Di Daniela


Le mie figlie hano preso dalla mamma la passione per l'equitazione. A Genova però tra la scuola, il piano, i compiti, il nuoto e tutto il resto non c'è proprio tempo di dedicarci a questo sport. Qui, senza fretta, senza stress e impegni pressanti di sorta, abbiamo la possibilità di passare un po' di tempo con i cavalli, in mezzo peraltro all'odor del cuoio delle selle e dei finimenti, a quello del fieno, e delle erbe profumate, ma anche mosche tafani e profumini vari, diciamo un po' meno gradevoli per le narici, ma devo dire che tutto l'insieme non da proprio fastidio a chi ama l'ambiente... anzi ti sembra quasi che il tutto sia assolutamente logico e naturale.... Vorrei però che vedeste la faccia di mio marito ogni volta che, facendosi violenza e solo per amore delle sue figlie , ci viene ad accompagnare durante i week end, per ammirare i miglioramenti delle creature. Lui, diciamo da non amante del "nobile animale", ma anzi, piuttosto infastidito dalla sua presenza, trova l'insieme molto meno naturale e piacevole. Sarà forse per quella volta che il cavallo, con lui già in sella, aveva deciso di rotolarsi nella terra, per liberarsi degli anmali fastidiosi? ah saperlo.... ai posteri , come sempre, l'ardua sentenza!!
Comunque, ciò non demotiva le ragazze, che appena mettiamo piede a Bormio, partono con la fatidica domanda: "Quando andiamo a Santa Caterina, mamma?" e da li a "Mamma prenoti la lezione con Lele, per favore?" il passo è brevissimo.
Quindi eccoci, mooooolto spesso in mezzo alla polvere, ai succitati mostriciattoli alati e agli amati cavalli con tanto di stivali , cap e guanti, per passare ore piacevolissime e coinvolgenti....
Comunque, c'è da dire che dopo tutto questo movimento, dopo camminate a piedi per me e a cavallo per loro, si può esagerare un po' col cibo, fino al punto di concedersi con un sorriso degli ottimi

PIZZOCCHERI ALLA VALTELLINESE


occorrono, per prepararli per 4 persone:
  • 300 gr di farina di grano saraceno e 200 di farina bianca 00 oppure 500 gr di pizzoccheri già pronti
  • 500 di cavolo verza o di coste, dipende da quello che preferite o che avete sottomanoo che è più di stagione... pare che sianoottimi anche con i fagiolini......
  • 3 patate grandi
  • 400 gr di Casera giovane ( formaggio DOP della Valtellina)
  • 200 gr di burro dice la ricetta originale, ma io penso che poco più di metà sia già sufficiente: vedete voi
  • 100 gr di parmigiano grattugiato
  • 1 spicchio di aglio
  • sale e pepe
Innanzi tutto per i pizzoccheri mescolate le due farine fra di loro e bagnatele con acqua sufficiente a impastarle. Lavoratele , come dice il mio testo di riferimento (Ricette senza tempo in Valtellina) in modo molto poetico, "per un buon quarto d'ora finchè l'impasto risulti come velluto al tocco". Tiratele poi in una sfoglia dello spessore di circa 3 mm e tagliate da questa delle tagliatelle larghe circa 1/2 centimetro o poco più e lunghe 8 cm circa. Le misure così precise le ho tratte direttamente, niente popò di meno che dall'"accademia del Pizzocchero". Eh!?! mica scherzo nella ricerca!

Ora buttate, in abbondante acqua bollente, le verdure tagliate a pezzi e fatele cuocere per circa 10 minuti.
Passato questo tempo aggiungete anche i pizzoccheri, salate l'acqua e fate cuocere per ca. 7 minuti.
Assaggiateli , per accertarvi che siano leggermente al dente, scolate il tutto e disponetelo a strati in una teglia adatta a servire in tavola, o nei singoli piatti dei vostri commensali: uno strato di pizzoccheri e verdure e uno di formaggio tagliato a pezzettini (per favorirne la fusione) e un paio di cucchiaiate di parmigiano e ancora uno strato di pasta e verdure. Continuate fino a esaurimento degli ingredienti e poi condite il tutto versando sopra il burro fuso a parte sul fuoco con lo spicchio d'aglio (dovrebbe essere soffritto per la verità...) . Terminate con una spolveratina leggera di pepe e servite caldi.
Dovessero avanzarvi, sono squisiti anche il giorno dopo, messi in forno per qualche minuto con 2 o 3 fiocchetti di burro su......
Capisco che giù da noi questo può essere giusto un piatto invernale, ma qui è perfetto anche adesso , dopo una bella passeggiata in quota data con la scarsa umidità...

...e le temperature miti che ci sono....


buona giornata a tutti

Daniela

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Oggi, per noi, ricorre il primo anniversario di una bella data- e cioè la scoperta dell'appartamento dove viviamo sereni da quasi un anno, felicemente ricongiunti alla Dani e ancor più felicemente liberatici di un vicinato spocchioso e maleducato, che neanche se si fosse indetto un concorso su base nazionale li avrebbero selezionati così bene. In questa nuova casa, ho una stanza tutta dedicata alle "cose di cucina", con una parete e mezza interamente tappezzata da pubblicazioni culinarie. Qui, signore mie, c'è assolutamente di tutto: dai testi sacri unti e bisunti a quelli patinati, aperti e richiusi e dimenticati per sempre, da decennali di riviste catalogate mese per mese, a numeri sparsi ma preziosi, da faldoni alti mezzo metro tenuti insieme con elastici ,ai quaderni della nonna, della mamma, dell'amica- e soprattutto della sottoscritta, che ha la grafomania nel dna. Quando ho finito di sistemarli tutti, ho giurato e spergiurato che non avrei mai più comprato nulla e che, semmai, mi sarei dedicata giorno per giorno a provare le decine di migliaia di ricette riordinate dal pavimento al soffitto. Un anno dopo, stiamo prendendo le misure per aggiungere la seconda libreria, con il marito che ormai ha smesso di fare domande e con la mia coscienza sempre più appesantita. E non è tanto per il giuramento di cui sopra ( ero tutta un incrocio, di dita, di gambe, di braccia, giacché sapevo che lo avrei infranto appena varcata la soglia di casa), quanto per il rimpianto di sapere già adesso che, per quanto a lungo io vivrò, non riuscirò mai a smaltire neanche la metà di tutte quelle meraviglie racchiuse nei miei libri. Che, per inciso, sono ricette- e quindi, per definizione, hanno senso su una pagina solo nella misura in cui riescono ad essere riprodotte in concreto, prendendo vita e sprigionando tutta la magia del loro potere, consolidando legami antichi e creadone dei nuovi, evocando ricordi, suscitando emozioni. Con me, i miei tempi ristretti, le mie lune, i miei blogghi, è quasi tutta fatica sprecata.
L'idea, aed essere sincera, mi era venuta qualche tempo fa, quando ancora non c'era questo blog e io scrivevo solo sul forum de La Cucina Italiana: purtroppo, erano state sollevate un sacco di questioni e alla fine, avevo desistito.
Ma, ora che possiamo contare su uno spazio nostro ( e qui parlo al plurale, perché la Dani, nella sua beata incoscienza, non solo ha acconsentito a che partisse 'sta cosa, ma ne è pure entusiasta), ora che possiamo contare su uno spazio tutto nostro, dicevo, possiamo fare quello che vogliamo, no? A maggior ragione se, quello che vogliamo, non ha nulla di losco o di illegale, ma rientra semmai in quello spirito di condivisione che anima la blogsfera- e la food-blgsfera ancora di più.
Per farvela breve, l'idea è questa. Ogni settimana, su Menu Turistico verrà pubblicato il testo di una ricetta tratta da un libro o da una rivista fra quelle che possediamo ovviamente con tutte le doverose citazioni del caso: quindi, voi saprete che la ricetta che proporremo sarà di Pinco Pallo, tratta dal libro XXX, pubblicata dalla casa editrice YYY, nell'anno ZZZ al costo di un Tot. Solo che questa ricetta non sarà stata già eseguita da noi, ma semplicemente la metteremo a disposizione a chi, dei nostri lettori, vorrà farlo.
In cambio, non chiediamo assolutamente nulla. Non siete tenuti a pubblicare sul blog la vostra esperienza, nè la vostra foto e neppure siete tenuti ad eseguirla nel giro della settimana, che chissà che cosa succede se, maniman, non arrivo in tempo. E' ovvio che se ci mandate un cenno di riscontro, non può che farci piacere, quanto meno per vedere se l'esperimento funziona: così come ci farebbe immensamente piacere discutere in teoria di dosi, ingredienti, procedimenti et similia: ma, credeteci, per noi è già una gioia poter offrire a queste ricette una o più opportunità di essere conosciute, eseguite, divulgate, con una passione che si alimenta con la condivisione di quello che si ha, poco o tanto che sia.
Cosa ne dite, cominciamo??
ciao
Alessandra






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di Alessandra

wasabi ice cream 2


Ve lo avevo detto, no?, che bisognava che ci tirassi fuori qualcos'altro, da 'sto wasabi qua. Anzi, se proprio devo essere sincera, l'acquisto della famigerata pasta era stato ispirato proprio da un gelato al wasabi, mangiato a fine pasto nel ristorante giapponese più trendy della città- quello nella boutique, per intenderci, con tanto di autografo della Yespica in bella vista. Ed era dalla prima cucchiaiata che stavo pensando di provarci anche a casa, visto che, di tutto quello che avevamo scelto, l'unica portata riproponibile per le mie capacità e per i palati domestici sembrava essere solo quella.
More solito, appena entrata in possesso dell'ingrediente, mi sono dedicata a tutt'altro ( i 4kg e mezzo di mirtilli ibernati nel freezer lo dimostrano) e se non fosse stato per i bicchierini il povero wasabi sarebbe rimasto lì a marcire in dispensa, al pari di non so quanti altri ingredienti per cui avrei dato un braccio per averli e di cui oggi ho dimenticato l'esistenza.
A farla breve: sono partita dal gelato alla crema di Santin, senza il latte condensato: per un bel po' sono stata tentata dal'usare panna e latte di soia, ma temevo disastri sul fronte della cremosità. Il risultato è stato molto simile a quello del ristorante ( azzarderei anche un "più buono", a dirla tutta), a parte il colore, che da loro era verde wasabi e qui è venuto giallino. Un po' come era successo per la granita al basilico, di qualche tempo fa. Con la differenza che la Dani, che è più furba, si è limitata ad alzare un sopracciglio e a seguire fedelmente la ricetta. Io, invece, ho iniziato ad aggiungere wasabi come una forsennata,- ussegnur, e perché non viene verde????- con l'unico risultato che vedete nella foto. In compenso, il sapore ne ha guadagnato- o meglio: così presumo, viste le lacrime agli occhi degli assaggiatori. Prima di rantolare, mio marito ha detto "mettine un po' meno, la prossima volta", ma l'amico superstite ha promosso l'esperimento a pieni voti.
Per cui, ve lo ri-giro qui, con qualche annotazione in fondo

GELATO AL WASABI

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BASE PER 500 GR DI GELATO
250 g di panna fresca
250 g di latte
2 tuorli
60 g di zucchero semolato

1 cucchiaino abbondante di wasabi in pasta

Si procede come per un normale gelato alla crema: si montano i tuorli con lo zucchero, mentre si portano ad ebollizione il latte e la panna. Quando i tuorli sono spumosi, si versa il liquido bollente a filo, si mescola bene e si rimette tutto sul fuoco, portando alla temepratura di 85 gradi. Si lascia raffreddare e si mette in gelatiera, seguendo le istruzioni
Io ho aggiunto il wasabi a caldo, stemperando il cucchiaino in poca panna e latte bollenti e aggiungendo poi il tutto al resto del liquido.

considerazioni: presumo che il wasabi in pasta non vada bene. Per il colore, intendo, sul sapore ci siamo. So che ne esiste una verisone in polvere, ma io quella avevo e quella ho usato. Ma al prossimo tentativo, provo con la polverina...
Abbinamenti: ovviamente, trattandosi di un esperimento, lo abbiamo mangiato così, cercando di studiare con che cosa potesse accoppiarsi. L'accostamento estemporaneo dei mirtili ( toh, che caso!!!), per esempio, non è affatto male ma noi continuiamo a vederlo come pendent di qualche pesce grasso- lo sgombro su tutti.
Buona giornata
Alessandra


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Vi ricordate l'ultima rece, quando si parlava dei libri "senza pretese" e si diceva che, per molti di loro, il maggior pregio è proprio quello di non voler ingannare il lettore? Ecco, dimenticatevi tutto. O meglio: recuperate tutto quello che è stato detto e metteteci un bel segno meno davanti. Perché "L'ultimo chef cinese", nuova fatica letteraria di Nicole Mones non ha nulla, ma proprio nulla, che lo segnali come libro "onesto", almeno secondo i parametri che piacciono a me.
L'autrice è una ex imprenditrice tessile che ha fatto fortuna nella Cina Maoista degli anni Settanta e che, dopo essersi assicurata quel che si dice una comoda vecchiaia, ha tesaurizzato la sua conoscenza del Paese e si è trasformata in una scrittrice di romanzi che hanno la Cina sullo sfondo. Questo è, più o meno, il sunto di quanto si legge nella terza di copertina e già qui ci sarebbe da muover equalche lieve appunto all'estensore della nota, non foss'altro per chiarire bene che cosa si intenda per "scrittrice" e che cosa significhi "romanzo". Perchè, se con il primo termine, si intende un'artista donna che adopera la penna per stimolare la fantasia del lettore, suscitare riflessioni, evocare emozioni, Nicole Mones soddisfa questi requisiti solo in relazione al sesso- perché pare non ci siano dubbi sul fatto che sia femmina. E se per romanzo si intende una storia basata sull'intreccio della trama, sulla complessità dei personaggi, su scelte stilistiche adeguate alla materia trattata, allora, anche in questo caso, siamo fuori strada. Del tutto. E se proprio vogliamo cavillare sul classico pelo dell'uovo, anche "la Cina" dello sfondo è un riferimento impreciso, visto che della Cina si ha solo una visione stereotipata, immobile, superficiale e laccata: una specie di cartolina, se rendo l'idea, dove l'immagine riprodotta ha subito tante e tali modifiche da renderla del tutto dissimile dalla realtà- e del tutto confondibile con tutte le altre che, al suo pari, sono passate sotto la stessa patina di trucco.
Ad essere cattivi, verrebbe da dire che, più che un romanzo, L'ultimo chef cinese sia un foto romanzo, per giunta senza foto ( e, prima che vi disperiate, tranquilli: sarebbero state fotoshoppate dalla prima all' ultima). Una storia banale, da latte alle ginocchia, di cui si intuisce il finale sin dalla terza pagina, narrata in modo piatto, scolastico, manierato, con dialoghi talmente melensi che le uniche impennate si registrano nella curva glicemica del lettore. Lei è una giornalista gastronomica americana, rimasta precocemente vedova, lui uno chef cinoamericano, tornato in Cina per dare nuovo lustro alla cucina imperiale. In mezzo, un riconoscimento di paternità e una gara fra cuochi, a scandire il ritmo, gli stralci di un antico trattato sull'arte culinaria della Città Proibita e , in fondo, sei pagine di nota dell'autrice sulle laboriose ricerche di cui il libro è frutto. Ed è qui, vedete, che sta la presa in giro. Perché senza questa nota, questo volume avrebbe fatto la fine di molti altri, dal comodino alla rumenta, senza tanto scalpore. E invece, dopo aver letto queste pagine, mi è venuto un nervoso, ma un nervoso, ma un nervoso che il libro finirà lo stesso nella spazzatura, ma non prima di aver subito l'onta di questa rece pubblica. Perché non si può prendere in giro il lettore, millantando una conoscenza approfondita di una tradizione millenaria, per giunta frammentata nei mille rivoli delle tradizioni locali, basandosi solo su una serie di cene di lavoro; non si può prendere in giro chi da anni bussa alle porte di redazioni di riviste, forte di una conoscenza solida e approfondita, dicendo che dopo aver cominciato a scrivere di cucina cinese per Gourmet (Gourmet, capito, non il bollettino parrocchiale) ha avuto l'opportunità di entrare a contatto con il mondo della ristorazione di questo Paese; e infine, non si può sostenere con arroganza di essere riusciti a riprodurre " le citazioni di un falso testo fondamentale di cucina che doveva essere ammirato da tutti" (p. 328) e trovarsi di fronte a pagine che evocano lo stesso misterioso fascino dei testi della scuola alberghiera, dove le citazioni che spiccano sono un "il piacere è tutto mio" fino ad un famigerato "anche no"(p.52). Lascio a voi, infine, il giudizio sui segreti culinari e sullo stile con cui essi ci vengono svelati: " i gamberetti al vino nello stile di Shangai, per esempio: al momento di mangiarli, i gamberi erano ancora vivi, ma così ebbri di vino che rimanevano assolutamente immobili al tocco dei bastoncini" (p. 70).E sorvolo sull'arricchimento delle conoscenze in materia culinaria: oltre lo yin e lo yan, non si va.
Alla fine, l'unica consolazione è il titolo: perché quello, a differenza del libro, lascia una speranza. E cioè che questo chef cinese, per quanto alla fine felicemente accoppiatosi con la giornalista (ops, vi ho rovinato la sorpresa), non prolifichi. O,quanto meno, non abbia figli vogliosi di seguire le orme del padre e del nonno e del bisnonno e così via, quasi fossero dei SuperPippo dagli occhi a mandorla. E che quindi, resti davvero l'ultimo, in tutti i sensi
A domani
Alessandra

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Parlo molto di montagna, come è ovvio visto che qui sono, in questo periodo....ma per presentarvi la mia prossima ricetta bisogna andare col pensiero al mare.......alle onde, ai tuffi, ai bagni e , se siete fortunati abbastanza da frequentare spiagge e mari puliti, anche a quei divertenti animaletti minuscoli e trasparenti, che vicino agli scogli nelle acque basse , vi danno pizzichini un po' sgradevoli alle caviglie.... i gamberetti!!!
Ecco, questa ricetta sarà la vostra vendetta personale contro i suddetti animalini.... si tratta di un piatto originale, pensata dalla mia vulcanica mamma, per la bella stagione. Sono le sue

BARCHETTE DI PATATE CON ZUCCHINI E GAMBERETTI


Premetto che questo piatto può essere usato sia come antipasto ricco che come secondo . Le dosi quindi variano a seconda dell'uso che se ne vuole fare. Diciamo che come antipasto si può servire 1 barchetta a testa. Come secondo almeno 2. Comunque le dosi per 4 barchette sono
  • 4 patate meglio se di forma oblunga
  • 250 gr. circa di gamberetti che possono essere sia precotti che surgelati che , naturalmente freschi. Io li ho usati precotti
  • 4 zucchini fiore
  • prezzemolo
  • limone, buccia e succo
  • maionese (facoltativa)
  • sale e pepe
Lessate le patate con la buccia per una 20ina di minuti.... devono essere sode, ma cotte. Quando si sono raffreddate, sbucciatele e tagliatele per il lungo, non proprio a metà, ma come per fare una scatola con coperchio.
Ora svuotatele con l'apposito attrezzino o come ho fatto io, con l'angolo dello sbucciapatate, così da ottenere delle palline o pezzettini più o meno regolari, ma comunque piuttosto piccoli.
Lasciate da parte e tagliate le zucchine, pulite, a rondelle sottili e mettetele in una padella antiaderente a cuocere, prestando attenzione a che non si brucino. In 5 o 6 minuti dovrebbero essere pronti, croccanti e saporiti. Non aggiungete sale , ma solo un goccio di olio nella padella.
A questo punto aggiungete i gamberetti sgusciati e tagliati a pezzetti, tenendone qualcuno intero per la decorazione del piatto. Lasciate cuocere per 2 o 3 minuti e aggiungete per ultimi i pezzetti o le palline (a seconda del taglio) di patate.
Ora salate e pepate e aggiungete il succo di mezzo limone e , se piace , un po' di buccia grattugiata, prestando attenzione a non grattugiare, ovviamente , il bianco, per via dell'amaro che rilascerebbe al piatto.
Pochi secondi per amalgamare il tutto. Aggiungete un pizzico di prezzemolo e togliete dal fuoco.
A questo punto nuova scelta: se vi piace l'idea di mangiarlo caldo, dividete subito il ripieno nelle barchette di patate che avrete leggermente salato sul fondo. Chiudetele col loro coperchietto e condite con un filo si olio crudo e un pizzico di prezzemolo .
Se le preferite fredde, lasciate raffreddare il ripieno , conditelo poi con 2 cucchiai di maionese e dividete l'impasto come sopra.
Guarnite entrambi i piatti con i gamberetti lasciati interi e un ciuffetto di maionese e servite.
Sono squisite e di bell'aspetto e a dispetto della lunghezza della mia spiegazione, velocissime da preparare: se si escludono i 20 /25 minuti di cottura delle patate , tutto il resto si prepara in 10 minuti!!!!!!
Provatele e fatemi sapere!
Buon appetito

Daniela


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Ho capito che non avrei mai dovuto giudicare i cibi dai loro colori quando, secoli fa, all'epoca in cui a Genova inziavano a spuntare i primi ristoranti cinesi, io e una mia amica decidemmo di lanciarci nella prima esperienza etnica della nostra vita. Mentre attendevamo, titubanti, di varcare le Colonne d'Ercole del mondo gastronomico allora conosciuto, a botte di riso alla cantonese, pollo al limone e gelato fritto ( ed è inutile che storciate il naso: tanto non ci casco: alzi la mano chi non si è macchiato di simili ordinazioni, almeno una volta), mentre aspettavamo di essere servite, dicevo, arrivò il cameriere con due salsine. Alla prima, un liqudo denso e mucillaginoso, da un odore dolciastro e vagamente nauseabondo, lanciai la prima delle mie famose occhiate inceneritrici, quelle che, tradotte nel linguaggio comune, significano: ok-per-quest-volta- è-capitato-e-passi-ma-col-cavolo-che-mi-rivedi. (per inciso, la seconda di queste famose occhiate fu riservata a quelo che poi è diventato mio marito. Superfluo aggiungere che sono diventata una salsa di soia addicted. E ancor più superfluo aggiungere che, visti, gli esiti, le famose occhiate sono finite in cantina, con l'ordine di restarci per sempr. Quando si dice tertium non datur...)
La seconda salsina, invece, era uno spettacolo: un pastone denso, d un rosso lacca, lucido, liscio, che diceva mangiami al solo vederlo. E così, fra una chiacchiera e l'altra, non ho resistito alla tentazione e ho afferrato il cucchiaino. E, già che c'ero, l'ho riempito ben bene. Dopodiché, l'ho infilato in bocca.
Vedete, sebbene io abbia facilità di espressione e mi destreggi felice fra le parole, non sono mai riuscita a descrivere che cosa sia esploso nella mia bocca, nel preciso istante in cui il famigerato cibo è entrato in contatto con le mie papille gustative. dirvi che avevo il fuoco nella bocca, nella gola, nelle orecchie è riduttivo e se mi avessero assicurato che in qel momento stavo sputando fiamme da tutti i pori, stile Grisù al ristornate cinese, non avrei esitato a crederci.
Non so dire quanto tempo sia passato e cosa abbia detto, nel frattempo, ma ricordo che l'unico imperativo che martellava nel mio cervello era che dovevo subito mangiare qualcosa: e, in mancanza di pane, afferrai i due grissini torinesi mal cotti che erano appoggiati sul mio piatto e li morsicai con tutte le forze che mi erano rimaste.
I denti, stranamente, li ho salvati. In compenso ci ho rimesso il palato e la reputazione, nel senso che una "lacerazione palatale da bastoncini cinesi" al Pronto Soccorso di San Martino non l'avevano ancora vista. Ad essere sinceri, il medico di guardia avrebbe voluto ricoverarci entrambe in psichiatria, visto che la mia amica non aveva smesso un minuto di contorcersi dalle risate. Alla fine, però, me la cavai con una medicazione, tre giorni di silenzio e una specie di lumacone in calore incastrato nell'arcata superiore per una settimana.
La lezione, però, l'ho imparata bene: tanto bene che quando, dieci anni dopo, con la stessa amica, abbiamo ricevuto il battesimo della cucina nipponica, col cavolo che mi sono avvicinata a quella turgida gocca verde piselli che luccicava a lato del mio sushi. L'ho guardata, l'ho amiMrata, l'ho sollevata delicatamente con i bastoncini e l'ho lasciata tutta alla mia amica. E stavolta, ho riso io: perché gli ingredienti saranno diversi e le tecniche differenti, ma la vendetta si consuma sempre fredda- oriente compreso...


CIOCCOLATO BIANCO, WASABI E FRUTTI DI BOSCO


ciocco bianco e ganache wasabi


ricetta tratta da Bicchieri tutto cioccolato di Jose Marechal, Bibliotheca Culinaria editore: l'originale lo trovate qui
Qui sotto, invece, le mie modifiche, che consistono sostanzialmente nella sostituzione del coulis di fragole con della frutta di bosco ( criterio della stagionalità, null'altro) e nell'aumento delle quantità del cioccolato per la ganache. Ah, ho usato il wasabi in pasta, per cui bisogna metterne un po' di più

Per dodici bicchierini
per la mousse al cioccolato bianco

1 foglio di colla di pesce
300 g di cioccolato bianco
500 ml di panna

per la ganache al cioccolato bianco e wasabi
200 g di cioccolato bianco
un cucchiaino colmo di wasabi
150 ml di panna

Si inizia preparando la mousse.
Ammollare il foglio di gelatina in acqua fredda. Spezzettare il cioccolato (più i pezzi sono piccoli, meglio è) e metterlo in un pentolino col fondo spesso, in un bagno maria a fuoco bassissimo.
In un altro casseruolino, scaldare 100 ml di panna e sciogliervi la colla di pesce, ben strizzata e asciugata. Mescolare bene con un cucchiaio di legno, fino allo scioglimento completo. Rimettere il pentolino sul fuoco e portare ad ebollizione, dopodiché versare il liquido sul cioccolato: non importa se non è ancora fuso, anzi, probabilmente non lo sarà e va bene lo stesso. Si scioglierà a contatto con la panna bollente, sempre che voi mescoliate bene, meglio se con una frusta. Quando il cioccolato si è completamente sciolto ( se è il caso, continuate a lavorare a bagno maria), lasciatelo raffreddare, mescolando ogni tanto per evitare che il composto "tiri". Quando è freddo, aggiungete il resto della panna montata, incorporandola lentamente, facendo attenzione a che non smonti.
Mettete il composto in una siringa da pasticcere, riepmite dodici bicchierini e mettete in frigo per un'ora almeno

Per la ganache al cioccolato, stemperate in poca panna il wasabi, poi aggiungetelo al resto e portate ad ebollizione. Versate la panna bollente sul cioccolato spezzettato e fatelo fondere del tutto, mescolando con una frusta. Lasciate raffreddare bene, prima di versarlo sulla mousse al cioccolato bianco- a meno che non vogliate ottenere l'effetto della foto, classico prodotto di ansie culinarie per cui ogni tempistica va a farsi benedire, sotto l'urgenza del "vediamo come viene". Decorare con frutti di bosco freschi
In frigo fino al momento di servire.
mousse cioccobianco e ganache al wasabi

Detto fra noi, qualche dubbio ce l'avevo e ho trattenuto il fiato per tutta la durata dell'assaggio: beh, che ci crediate o no, è piaciuto pure alla suocera. Meglio di così...
Buona serata
Aessandra





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eccoci qui , siamo arrivate anche in questo aggregatore nuovissimo, che promette di riunire un bel numero di blog e regalare visibilità... un in bocca al lupo al neonato sito e ... buona serata a tutti!!!

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Di Daniela

Messico3

Ale e io siamo persone fortunate: siamo circondate da amici gentili e disponibili che si divertono ad aiurtarci in ciò che facciamo. Succede lo stesso anche in questa ultima avventura "blogghesca", così nuova per noi e coinvolgente.
Per esempio, io ho chiesto al più giramondo tra i miei, Gianluca , se percaso, tra le sue bellissime foto di viaggi , ci fosse qualcosa di carino e adatto alle mie esigenze. Qualcosa di colorato e cibareccio, che potesse "imprestarmi" per un po', diciamo, magari accompagnandole con due righe che servissero a far capire il dove o il quando.
Lui, mi ha accontentato : quelle che vedrete sono le splendide immagini che mi ha regalato per condividerle con voi. Leggete e gustatele: sono veramente bellissime!!!! Grazie mille Gianluca, amico carissimo e prezioso.

Il Chiapas

Il Chiapas è lo stato più meridionale del Messico; incastonato tra il Guatemala e l’Oceano Pacifico, lo considero il luogo più affascinante e intrigante visitato nel corso del mio viaggio; durante la mia permanenza ho avuto modo di ammirare gli svariati ambienti naturali che caratterizzano la regione: dalla fitta, calda e soffocante foresta pluviale che nasconde siti archeologici di rara bellezza alle montagne ricoperte di conifere, spesso avvolte nella nebbia e attraversate da impetuosi corsi d’acqua cristallina, ricchi di cascate. Ma il Chiapas si distingue soprattutto per la cultura e le tradizioni del popolo maya, il cui patrimonio storico conferisce alla regione un’identità indigena unica nel suo genere.

Nel mio peregrinare, ho trascorso due giorni a San Cristobal de Las Casas, una tranquilla cittadina coloniale ove è possibile ammirare alcune pregevoli opere architettoniche, quali la Cattedrale; ma la vera bellezza di questa località, giustamente considerata da molti, messicani e stranieri, la più amata delle città messicane, è l’atmosfera che si respira passeggiando per le sue vie di ciottoli: ogni angolo offre qualcosa di suggestivo, per i colori accesi delle caratteristiche case coloniali e delle stoffe in vendita sulle bancarelle, per la musica suonata ovunque e per i numerosi ed animatissimi caffè e ristoranti. Ovunque una allegra vivacità, una atmosfera rilassata ed una straordinaria luminosità, tipica dell’altopiano ove è adagiata la città.


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Ma il posto secondo me più indicato per vivere l’atmosfera autentica della tradizione indigena della regione è il Mercado Municipal di San Cristobal, che occupa una vasta area a nord della piazza principale, centro sociale e commerciale per le comunità indigene della città e dei villaggi circostanti. Il luogo è veramente curioso e intrigante: l’attività di compra-vendita si svolge in modo rumoroso e frenetico, i colori unici dei generi alimentari, esposti in modo ordinato sui banchi, spiccano ed invogliano all’acquisto; fagioli, mais e peperoncini di tutti i tipi, piramidi di frutti tropicali e di pomodori semi nascondono alla vista i venditori. C’è anche una zona dedicata ai banchetti di macelleria e dei latticini, ma la condizioni igieniche, molto lontane dagli standard occidentali e la cospicua presenza di mosche non invogliano certo i turisti a soffermarsi!

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Tre consigli per coloro che vorranno visitare questo luogo incredibile:

  • cercate di effettuare la visita nelle prime ore della mattinata, momento più vero, dedicato più alla popolazione locale che ai turisti;
  • dal momento in cui entrate, fate la massima attenzione agli oggetti di valore che avete con voi: il borseggio del turista sprovveduto e malcapitato è una delle attività preferite in questo luogo;
  • ricordatevi di chiedere sempre il permesso prima di fotografare la gente locale: molti indigeni non gradiscono essere ripresi!
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di Alessandra

mini quiches zucchni limone menta

Qualche anno fa, all'epoca in cui faceva l'inviato de La Stampa per il Giro d'Italia, Alessandro Baricco capitò nel luogo dove si trova la casa di famiglia di mio marito. E tale fu lo stupore per il clima che trovò, che dimenticò ogni dovere cronistico-sportivo per dedicare l'intero articolo alle brume ed alle nebbie che gravano perenni sui tetti del paese, levando alti lamenti per la sorte dei suoi infelici abitanti.
Apriti cielo: all'articolo seguì una sollevazione popolare, con tanto di repliche sulla carta stampata e in televisione, da parte di tutti i residenti, dai più ai meno illustri, che richiesero la cenere sul capo dal povero Baricco, reo d'aver detto quello che, per noi genovesi, equivale a un omaggio a Monsieur Lapalisse, e cioè che qui piove- e di lungo.
Quindi, per non riaccendere ulteriormente gli animi, dirò in forma pubblica e solenne che nel paese di mio marito c'è il sole. Sempre. Fatta eccezione, ovviamente, per quei 365 giorni l'anno- 366 i bisestili- quando bisogna uscire con l'ombrello- ed aprirlo pure.
Sia chiaro: chi scrive adora la pioggia. Anzi, tanto per fare outing fino alla fine, io detesto il caldo, l'estate ed anche il sole, se al mare. So di essere l'unico esemplare vivente al mondo ad avere simili gusti, ma siccome pare non ci sia cura, ho imparato ad assecondarli, facendo le valigie per l'amata Albione allo spuntare dei primi oli solari, fin quando lo stato civile me lo ha permesso e spostandomi al di là del Turchino una volta impalmato il Signore del Feudo.
Quindi, a conti fatti, io qui ci sto bene. E sono certa, anzi certissima, che, una volta fatta l'abitudine ai cigolii della spina dorsale e all'indomabile rigonfiamento delle chiome, vi trovereste bene anche voi, non foss'altro che per i tre motivi che vi elenco qui sotto:

1. l'orto: vi ricordate quando, alle Medie, dovevate imparare a memoria tutte le fasce tropicali, da quella equatoriale a quella artica, tenendo bene a mente che ogni passaggio avveniva in forma non traumatica e graduale? Bene, qui facciamo eccezione. Siamo nell'unico posto al mondo, dove, passata la barriera del casello, il clima si trasforma da macchia mediterranea a foresta pluviale. Il che, tradotto in termini agronomici, significa che quelle che a voi sembrano prugne sono in relatà mirtilli e quel campo di ninfee che evoca laghetti giapponesi e quadri di Monet è solo il più prosaico basilico della suocera. E sorvolo sulle dimensioni delle zucche: mi limito a dire che se la famosa fatina ne avesse usata una delle nostre, per il suo più celebre incantesimo, Cenerentola sarebbe andata al ballo su un TIR...


2. l'immediato zittimento della zampogna del custode, ex pastore calabro che lenisce la saudade soffiando quel che resta dei suoi polmoni nelle canne di una pelle di pecora. Perchè, ovviamente, noi qui non ci facciamo mancare niente: e come abbiamo il roseto con ogni tipo di rosa che sia mai spuntata nel creato, dal quarto giorno in poi, l'ortensiario con ogni gamma di colore, dal blu al rosso, passando per l'indaco, il lilla e il violetto, il pozzo e il bersò e la panchina in ferro battuto, abbiamo anche il suono della zampogna sullo sfondo, in puro stile prima bucolica. Con la piccola differenza che i custodi calabri non si chiamano nè Titiro, nè Melibeo, nè Amarillida, bensì Carmelo, Maruzza, Pasquale e Clementina gli adulti e Maicol, Gessica, Kevin e Sindy i piccoli (la grafia è fedele alla registrazione anagrafica: ho anche le prove, se le volete). E che il suono della zampogna è una specie di medley fra il grugnito di un'orda di cinghiali in calore e un trionfo di trombette da stadio, inframmezzati dai rantoli del custode, in un'interpretazione di rara intensità e di pura sofferenza, che recupera dalle profondità delle domande di senso interrogativi arcani ed inquietanti - dal "non è che muore????" al "quand'è che muore????", per intenderci

3. si cucina. Un po' per forza ( vedi alla voce orto anarchico), un po' per dovere (vedi alla voce marito) un po' per fare un uso dei coltelli più urbano e più creativo di quello che, a volte, mi verrebbe in mente, fatto sta che qui dentro i fornelli sono accesi a tutte le ore.
Quello che ne esce è il trionfo della cucina semplice, dei sapori di una volta, della famiglia intorno alla tavola, della tradizione e dei ricordi- e pazienza, se fuori piove: si sta così bene qui....


QUICHE DI ZUCCHINE FETA MENTA E LIMONE


quiche zucchini limone menta


La versione della foto ha una base di pasta sfoglia, ma nulla vi vieta di preparare un guscio di brisèe o, meglio ancora, di pasta al vino (senza burro): l'essenziale è che resti un sapore neutro, non aromatizzato, intendo, in modo da far risaltare meglio il ripieno, che è davvero un trionfo di profumi

Per la versione più raffinata
250 ml di panna
3 uova grandi ( o 4 medie)
100 g di feta
3 zucchine
menta fresca
la scorza grattugiata di un bel limone
sale
pepe bianco

Per la versione rustica, sostituire alla panna 200 g di ricotta.

Si mondano le zucchine, si tagliano a fettine non troppo sottili e si fanno andare in padella con olio EVO e sale: attentissimi a non farle nè friggere, nè stufare. Portatele a cottura aggiungendo un Mestolino di brodo alla volta, senza che il liquido le ricopra completamente, e a recipiente scoperto. Quando sono croccanti, sono pronte. Pochi minuti prima di toglierle dal fuoco, aggiungete le foglioline di menta

mescolate la panna alle uova, sbattendo rapidamente con una forchetta, aggiungete la feta sbriciolata e gli zucchini, quando si sono intiepiditi. Grattugiatevi sopra la buccia del limone, date una bella macinata di pepe bianco, aggiustate di sale e riempite il guscio di pasta.
Se usate la ricotta, incorporate le uova ad una ad una e lavorate il composto con un cucchiaio o una forchetta( non con le fruste, intendo: non deve montare). Poi, procedete come sopra
In forno a 200 gradi per 30 minuti minimo

Se invece preferite la misura delle foto- l'ideale per un buffet- dovete ridurre le uova a 2 grandi o 3 medie, e i tempi di cottura: 15 minuti dovrebbero essere più che sufficienti: comunque, quando sno gonfie e dorate sono pronte.
A domani
Alessandra

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Di Daniela

piatto verdure

Mi piace moltissimo d'estate andare a comprare i prodotti che utilizzo in cucina invece che nel solito supermercato, in quello vero, quello con le bancarelle , dove i venditori si producono spesso in qualche vocalizzo potente per magnificare la propria merce o i loro prezzi . E' un mondo coloratissimo e profumato specialmente in questa stagione. Naturalmente , dopo qualche visita, finisci per avere i tuoi banchi preferiti: quello, che so, dove la ragazza che vende è più sorridente e gentile o quello del ragazzo che ha da poco preso il posto del padre ed è ancora un pochino impacciato... qui, poi, la gentilezz
a è veramente di casa, tutti sono disponibili e sorridenti e devo dire che questo predispone decisamente bene chi deve fare acquisti. Se non ho fretta , e ci sono momenti meravigliosi, rari ma ci sono, in cui non ne ho affatto, gironzolo fra i banchi, confronto i prezzi e la qualità, dando libero sfogo alla mia parte "recessiva" ligure e poi acquisto quello che mi serve e torno a casa soddisfatta , convinta di aver fatto ottimi affari (anche se non credo che sia mai capitato in realtà!!) e comincio a cucinare....
Questa volta, tra le tante cose che mi hanno colpito, c'erano i peperoni colorati e polposi: così ho deciso di prenderli e di preparare un piatto unico gustoso, una

TERRINA DI VERDURE E FORMAGGI

formaggi e verdure
Ingredienti per 4 persone :
  • 2 peperoni gialli o rossi o entrambiAggiungi immagine
  • 2 cipolle piccole di Tropea
  • 2 carotine
  • 4 zucchine fiore
  • 2 hg di gorgonzola
  • 2 hg di stracchino (crescenza per i "lombardi")
  • sale e pepe
Prendete le verdure e pulitele tagliando a fettine sotili zucchine, carote e cipolle e a falde sottili i peperoni, togliendo, ovviamente, filamenti bianchi e semi.

verdure tagliate

mescolatele accuratamente e mettetele in una pirofila unta con un filino di olio evo, conditele con sale e pepe, e mettetele nel forno a 180° per 15 min. circa, controllando che le verdure siano cotte, ma ancora consistenti.
La comodità di questo piatto è che potete preparare questa parte con un bell'anticipo, e poi, solo poco prima di mettervi a tavola, dividete le verdure in terrine mono porzione, e dopo aver messo su ognuna un bel pezzetto di gorgonzola e uno di stracchino, infornate per pochi minuti , giusto il tempo di far fondere i due formaggi.
Appena sciolti, tirate fuori dal forno e servite tiepido.
La preparazione come vedete è rapida e il forno non sta acceso molto, il che in questa stagione è cosa buona!!!!
In compenso il piatto è gustoso e costituisce un ottimo piatto unico.
Buon appetito a tutti

Daniela
Centra

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