourmand; spesso alza gli occhi al cielo- stile “martire della cervella-, una sera ha chiesto scusa al maitre, ma, al di là dell'ispirazione del momento, ogni volta finisce sempre allo stesso modo- e cioè con l'imposizione dell'assaggio.





Rito che si è ripetuto anche stavolta, con un'eccezione: non è finito nel tovagliolo, come è destino di tutti gli altri bocconi di questo tipo. Non mi spingo a dire che era buono perché i tempi non sono ancora maturi, ( perché io cominci a dar ragione a mio marito, intendo) ma, senza arrivare ai livelli estatici del martire che avevo a fianco- che per fortuna non parla con la bocca piena, altrimenti ci sarebbe stato da chiedersi se, invece che da Bourdain non fossimo di nuovo da Katz's- devo confessare che non era male










Di ben altro tipo è stata la reazione di fronte a quest'altro piatto qua










in sé, è pollo con patatine- un classico per andar sul sicuro quando si gira con minori schifiltosi come quelli che ci ritroviamo in famiglia- ma mai mi sarei immaginata che un piatto così semplice potesse essere così buono. Qualcosa avrei dovuto intuire dallo strano silenzio con cui figlia e nipote si dedicavano al loro piatto, senza i preliminari di rito ( annusamento- ispezione sopra e sotto pelle- depilazione totale- interrogatorio stile mamma mi piace). Ma quando, finalmente, ne ho assaggiato un pezzettino, giuro che mi si è aperto un mondo, con vista privilegiata sui pollai degli Hamish, dove queste bestie ruspanti vengono allevate per il nobile scopo di rendere felici i clienti di Les Halles. Per me che non impazzisco per il pollo, si è trattato di una vera folgorazione: carne tenera, saporita, per nulla stopposa...roba da conversione immediata ( al pollo, sia chiaro. Con gli Hamish ho già dato vent'anni fa, ma quando mi hanno spiegato che in realtà Harrison Ford non c'era, ho lasciato stare...)










Ed ecco il mio pasto








filetto di maiale caramellato





Buono, buono, buono, nessuna critica, neanche la più piccola- dal grado di cottura, al contrasto fra l'interno, sugoso e tenerissimo e la crosta croccante, leggermente caramellata, passando per una salsa che ne esaltava il sapore, anziché coprirlo... insomma, praticamente perfetto .










L'unica che ha mantenuto fede alla promessa di tenersi leggera è stata mia sorella, che di fatti ha ordinato un sandwich, pensando ai tramezzini di casa nostra...





Tre metri di panino ( col pollo pure questo, ma lì è un problema di mia sorella, non di Bourdain, nel senso che il suo DNA è responsabile dei palati sopraffini della nostra progenie). Lo chef non lo sa, ma le briciole nel suo piatto vuoto valgono più di tre stelle....










Caduta libera, invece, sui dolci. Peccato, perché si era cominciato alla grande con questa créme brulé













Banale il creme caramel ( accompagnato, ovviamente, da un “ mia mamma lo fa meglio”, tanto per non smentirci mai, neppure a New York)
















Immangiabili i profiteroles, che vi posto solo per l'ispirazione della foto ( a dire il vero, un de ja vu, già visto in un bistellato di Liegi, con un cioccolato fuso da far paura...)








Abbiamo bevuto acqua e mio marito ha preso una samuel Adams ( birra), per un totale che si aggirava sui 100 dollari in cinque- non so dire se di poco sotto o di poco sopra, ma insomma, siamo lì, circa 15 euro a testa.





e le considerazioni sul prezzo le lascio a voi...










alessandra





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giusto come la canterebbe frank...

beh, insomma, prima o poi glielo si doveva fare 'sto regalo di Comunione alla creatura, visto che fra due settimane fa la Cresima e, non paga di essersi girata tutta l'Europa ( con un piedino pure in Asia, ad essere sinceri), era sempre lì a lamentarsi di questa madre ingrata e pasticciona, che non rispetta scadenze né promesse e che- mannaggia a lei- si è tirata su una figlia globe trotter che non poteva chiedere una collanina o un orologio come tutte le sue amiche, nossignori, un viaggio a new york, e non si discute- e così è stato.

Insomma, a farla breve, siamo partiti e siamo anche tornati, in una sei giorni esaltante ed estenuante, di cui risparmio i resoconti culturali e turistici ( tranne uno: la mostra di courbet, persa a parigi a natale, me la sono ritrovata al Met, e pure gratis, tiè) per passare subito al solito reportage gastronomico.

cominciamo col cibo di strada, per il quale ho una vera passione e che negli Stati Uniti è declinato in tutti i gusti e in tutti i sapori



di queste bancarelle, ne trovate a migliaia, agli angoli di ogni incrocio, in tutti i punti cardinali indispensabili per orientarsi a Manhattan. Vendono un po' di tutto, muffins, bagles e donoughts al mattino, pretzel e hot dog a qualsiasi altra ora del giorno. un consiglio, spassionato: se prenotate un hotel a NY non includete anche la colazione. I bar sono aperti dalle 5 del mattino alle 3 di notte- specialmente in alcuni quartieri- e ognuno ha una specialità diversa- dai pancakes con lo sciroppo d'acero ai muffins, ai bagle con il creeme cheese... niente di paragonabile, insomma, alle ripetitive e un po' incellofanate colazioni a buffet degli alberghi, per quanto buone esse siano...

queste, invece, sono un po' più rare, ma hanno risvegliato un mare di ricordi alla parte adulta del gruppo....

sono le famose candies, che ora spaziano fino ai frutti tropicali e ai mashmallows, anche se la mela resta ineguagliabile, rossa e lucida come quella di biancaneve.

qui si vedono meglio, in tutto il loro " rossore"



si affiancano ad esse i pezzi di frutta ricoperti di cioccolato- che in sè non sono una novità ( anzi, ad essere sinceri, a me mi hanno stufato da un po' anche in Italia), ma la versione portatile è tutta da provare...


invece, quello che da noi manca assolutamente e, a parer mio, può restare dov'è, è questo affare qui


a discapito del nome, che evoca atmosfere disneyane, il bubble tea è una delle schifezze più immonde che abbia mai assaggiato. sorvolando sul fatto che da noi green tea può comprendere varie gamme di infusi, ma non certo la tapioca, e sorvolando ancor di più sulla non ben precsata natura di quelle palline nere che mi intasavano la cannuccia, credo che si veda già dall'espressione della mia mano che bere 'sto intruglio non sia stata propriamente un'esperienza esaltante...Le guide consigliavano di provare questa great experience in una delle tante sale da tè a chinatown, raccontando di questa bevanda che, se agitata, fa le bollicine, ma, sinceramente, io non le ho viste... a meno che non avessero voluto alludere ai brontolii - del mio stomaco in primis e di mio marito in secundis, che non la finiva più di lamentarsi della mia capacità di farmi infinocchiare, da chiunque e dovunque

a Chinatown, invece, ci siamo goduti un bel "dim sum"


questo era solo l'inizio, ma non è che proseguendo le cose siano cambiate di molto: a quanto pare, sapere che cosa si mangia non è concesso a Chinatown e chiedere informazioni è ancora peggio: nella migliore delle ipotesi, ti rispondono "mangia che è buono", quando invece non ti riempiono il piatto proprio di quelle palline rossastre e gibbose di cui preferiresti conoscere gli ingredienti, anziché doverle deglutire sotto lo sguardo fra il severo e il compiaciuto del cameriere di turno... L'unica certezza che ho è che mi sono tenuta alla larga dagli attentati del mio primo dim sum ( a londra, a causa di un capo cinese, mi toccava un pranzo etnico al giorno), a cominciare dalle chicken legs che tuttora sono inserite nel menu ( e che devono anche piacere un sacco, a giudicare da come venivano rumorosamente succhiate dai nostri vicini!!!)

comunque sia, è un'esperienza che rifarei ( e che, di fatti, cerco di fare ogni qualvolta mi trovo in " certo" estero, dove la cucina etnica è un po' più vicina all'originale di quanto non lo siano il riso alla cantonese o il gelato fritto). Ma siccome urgeva riequilibrare gli appetiti dell'altra metà della famiglia, orfana degli spaghetti al sugo e della mozzarella, abbiamo trovato un compromesso e, tirando dritto a little italy (sempre più piccola, sempre più triste), siamo andati a mangiarci questa cosa qui

ta dan...la new york cheese cake, quella cotta, per intenderci, mangiata a quattro palmenti niente meno che da Katz's, tipico deli dell'east end, famoso per la scena di Harry ti presento Sally...devo anche spiegarvi quale, o ci arrivate da soli? e comunque, nel caso foste lenti di comprendonio, c'è pure un bel cartello sopraelevato, ad indicare il punto preciso dove Sally si è seduta e ad augurarvi che il cibo di Katz's faccia lo stesso effetto anche a voi. Preciso preciso...

Su questa chiudo, perché se il fuso mi aiuta a non sentire la stanchezza a quest'ora ( a NY sono solo le cinque del pomeriggio), non credo che farà lo stesso domani mattina...

Alla prossima puntata


alessandra

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