Di Daniela



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Questa volta , davvero non avevo l’intenzione di fare nulla per il nostro blog…. Stavo giusto finendo le ultime “svaporate” agli abiti prima di risistemarli al loro posto, debitamente ordinati e puliti….. Poi, tanto per rilassarmi un momento, in mezzo ad un delirio di nuvolette di vapore e di custodie rigorosamente targate IKEA (frutto di antiche incursioni con la mia socia di malefatte) ho preso in mano un libretto dall’apparenza innocua, quasi tenera, con dei pomodorini verdi come copertina ed un titolo al limite del banale : “in tavola appena colti” . L’avessi mai fatto!
Per dirla con le parole delle streghe cattive delle favole, l’incantesimo mi ha ghermito e ho cominciato a tirar fuori dal frigo due o tre cosette che , giuro, per una volta avevo già (Diana proprio come è capitato a te con la gelatina)!!!
Gli abiti hanno dovuto aspettare 20 minuti per essere sistemati!

Il risultato è questo.
E il gusto, vi assicuro , è una meraviglia, specialmente per gli amanti della cioccolata fondente, fresco ma aromatico.
Provate e fatemi sapere!!

MARQUISE AUX FRAMBOISES ET CHOCOLAT

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Per 4 persone

· 150gr di cioccolato superiore (cioè con almeno il 43% di cacao)
· 90 gr di burro a temperatura ambiente
· 150gr di lamponi
· 2 uova
· Zucchero a velo



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Mettete il cioccolato a sciogliere a bagnomaria, tirate fuori il burro dal frigo e quando il cioccolato sarà pronto, toglietelo dal fuoco e aggiungete il burro, mescolandolo bene con una spatola.
Quando tutto è amalgamato perfettamente unite i due tuorli d’uovo e mescolateli con attenzione.
Montate a neve i due albumi e incorporate anche loro al cioccolato, delicatamente.
Foderate ora uno stampo con pellicola per alimenti e riempitelo con il composto, unendo i lamponi tenendone da parte un po’ meno della metà per decorare la marquise.
Mettere in frigo per almeno 6 ore.
Passato il tempo richiesto, sformate su un piatto da portata, decorate con i lamponi rimasti,
cospargete abbondantemente di zucchero a velo e servite molto freddo.
Potete accompagnarla anche con qualche ciuffetto di panna montata.
Buona giornata a tutti

Daniela

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di Alessandra

Stavolta, giuro, non ci ero cascata. Anzi, avevo resisito alla stragrande: nessuna concessione alle centinaia di sguardi languidi e obliqui che ammiccavano, moltiplicati alla enne, dalle vetrine delle librerie, nessuna debolezza di fronte agli osannanti commenti della critica, nessun cedimento, se non un'aria di commiserazione, davanti agli stupiti " ma come, non lo hai letto??" che mi hanno perseguitato per tutta l'estate. Anche l'annunciata vittoria dello Strega non solo non mi aveva smosso di un millimetro, ma anzi, aveva semmai reso più forte il mio proposito che "la solitudine dei numeri primi" non avrebbe varcato la soglia di casa mia. Troppe fanfare per un'opera prima, troppe parate da grandi occasioni, troppo bello il titolo, troppo bella la copertina, troppo bello lui, insomma: puzza di bidone lontano un miglio.
Ho resistito fino alla settimana scorsa, quando me ne sono ritrovata una copia sulla mia scrivania in ufficio- mossa strategica di una collega tenace e determinata, ricorsa all'extrema ratio una volta constatato che parlare di questo libro con me o con un muro avrebbe prodotto la stessa soddisfazione.
E' finita che l'ho letto e- udite udite- sono pure arrivata fino in fondo: la qual cosa colloca di diritto quest'opera nell'ambita classifica dei libri così e così, trattandosi indubbiamente di un pregio, visto che, espletati finalmente tutti i doveri in materia libresca, posso finalmente concedermi alla lettura solo come ad un piacere- e se il libro non è buono, come avrebbe detto il buon manfredi, che piacere è???
A scanso di equivoci, i pregi di La solitudine dei numeri primi si fermano qui. Nel senso che oltre un tenue interesse per la trama, non c'è altro. O meglio: manca tutto il resto, a cominciare dalle qualità essenziali per cui un romanzo è un romanzo e non un trattato scientifico, un sunto di psicologia spicciola, una lista della spesa.
E' tutta l'estate che sento parlare di "grande intuizione", di "titolo geniale", di "impostazione grafica accattivante" e robe del genere, come se fossero queste le qualità da perseguire nella stesura di una storia, dimenticando invece completamente che un romanzo è fatto anzitutto dalla scrittura, dalla tensione narrativa, dal ritmo dei dialoghi e -soprattutto- dall'introspezione dei personaggi, in un dosaggio calibrato - di tempi, di stacchi, di tinte- che qui, purtroppo, non c'è.
La scrittura, anzitutto, è piatta: nessuna increspatura sul piano del racconto, nessun affondo nell'analisi dei personaggi, nessuno stacco verso l'alto. I dialoghi sono una mezza presa in giro (stamattina sono buona), tutti modulati sulla gamma del "sì" e del "no", senza neppure lasciare spazio ai "forse " e ai "perché", onde evitare di oltrepassare la soglia della assertività tipica del trattato e sprofondare nella inquietante, immensa, emozionante, tormentata varietà dell'intelligenza del dubbio. Anche le scelte lessicali si appiattiscono sul resto, creando così l'impressione di un moto rettilineo uniforme che, se è coerente con la formazione scientifica dell'autore, non giova affatto alla componente emozionale del romanzo. Che, infatti, non c'è. In pratica, è tutto un susseguirsi di storie tragiche, di incidenti, di traumi, di abbandoni, di autodistruzioni reciproche che scorre via liscio come l'acqua, una macabra lista della spesa, appunto, che si spunta con lo stesso coinvolgimento con cui si mettono le varie cose nel carrello, da tanta è la prevedibilità degli eventi.
Se dunque alla fine si resta con l'amaro in bocca, non è per merito di Paolo Giordano,ma per il dispiacere di aver visto sprecate tutte queste intuizioni in un prodotto di così scarso livello. Per amor di metafora, è come affidare l'incarico di fare una torta con la farina del mulino, le uova della gallina dalle piume d'oro, il burro della malga del nonno di Heidi e altre prelibatezze a uno che magari ne conosce a menadito la composizione chimica e calorica, ma che, all'atto pratico, sbaglia dosi, tecnica di assemblaggio e tempi di cottura.
Se mai non fossi stata sufficientemente convinta di questo giudizio, me lo ha confermato la lettura successiva- o meglio: quella all'interno della quale si è inserita La Solitudine : io leggo stile matrioska, un libro dentro l'altro- vale a dire L'amore non guasta, di Jonathan Coe. Ora, che io ami Coe di un amore viscerale, assoluto, potente e passionale è cosa nota e non è il caso che vi tedi ulteriormente, tessendone il peana. Però, mai come questa volta ho avuto la certezza di trovarmi di fronte ad uno dei pochi veri grandi della letteratura contemporanea, seppure leggendo un'opera che non eguaglia le altre sue più famose: potenza della lettura parallela di due opere contrapposte per valore letterario, che ha permesso un progressivo disvelamento dei pregi dell'una e dei difetti dell'altra, in modo naturale, quasi involontario, mi verrebbe da dire, e per questo più implacabile ed impietoso.
Giordano parte da primi attori a cui non si può non voler bene: sono due vittime della vita, del tutto incolpevoli, che non hanno saputo trovare altra reazione se non quella di farsi del male, con un autolesionismo lucido, implacabile e feroce e che, quando la vita dà loro l'occasione di unire le loro solitudini, non sanno farlo, bloccati come sono da quel numero che di solito si inframmezza ai numeri primi e che qui è metafora dell'incapacità di vivere. In altri termini, Giordano muove da una materia ruffiana, per cui il lettore ha già la lacrima in tasca alla seconda pagina e la tranquillità di sapere già da che parte stare, visti i colpi di accetta con cui l'autore scolpisce i suoi personaggi, tutti i buoni di qua e i cattivi dall'altra parte. il punto di arrivo, però, è deludente, nel senso che il massimo della carica emotiva si registra nelle prime pagine, quando cioè ci si affeziona per forza ai due protagonisti, e poi scema via via in una calma piatta, ucciso dai difetti di cui sopra.
Coe cominica invece da comparse, persone che non hanno nulla per cui valga la pena di scrivere un romanzo e che, anzi, a dire il vero, sono pure un po' antipatiche, presentate da subito nei loro difetti più fastidiosi, più imbarazzanti, più odiosi. le loro storie sono fatte di responsabilità personali, di rifiuti consapevoli, di compromessi calcolati ed è impossibile, all'inizio, affezionarsi a qualcuno di loro, da tanto sfuggono a qualunque stereotipo, buono o cattivo che sia. Il bene e il male sono concetti esorbitanti, inarrivabili per la mediocrità di certe vite e, per giunta, sono nascosti, miscelati, inquinati l'uno nell'altro e per quanto le vicende siano semplici e la narrazione distaccata si percepisce da subito che di tranquillizzante, qui dentro, non c'è nulla. Ed è qui che si innescano le emozioni- e sono una reazione a cetena, in un continuo crescendo, al termine del quale i personaggi non sono più figure sbiadite e sfocate, ma emblemi dell'ingiustizia sociale dell'imperscrutabilità del destino, del male di vivere. Come si sia potuti arrivare a sentirsi così- scossi, amareggiati, turbati- partendo da mosse in apparenza innocue è un mistero che ogni volta mi affascina e di cui Coe conosce a menadito ogni segreto, visto che lo padroneggia con tale maestria. Ed è in questo che sta il suo pregio: nel saperti prendere alle spalle, con un andamento lento, nevrotico, a tratti anche un po' allucinato, sorretto da una scrittura minimale e potente al tempo stesso, sempre trattenuta sul filo della tensione da un'ironia tagliente e dolorosa che ti illude di mantenere le distanze, mentre in realtà ti spinge dritto al centro della vicenda. E non c'è bisogno di artifici, di operazioni editoriali, di bagarre pubblicitarie, di streghe e maghi e formule algebriche: basta solo averci dei numeri, quelli veri.
a mercoledì
alessandra

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di Daniela


cibo 001



Ci sono mattine in cui ti svegli bene, serena, nonostante la lotta con gli armadi per il cambio di stagione sia ad un punto critico , nonostante le tonnellate di indumenti che devi ancora lavare e stirare e piegare e mettere nei sacchi sotto vuoto e ri-posizionare negli armadi suddetti , nonostante tutto…… ti svegli col sorriso…. Raro ma capita!


Oggi è una di quelle giornate e così, mentre deambulavo alla ricerca della cosa meno pesante da portare a termine, sempre sorridendo, mi sono imbattuta in mia figlia grande che , con occhi spalancati e perplessi, come solo l’occhio di una ventenne ignara delle cose della vita può essere, mi ha detto farfugliando (appena alzata non è al meglio delle sue possibilità espressive!) “scusa mamma, ma in tutta questa confusione non trovo più la mia gonnellina, sai quella bianca di pizzo, uguale a quella nera , ma bianca (sic! Pensa che io sia un po’ tonta a volte evidentemente…), quella che fa completo con la camicetta di lino bianca e rosa, con le manichine corte, quella ecc ecc ecc ”

A questo punto ho staccato il contatto cervello udito, e, per non ucciderla, ho continuato implacabile a girovagare per casa, sempre sorridendo, cercando di concentrare la mia mente su cose piacevoli e ripetendomi , tipo tantra, “non strangolarla, crescerà” pensando nel contempo, a cosa vi avrei proposto oggi di godurioso, per consolare anche voi (Anna tu mi capirai), nel caso vi servisse, dall’avere a che fare con figlie che, ogni volta che un armadio deve essere sistemato, accusano emicranie pazzesche, ma poi cercano, nel bel mezzo del vostro lavoro, proprio quella gonnellina bianca di pizzo……

Ecco la consolazione promessa

Roselline di prosciutto crudo su gelatina di melone al porto
(melon jelly "au Porto wine" with Parma ham roses and kiwi's slices)



Mi ha ingolosito , leggendola su una rivista pochi giorni fa e così l’ho “fatta mia”, soprattutto nella presentazione e questo è il risultato:
per 8 persone
· 2 meloni per un totale di circa 2 kg piuttosto maturi
· 20 gr di gelatina in fogli
· Porto
· 200 gr di prosciutto crudo
· Sale e pepe bianco


Innanzi tutto mettete a bagno in acqua fredda la gelatina in fogli lasciandola una decina di minuti ad ammorbidirsi
Tagliate i meloni a fette, togliete come sempre filamenti e semi e riducete a pezzi la polpa.
Mettete nel mixer con poco sale e un a spolveratina di pepe bianco, frullate e otterrete circa 8° dl di frullato.
Raccoglietelo in una casseruolina con 4 cucchiai d’acqua e 4 di Porto . appena è tiepido unite la gelatina strizzata e fatela sciogliere. Tirate via dal fuoco e frullate ancora il composto o mescolatelo benissimo.
Qui la ricetta prevede di metttere il frullato ottenuto in uno stampo per ciambella e lasciarlo in frigo a raffreddare per almeno 6 ore.
Il tutto veniva servito con al centro della ciambella di gelatina ottenuta delle fettine di prosciutto crudo e aggiungeva per completare qualche rondella di kiwi
Io vi proporrei queste altre versioni, più semplici da servire e da gustare: intanto va bene mettere la gelatina in uno stampo e in frigo per le canoniche 6 ore; poi però una volta sformato , lo servirei nei bicchieri o in piccoli contenitori (la fantasia individuale non ha limiti), già diviso in porzioni e accompagnato da roselline ottenute arrotolando le fette di prosciutto su se stesse. E’ carino alla vista e pratico.
Scegliete comunque quello che preferite , con o senza kiwi e assaggiate…..
Buona giornata a tutte!!!

Daniela

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di Alessandra


tarte aux cerises et chocolat

Io sono una che fa il tifo. Si, lo so che detto così è poco elegante, che fa tanto curva nord e che alla mia età starebbe meglio dire "che si schiera", ma a me questa è un'espressione che proprio non piace. Mi sa tanto di "politically correct", di strategico - meglio: di tattico- di mosse studiate a tavolino nell'attesa di entrare in gioco, al momento giusto, con la parte giusta. Io non sono per niente così: sono una specie di mediano di sfondamento, tutta cuore e viscere, che si emoziona e si esalta e si innamora, e coinvolge e trascina e travolge, e finché non si arriva fino in fondo, non c'è verso che mi dia una calmata. Faccio il tifo per un sacco di cose, ogni giorno: e se, a lungo andare, riconosco che ci sono alcuni punti fermi ( la libertà, per esempio, declinata in tutte le forme, dai diritti personali giù giù fino al significato del nome di mia figlia, o la giustizia, del rispetto della quale ho finito per farne una professione, o il Genoa, la sola bandiera sotto la quale mi riconosca sempre e comunque), è anche vero che ogni volta c'è ancora qualcosa per cui valga la pena di mettersi l'elmetto e partire in quarta, sia che si tratti dell'ennesima gabella iniqua del nostro Comune o dell'ultima discussione davanti alla macchinetta del caffè.

ciliegie

E' da ieri per esempio, che faccio il tifo per questa torta- e lo faccio con la stessa visceralità (stavolta, è proprio il caso di dirlo), con cui sostengo le altre cause; la ricetta proviene da uno dei milioni di libri che compro, sfoglio, riempio di "uuhhhh, aaaahhh, iiihhhhh" e promesse varie (questa la facciamo per tizio, quell'altra per caio) e poi finisco immancabilmente per dimenticare su qualche scaffale, sommerso dagli acquisti compulsivi dei giorni successivi. Il testo in questione è "Cioccolato, nuove armonie" di Rosalba Gioffrè, ed. Giunti, che cito solo per chiederle scusa delle numerose modifiche da me apportate all'originale, sicuramente migliore di questa tarte. Che però è una roba mai vista, un tripudio dei sensi, l'idea platonica della goduria somma, come si vede dalla prima foto, quella con lo sbuffo di cioccolato che cola denso e voluttuoso dalla crema frangipane e per cui so che siete già lì, fra lo sbavante e il maledicente, a dirmi che non è nè l'ora nè la stagione per indurvi in queste tentazioni. A parte che alla mia età, di tentazioni mi son rimaste queste e ben poche altre, l'ora è quella giusta (qui sono le 6.26, abbiamo una giornata intera per smaltire le calorie) e la stagione anche, perché se non le mangiamo adesso, le ciliegie, quando lo si fa più???? quindi, armatevi e partite e cominciate subito....

TARTE AUX CERISES ET CHOCOLAT

tarte aux cerises et chocolat

per la frolla
300 g di farina 00
200 g di burro
100 g di zucchero
1 tuorlo
scorza grattugiata di limone ( poca)

per la crema frangipane al cioccolato
120 g di burro morbido
150 g di farina di mandorle ( o mandolre tritate finissime, con un cucchiaio di zucchero)
2 uova intere
1 cucchiaio di cacao amaro
20 g di farina
150 g di zucchero a velo (è preferibile, perché vi fa risparmiare un po' di tempo nelle operazioni di montaggio, ma non è fondamentale)

400 g di ciliegie (il plurale è all'antica, chiedo venia, ma un'altra delle minoranze per cui faccio il tifo è la grammatica italiana)
100 g di cioccolato fondente

Si inizia dalla frolla, che si prepara impastando velocemente tutti gli ingredienti: la si stende in uno stampo da crostata e la si lascia riposare in frigo per un'oretta. Poi si fa una prima cottura in bianco, in forno statico a 170-180 gradi, per dieci minuti.
Nel frattempo, si grattugia il cioccolato e si snocciolano le ciliegie
Si prepara poi la crema frangipane, montando bene il burro con lo zucchero: per "bene" si intende, di solito, che i granelli dello zucchero semolato non si dovrebbero sentire più. Con lo zucchero a velo si fa prima. Si incorporano poi le due uova, una dopo l'altra, sempre montando con le fruste e in ultimo la farina di mandorle, la farina bianca e il cacao: l'aggiunta delle farine va fatta mescolando con un cucchiaio.
Si prende il guscio di frolla e si cosparge il fondo di cioccolato tritato; poi, vi si adagiano le ciliegie snocciolate e si versa su tutto la frangipane, livellandola bene con una spatola. Di nuovo in forno, alla stessa temepratura di prima, per mezz'ora.
Teoricamente, bisognerebbe lasciarla raffreddare e poi glassarla con qualche filo di cioccolato fuso, fatto scendere dal cono di carta forno. Per me, è stata già una fatica erculea aspettare che si raffreddasse per poterla sformare ( appena esce dal forno è molto molle, ma non vi preoccupate, la frangipane fa così, si consolida dopo), figuriamoci se stavo a perder tempo con le decorazioni. Perfetta per la colazione, il tè delle cinque, il fine pasto, la merenda, lo spuntino di mezzanotte, la pausa caffé e qualsiasi altra occasione ci sia per potersela mangiare.
Per inciso, io e la Dani abbiamo rischiato la morte (siamo entrambe allergiche alle ciliegie), ma per voi questo e altro...
buona giornata
alessandra




Questa ricetta partecipa alla raccolta " Ma com'è rossa la ciliegia", indetta da Rosso di Sera

http://rossa-di-sera.blogspot.com/2009/05/ma-come-rossa-la-ciliegia-parte-la.html





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Di Daniela

Mia suocera è una donna fantastica sotto moltissimi punti di vista, ma direi che la cucina è il meno vistoso tra tutti…. Io infatti sono una di quelle fortunate a cui il marito non ha mai detto “ ah, questo come lo fa la mia mamma….” Perché in effetti “come lo fa la sua mamma “ a lui non piace!
Vi faccio alcuni esempi: la sua fama ha varcato i confini dell’universo per il caffè, che prepara in casa con la moca. Vi basti sapere che nessuno ormai lo beve più, se non costretto da uno sguardo imperioso della padrona di casa e anche gli ospiti, compresi i più temerari, si astengono dal chiederle di prepararlo. In casa è meglio noto come la famigerata “crema d’Arabia” e lei stessa quando usciamo e ne prendiamo uno in qualche bar, si chiede come mai chiamino quel liquido scuro, profumato e intenso nella tazzina, “caffè”, quando il “suo” caffè è completamente diverso! “Non sembrano proprio la stessa della cosa!” dice e ci ride perfino lei.
Altra magica preparazione è la pizza , tanto che perfino i suoi nipoti, che pur di farle piacere mangerebbero qualunque cosa, di fronte ad un “se venite vi faccio la pizza” cercano di far scivolare, con molta delicatezza, devo dire, l’argomento su quanto la pizza possa essere difficile da apprezzare in casa, e parlano del calore eccessivo che produce il forno e della difficoltà nel reperire materie prime che rendano onore alla cuoca… insomma qualunque argomento è buono per farle variare il menù.
Però devo dire che su alcuni piatti è brava: riesce a fare per esempio un ottimo ragù sia bianco che col pomodoro, una buona torta di zucca e un ottimo zimin di ceci e bietole, ricetta che le viene direttamente da sua suocera, che era invece una cuoca eccellente.
Eccovi la sua ricetta personale



Per 4 persone:
• 300 gr di ceci secchi
• 150 gr. di bietole
• Olio evo
• mezza cipolla
• Sale e pepe

Innanzi tutto i ceci vanno tenuti a bagno per almeno 15/16 ore ( per es. da primo pomeriggio a mattino successivo).
Poi si mettono a lessare in acqua fredda e devono sobbollire delicatamente per circa 1 ora e mezza. Il sale mia nonna diceva che era meglio aggiungerlo verso fine cottura dei legumi, non so se ci fosse un motivo razionale o fosse una di quelle cose “da nonne” che “si fanno così” comunque io mi adeguo.
A parte pulite le bietole. Sciacquatele, spezzettatele con le mani e mettetele per qualche minuto a insaporire in un soffritto di olio e cipolla tagliata a fettine sottili, in una casseruola meglio se di terracotta.
Appena sono un po’ appassite, scolate i ceci , conservando l’acqua di cottura (io userei la schiumarola , per i non toscani, mestolo forato) .
Tenetene da parte una manciata e gli altri buttateli con le bietole; fate insaporire anche loro e poi aggiungete l’acqua di cottura e i ceci che avete tenuto da parte , passati col passaverdura.
L’acqua deve essere sufficiente a coprire i ceci di un paio di dita non di più, perche la minestra deve risultare un po’ densa. Eventualmente potrete sempre aggiungerne altra strada facendo.
Regolate di sale e pepe e fate cuocere per un’altra mezz’ora/40 minuti, perché tutti i sapori si amalgamino.
Quando è cotta potete servirla sia molto calda, sia (in questa stagione) a temperatura ambiente, mettendo nelle scodelle (piatti fondi) anche qualche fetta di pane abbrustolito se piace, e completando il piatto con un giro d’olio e una macinatina di pepe.

Buona giornata a tutti
Daniela

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Abbiamo ricevuto questi due premi da Tania , che ringraziamo moltissimo e che, essendo i primi , ci fanno ancor più piacere!!

li giriamo a tutte le nuove amiche di queste prime settimane nel mondo della blogsfera, vale a dire
Sabrina
Giovanna
Stefania
e colei che ha avuto il coraggio diaprire la lista dei lettori fissi di questo blog, la temeraria Cinzietta
Grazie ancora a Tania
Alessandra e Daniela

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di Alessandra
TARTARE 2

Della miriade di test che circolano oggi su FB,l 'unico che non farò mai è quello che indaga sulla persona che ti manca di più. Il motivo è semplicissimo e non ha nulla di sentimentale o di intimo, anche perché le mie carenze affettive o me le tengo per me o me le risolvo in altro modo (e l'alto numero della produzione dolciaria di questo blog potrebbe già essere un valido indizio). L'unica ragione per cui non farò quel test, dicevo, è perché so già la risposta, nel senso che la persona che davvero mi manca in modo lacerante, di cui avverto l'assenza con accenti di sincera disperazione e per riavere la quale sarei disposta a fare quasi qualsiasi cosa, è l'omino della pompa di benzina.


A Genova, praticamente, è una razza estinta: esclusa la erg, nella quale non ci si mette piede per ragioni di fede, ne esistono solo due riserve, una a tommaseo, l'altra in viale brigate partigiane, nelle quali però gli omini sono visibili sono in certi orari che, manco a dirlo, non coincidono quasi mai con i miei. Se poi si aggiunge che per me la benzina è un rimedio per la tosse delle automobili,- leggasi: finché la micra non si mette ad avanzare a balzelloni, col cavolo che le dò da bere- ecco che la cosa assume contorni inquietanti.

"Vai al self service" , direte voi. Troppo semplice, rispondo io. Perché se c'è un luogo che inibisce ogni mia facoltà, interrompendo i già tenui collegamenti fra arti e neuroni, quella è proprio la piattaforma dei benzinai, diventata, da qualche tempo, lo scenario preferito per dar prova della mia innata imbranataggine. Le volte in cui mi sono annaffiata i piedi di benzina, per esempio, non si contano più. E neppure quelle in cui mi sono avvolta nella pompa, stile laocoonte, alla ricerca dello sportello del serbatoio che mai una volta che sia dalla parte giusta. Senza contare quando son partita con il tappo sul tetto della macchina (almeno 3 volte) o i casi di furtivo abbandono della pompa sul tetto del distributore, all'ennesimo vano tentativo di incastrarlo in quel maledetto affare (almeno 2) o la volta in cui poco ci mancava che venissi presa ad ombrellate dalla tipa al cui distributore avevo osato attingere io, dopo che a pagare era stata lei....

TARTARE 1

Potete quindi immaginare con che umore, oggi, ho imboccato la rampa del primo self service a tiro, una volta resami conto che il mirino della macchina di mio padre era del tutto appassito e che l'alternativa a tirar dritto anche stavolta era dover spingere fino a casa. Siccome sono una vera signora, sono uscita dalla macchina smoccolando sottovoce e ho continuato imperterrita, a mano a mano che si ripeteva il solito copione del qual è la pompa, dov'è lo sportello, di che colore la devo fare, e come si apre 'sto coso, e il tappo dove lo metto, il tutto intervallato da invocazioni accorate all'omino della benzina. Che, all'improvviso, mi è apparso di fianco. Un omino piccolo piccolo, che non aveva nessuna tuta, nessun cappellino, nessun distintivo, ma che poteva essere la reincarnazione di Mr Furio Baden Powell, vista l'alacrità con cui aveva deciso che il momento della buona azione quotidiana era arrivato e che bisognava metterla a punto come si deve. Da lì in poi, è stata tutta un'escalation di esortazioni, tutte intervallate da un crescendo di 'su, su': " su, su, prenda la pompa, su su apra lo sportellino, ma non così, ma come si fa, su su ora sviti il tappo, e faccia piano, che non è mica un giocattolo, e scusi, su su , metta i soldi lì dentro e com'è che non ci entrano e sfido io, guardi come sono spiegazzati, su su li lisci bene, sfido poi che non entrano, ma non ha altro da attorcigliare, lei?"
Giuro che la tentazione di rispondergli che potevo sempre provare con la pompa di benzina, da attorcigliare attorno al suo collo, ce l'ho avuta. E penso che sia stata così forte che sia trapelato qualcosa , perchè il tipo mi ha girato le spalle e se ne è andato via senza salutare, lasciandomi con venti euro perfettamente stirati in mano e un "su su, che modi" divertito a mezz'aria. Però, mi è tornato il buonumore e, già che c'ero, ho fatto pure il pieno...

tartare di tonno con pomodorini, capperi e basilico


TARTARE

Per 500 g di filetto di tonno freschissimo e tagliato al coltello servono
250 g di pomodorini sodi
50 g di capperi di pantelleria
2 spicchi d'aglio
una bella manciata di foglie di basilico
olio EVO
limone
sale

Si prepara un concassè di pomodori che si mette a scolare in un colino, in modo da dar via bene tutta l'acqua. Si sciacquano i capperi e si tritano grossolanamente. Si sminuzzano le foglie di basilico e si traglia l'aglio a fettine sottili. Si uniscono tutti gli ingredienti al tonno, senza condimento, e si ripone in frigo, in un recipiente coperto, fino a poco prima di servire, quando lo si condisce con olio e sale. Al momento di imppiattare, aggiungere pochissime gocce di limone, facendo attenzione a che il tonno "non cuocia".
Buona serata
alessandra

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spaghetti bottarga e nocciole (ingr)

Ora io mi chiedo: com'è che due che da anni hanno come sport preferito quello di rincorrersi nei vari traslochi e che chiacchierano senza ritegno ovunque e comunque e che per questo decidono di mettere su un blog di cucina insieme-perché sai che figata, così vicine, come essere nella stessa cucina, ci divertiremo un mondo... bene, dicevo, com'è che 'ste due, in barba alle porte confinanti e ai potenti mezzi di comunicazione (da FB al balcone) riescono a produrre, nello stesso giorno e alla stessa ora, la stessa ricetta????
e meno male che mi è venuto in mente di dare un'occhiatina preliminare, giusto per vedere se c'era qualcosa di nuovo: perché altrimenti sarei partita secca con la storia della bottarga, e dell'amica vacanziera e del segreto dello spaghetto svelato e chi glielo avrebbe spiegato, ai venticinque lettori della blogsfera, che siamo proprio così sul serio, mica lo facciamo apposta???

spaghetti bottarga e nocciole (ingr.1)

e però ora mi chiedo: cosa ne faccio di tutto 'sto ben di dio? e no, perché buttare la roba è un delitto, come avrebbe detto mia nonna, e buttare la roba da mangiare lo è ancora di più. E no nmi importa se è virtuale o meno: l'impegno ce l'abbiamo messo, ecchediamine., e quello era reale. E le foto, poi, per noi che il professionismo non abita qui, vuoi mettere che fatica, fra obiettivi mal chiusi, luci sbagliate , inquadrature sbilenche e quand'è che si mangia e quand'è che la finisci con 'sto blog???

Insomma, a farla breve, io la ricetta ve la metto lo stesso, con tanto di commenti e riflessioni a margine. e mentre ci pensate un po' su, vado ad attaccarmi al campanello della porta accanto, che non sia mai che domani ci venga un'altra botta di originalità...

SPAGHETTI ALLA BOTTARGA E NOCCIOLE


spaghetti bottarga e nocciole

per 4 persone
200 g di spaghetti integrali
50 g di nocciole
una cipolla piccola (meglio se rossa)
bottarga (la mia è quella di Favignana, va bene qualsiasi tipo, purché di ottima qualità)
succo e scorza di un limone
prezzemolo
olio EVO
sale



Mettere su l'acqua per la pasta
Tritare finemente la cipolla e farla appassire in tre cucchiai di olio EVO. da parte, in una cassaruola dal fondo spesso, far tostare le nocciole per qualche minuto, poi tritarle grossolanamente.
Lessare gli spaghetti molto al dente, scolarli, tenendo da parte due mestoli d'acqua e portarli a completa cottura nella padella dove si è fatta stufare la cipolla, aiutandosi con l'acqua tenuta da parte. Aggiungere le nocciole e mescolare bene; in ultimo, grattugiare abbondantemente la bottarga, aggiungere una grattugiata di scorza di limone e tanto prezzemolo.
Mescolare direttamente nella padella e impiattare, spruzzando qualche goccia di limone e aggiungendo un'ulteriore grattugiata di bottarga.
A me, l'idea di abbinare bottarga e nocciola piace tantissimo: il risultato, però, è così e così, nel senso che è un po' "piatto": ma se scopro la "x" no mi tiene più nessuno: cosa dite, mi aiutate???


Buona notte
alessandra

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Di Daniela

 

 

 

Sabrina è una delle mie amiche più care ( sono l'orgogliosa madrina della sua secondogenita, Irene), ed è una delle ragazze migliori, più organizzate e capaci al mondo, ma….. si c’è un ma. Quando dopo meditazioni e analisi varie lei e suo marito decidono di partire per un po’ di riposo con i bimbi, capita spesso qualcosa che le rende la vacanza indimenticabile…. E non sempre in senso positivo!

 

 

 

Nel caso in questione, per esempio, si è trattato di un viaggio in Sardegna a Luglio con conseguente ustione…. di sole , direte voi! No , trattandosi di Sabrina , si parla di un’ustione da acqua, per fortuna non proprio bollente, sulle gambine del piccolo Giorgio, che, per precauzione, lei voleva rinfrescare al rientro dalla spiaggia, nella sua camera, in un hotel a 4 stelle.
Proprio così
Ha aperto il rubinetto miscelatore sull’acqua tiepida ed invece, per un cattivo controllo da parte dell’hotel stesso, è uscita acqua caldissima, che ha ustionato lei, ma soprattutto il piccoletto, per fortuna in forma non grave.
Soluzione: ultimi giorni di vacanza con Giorgio imbronciato , fasciato e lontano da sabbia e mare, tenuto all’ombra nel giardino dell’hotel….
Beh, al ritorno da questo tentativo di relax, mi ha portato in dono 2 confezioni di bottarga squisita e mi ha spiegato, tra un racconto e l’altro dell’accaduto , come le hanno detto di prepararla gli isolani.
Tutto molto naturale, a crudo e ….profumatissimo
 
Dunque, gli ingredienti sono per 4 persone: la quantità di pasta a persona dipende dal vostro appetito, naturalmente, ma diciamo che indicativamente , se i vostri commensali sono golosi, le quantità sono:
 
1. 400 gr. di pasta
2. 60/70 gr. di bottarga di muggine ( la mia era della “Delizie di Sardegna”, squisita), ma va bene anche quella di tonno, forse un po’ più decisa di gusto.
3. 6 cucchiai di olio extra vergine di oliva
4. ½ cipolla rossa (di Tropea preferibilmente)
5. 1 scatoletta di tonno sott’olio perfettamente sgocciolato
6. pepe

 



La preparazione prevede come unico accorgimento il ricordarsi qualche tempo prima di cominciare a cucinare, di mettere in infusione, in una boule di vetro, una parte degli ingredienti e cioè l’olio, la cipolla tagliata a fettine sottili e metà della bottarga (a cui avrete prima tolto la pellicina che la ricopre) grattugiata con la grattugia a fori grossi, in modo da non ridurla in polvere…. È molto naturale,come vedete, tutto a crudo ed è l’insieme armonioso dei gusti che fa il piatto.

 

 

Fatto questo siete già a buon punto, perché quando sarà l’ora di mettersi a tavola basterà buttare la pasta, aggiungere il tonno scolato e sbriciolato agli altri ingredienti in infusione, attendere che gli spaghetti abbiano raggiunto la cottura al dente, scolarli e metterli nella zuppiera dove avrete travasato il condimento.

 

Ora date una bella rimescolata e portate in tavola, accompagnando con la rimanente bottarga tagliata a fettine sottili da spargere sopra il tutto, insieme ad una buona macinata di pepe.
E ancora una volta …buon appetito
 
P.S. Al piccolo non è rimasto alcun segno sulla pelle, salvo una “naturale” ritrosia verso l’acqua della vasca….. che sia dovuta alla scottatura o alla naturale antipatia dei bimbi in genere per il lavarsi, non saprei dire…..
 
Daniela

 

 

 

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di Alessandra



Andiamo con ordine: chi trova un'amica, SPENDE un tesoro: specialmente se l'amica in questione è un'altra come te, con tanto di blog, passione culinaria e lacrima facile di fronte agli stampini azzurri a forma di trifoglio. E specialmente se, dopo aver letto il tuo, di blog, ha pietà dei tuoi lai e ti propone di trasformare un elegante aperitivo di mezza sera, fra due eleganti signore di mezza età, in una forsennata corsa all'Ikea, a raccattare le ultime offerte, in preda ad una sorta di horror vacui per l'ultimo millimetro quadrato del pensile in alto a sinistra, che forse, se stringo tutto il resto, lì ci sta.
Per inciso, mai sortita poteva capitare in un momento più felice per me : non solo la creatura giaceva simil malata dai nonni, ma, quel che più importa, il marito era impegnato nella consueta missione bisettimanale della sostituzione del disertore di turno della partita del lunedì. La qual cosa, in casa mia, ha un unico significato: via libera.
E così, mi sono data alla pazza gioia, comprando assolutamente di tutto, in una gara a chi riempiva di più il carrello, con tanto di gridolini estatici e di patetiche rincorse verso gli ultimi esemplari rimasti sugli scaffali. Abbiamo rastrellato tutto, senza pietà, in un tripudio di sacchetti gialli, matite di legno, blocchetti segna cose. il culmine lo abbiamo toccato nel reparto bambini, quando, in preda al delirio, abbiamo iniziato a togliere metaforicamente di bocca ai piccoli clienti decine di pentolini colorati, "perfetti per il catering", e il culmine del culmine lo ha toccato quell'altra disgraziata quando ha interrotto sul nascere ogni recriminazione di un gruppo di madri fra il basito e il contrariato, dicendo che lei, a casa, era piena di figli che la aspettavano ed evocando strazianti immagini in puro stile rondinino pascoliano.


Ho fatto le scale carica come un mulo, con tre sacchetti ikea da una parte e borsa e chiavi dall'altra, pregustando le tre ore di tempo che mi restavano per riuscire ad occultare comodamente il malloppo, prima del rientro del marito. Il quale, ovviamente, era in casa: anzi, ad essere precisi, era proprio sulla soglia, pronto per uscire, dopo aver fatto un salto veloce a cambiarsi.
Non intendo turbare in alcun modo la consueta aulicità dei contenuti del blog con basse narrazioni di quel che è successo dopo: vi basti sapere che sono stata graziata dall'urgenza della partita e che ho trascorso le tre ore successive a inandiare quello che di più simile ad una cena "vera" e non da food bloggers, potessi preparare.
Ed è qui che è intervenuta in soccorso l'altra amica, o meglio: mi sono venute in soccorso le sue meravigliose sarde in saor, che tanto avevano mandato in estasi i nostri ospiti, giorni prima, e che troneggiavano, belle incellofanate, nel ripiano nobile del frigo, pronte a salvarmi la serata e l'umore e tutto quanto il resto. E dopo due giorni erano così buone, ma così buone, ma così buone che hanno contagiato anche il marito, stranamente ben disposto verso gli apri-pista che vedete qui sotto e di cui mi sbrigo a darvi la ricetta, prima che mi dimentichi che cosa ho improvvisato con gli avanzi dei giorni scorsi....

melitzanosalati e guacamole



per la melitzanosalati
2 melanzane lunghe, possibilmente panciute
2 spicchi d'aglio
peperoncino
sale
olio

Mettere le melanzane in forno ( l'ideale sarebbe farle abbrustolire su una gratella, ma in mancanza di cavalli trottano gli asini, come si dice a Genova..) e farle cuocere a 200 grad fino a quando saranno tenere ( almeno mezz'ora). Svuotarle della polpa con un cucchiaio, condire quest'ultima con due spicchi d'aglio sminuzzati finemente, sale e un po' di peperoncino e frullare, fino ad ottenere una crema morbida. Aggiungere poi olio leggero 8 sempre EVO, ovviamente) montando come per la maionese

Guacamole veloce
1 avocado maturo
semi di coriandolo
1 cipollina tritata
il succo di un lime
qualche goccia di tabasco
sale
Svuotare con un cucchiaio l'avocado, bagnarne la polpa con il succo di lime, perché nn annerisca e schiacciarla bene con una forchetta. Aggiungere gli altri ingredienti e, se piace, qualche goccia di tequila.

Insalata di Avocado, Mele rosse, Arachidi



Praticamente, è tutta nel titolo. bisogna avere l'accortezza di bagnare sempre con del succo di limone o di lime l'avocado e le mele (io li ho anche tagliati con il coltello di ceramica, che itarda l'ossidazione) e poi condire con olio leggero , sale e un po' di coriandolo. In frigo fino al momento di servire.
Buona notte
alessandra

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