Ok, faccio outing. 
L'altra sera, quando ho finalmente scaricato la posta dell'emmetichallenge, ero stanca morta. E così, quando ho visto che era arrivata la ricetta di Flaminia, ho dato un'occhiata veloce al titolo e ho pensato: "uh, ma questa la faccio anch'io, e pure da un sacco di tempo". Il che, sia chiaro, mi ha ben disposto per tutta la sera, perchè  sono letteralmente innamorata dello stile della nostra amica, capace come pochi di coniugare fantasia, competenza, originalità e-buon peso- un tocco di eleganza a cui non rinuncia mai. Dopodichè, ho controllato il procedimento (dura la vita del giudice), ho girato la mail ad Elisa e ho pure scritto una risposta a Flaminia, ribadendo a chiere lettere che "questa-la-faccio-anch'io" e prodigandomi pure in consigli per migliorarla, della serie "ma quando ti capita più, di potertela tirare così". 
Ieri sera, l'ho letta tutta.
Per intero, tutti i passaggi. 
e poi l'ho riletta- e ri-ri-letta. e ri-ri-letta ancora. 
e stamattina, col conforto di una leggera brezza, sono pronta a dirvi che questa NON è la scaloppina di maiale all'arancia e salsa di soia che faccio io. Ma neanche lontanamente. 
Perchè io non faccio candire le scorzette, non preparo nessuna polvere di arancio, non caramello i fichi, non studio, insomma, sull'accostamento di una intera gamma di sapori giocati sull'agrodolce, cimentandomi in preparazioni multiple e pure neanche così facili. Io spruzzo un po' di succo d'arancio e un po' di salsa di soia....
Un grazie a Flaminia- e un grazie a tutti i partecipanti a questa ventunesima edizione. 
A domani, per i premi!



SCALOPPINA DI LOMBO DI MAIALE CON SALSA DI SOIA, FICHI CARAMELLATI E SCORZETTE DI ARANCIO CANDITE 




CHE FATICA QUESTA SCALOPPINA!!! Ragazzi scusate il ritardo ma questo mese è stata proprio dura la sfida!!!! Tutto giocava a mio sfavore a cominciare dal nome … infatti io l’ho sempre erroneamente chiamata “sgaloppina” … chiedo perdono a tutti per cotanta ignoranza ma tant’è e come se non bastasse sono andata in confusione completa con i fondi di cottura e di cucina tanto che dopo avere più volte letto e riletto i post di Alessandra ed Elisa ho deciso di fare tabula rasa e procedere come mi veniva a sentimento perché altrimenti questo mese non ne uscivo più. Spero di non essere fuori concorso ma nel qual caso perdonatemi, non è per scarsa volontà ma forse per un inizio di rimbecillimento senile ;-)))) In origine voleva essere una “Scaloppina di fegato di vitella con Jerez fichi caramellati e scorzette di arancio candite” ma visto che come al solito mi sono ridotta all’ultimo e non c’è stato verso di trovare il fegato è diventata una 

SCALOPPINA DI LOMBO DI MAIALE CON SALSA DI SOIA, FICHI CARAMELLATI E SCORZETTE DI ARANCIO CANDITE 
 2 fettine di lombo di maiale tagliate sottili 
Farina q.b.
 Arancia 1 succo e scorza 
Burro chiarificato q.b. 
Salsa di soia q.b.
 Per i fichi caramellati:
 Fichi maturi 2
 Zucchero 2 cucchiaini per i fichi 
Aceto balsamico q.b. 
Per le scorzette candite: 
Zucchero il peso delle scorze 
Acqua idem 
 Ho preso spunto dal procedimento di Elisa e ho ricavato dalla buccia dell’arancia delle scorzette. Ne ho prese circa i due terzi che ho fatto sbianchire tre volte in acqua bollente per un paio di minuti cambiando l’acqua ogni volta e secondo il procedimento rapido indicato sul sito di Giallo Zafferano le ho pesate e messe a cuocere con pari peso di acqua e di zucchero e fatte cuocere fino a completo esaurimento dello sciroppo. Poi messe ad asciugare su una gratella.
 Ho frullato le scorze rimaste nel frullatore con la farina. Le fettine di maiale prima battute con cura protette da carta forno e messo a marinare in succo di arancia e soia, sono state tamponate con carta cucina e poi infarinate e messe a cuocere in padella con il burro. Dopo pochi minuti di cottura per lato e una leggera brunitura ho aggiunto il succo di arancia tolto le fettine dalla padella e tenute in caldo. Ho versato nella padella la salsa della marinatura e deglassato il fondo di cottura (???). Aggiunto ancora qualche goccia di succo di soia (fondo di cucina???) e portato a cottura la salsa badando bene di sciogliere in un tutto omogeneo tutti gli umori della padella. Una volta terminata questa operazione ho rimesso brevemente le fettine nella padella. Intanto in un’altra padella cuocevano i fichi con lo zucchero e un paio di cucchiai di aceto balsamico. Ho impiattato e salsato il tutto, decorato con le scorzette di arancia, e servito. Devo confessarvi che visti i 38° di Roma non sono male anche servite fredde!!! Saluti a tutti Flaminia

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Vi prego di leggere con grande attenzione la ricetta che segue. E magari di archiviarla, o di stamparla o di copiarla nel quadernino del "to-do-it", perchè non so se e quando ci ricapiterà più di imbatterci in una preparazione d'autore (e che autore) eseguita così magistralmente da una non professionista, che per oggi chiamar dilettante mi sembra estremamente riduttivo. 
Lui è Gualtiero Marchesi, il nome della grande svolta della ristorazione italiana, il maestro indiscusso di almeno tre generazioni di chef, tanto famoso quanto poco presente in una blogsfera, spesso troppo legata al dover essere "sul pezzo" per riuscire anche a rendere i dovuti tributi a chi li merita. 
Lei è Fabiola,  della quale si tessevano le lodi non più tardi di un mese fa, di fronte a progressi che ci impedivano di mantenere un filo di compostezza e di imparzialità. Perchè con chi non ha un blog , è molto diverso relazionarsi: manca quella frequentazione quotidiana che giorno dopo giorno registra progressi a piccoli passi, tanto che poi ti ci vuole l'MTC story del mese scorso, per renderti conto di quanto si sia cresciuti tutti, in questi due anni. Ma nel caso degli amici che non hanno una finestra aperta sulle loro cucina, è diverso. E lo è, a maggior ragione, nel caso di questa nostra amica, che mesi fa si lamentava della sua scarsa fantasia e che oggi ci regala ricette d'autore, eseguite con una tecnica e una maestria che lasciano a dir poco sbalorditi. 
La foto, è vero, non rende la bontà di questa preparazione. Ma il testo, sì. E si torna quindi alla preghiera iniziale- di leggere con attenzione e di lasciarsi rapire da questa meraviglie. Mentre noi, da qui, rinnoviamo i nostri complimenti a Fabiola, insieme al  nostro grazie. 




SCALOPPINE ALLA ZINGARA DI GUALTIERO MARCHESI



Quando ho letto “scaloppine” non ho fatto i salti di gioia. Diciamo che non sono mai stata una fan di questo taglio di carne.
Quindi prepararle doveva essere per me un “momento di crescita”.
Ho scartabellato all’uopo molti sacri testi ma senza grande soddisfazione. Finalmente la folgorazione su “Il grande ricettario” di Gualtiero Marchesi.
Fra le diverse ricette di scaloppine non ho avuto dubbi: dovevo fare assolutamente quella che prevedeva l’aggiunta della sua salsa demi glace perché QUELLA sarebbe stata la mia opportunità di crescita.

Ora nel mio freezer ci sono 4 bei barattolini di una profumatissima demi glace che userò con grande parsimonia, e di questo ringrazio Elisa. Senza le sue scaloppine chissà se e quando mi sarei cimentata in questo pilastro della cucina internazionale.

Ciao a tutti

PS: la foto è veramente sconfortante, tutto sembra galleggiare in un mare di grasso… avrei dovuto impiattarle o trasferirle in un’altra padella, lo so. Mi appello alla pietas delle Signore di MTC e di tutti voi

Scaloppine alla zingara di Gualtiero Marchesi  
8 fettine di fesa di vitello (circa 1/2 kg complessivo)
50 g di lingua salmistrata, tagliata a fettine sottili - 25 g di prosciutto cotto magro, tagliato a fettine sottili - 25 g di funghi coltivati
50 g di burro - un tartufo nero (anche conservato) - un cucchiaio di farina bianca - 150 g di salsa demi-glace
sale - pepe
Tagliate a striscioline sottilissime il prosciutto e la lingua salmistrata.
Pulite, lavate, asciugate i funghi e tagliate anche questi e il tartufo a striscette.
Battete le fettine di vitello con il batticarne e con un coltellino affilato pareggiatele bene ai lati in modo che abbiano tutte la stessa misura, quindi infarinatele leggermente.
Mettete il burro in una pirofila, fatelo spumeggiare a fuoco vivace, quindi disponetevi la carne; salate, pepate e lasciate rosolare sempre a fuoco vivace per 5 minuti da ambo le parti.
Quando le scaloppine saranno dorate toglietele, mettetele su un piatto e tenetele in caldo.
Versate nella stessa pirofila tutti gli altri ingredienti, mescolate e lasciateli rosolare a fuoco moderato per 5 minuti circa, quindi aggiungete la salsa demi-glace, amalgamatela bene con il cucchiaio di legno e lasciate sul fuoco ancora per qualche minuto.
Rimettete nel recipiente le scaloppine, rigiratele e fate cuocere a fuoco basso per altri 5 minuti. Servite la preparazione nella stessa pirofila

Salsa demi-glace di Gualtiero Marchesi
500 g di carne di manzo mista grassa e magra – 500 g di polpa di manzo magra – 1000 g di ossa di bue e vitello a pezzi – 50 g di grasso di prosciutto crudo -  25 g di lardo – 30 g di olio di oliva
2 carote – 1 cipolla – 1 costa di sedano verde – 1 mazzetto di prezzemolo – 1 spicchio di aglio – 1 foglia di alloro – 300 gr di pomodori maturi pelati – pepe
1 bicchiere di vino bianco secco – 35 g di farina bianca – 2 litri di acqua - 2 cucchiaini di sale grosso – 10 g di funghi ammorbiditi in acqua tiepida
Le dosi sono per ½ litro di salsa.
Tagliate a pezzi piuttosto piccoli la carne, affettate grossolanamente le verdure e gli odori e tagliate a dadolini il grasso di prosciutto e il lardo.
Mettete questi ultimi ingredienti insieme all'olio in un pirofila, e fatevi rosolare in forno a 160 gradi la carne e le ossa.
Unite tutte le verdure e gli odori, il pepe, e lasciate rosolare.
Bagnate con 1/2 bicchiere di vino bianco secco e appena evaporato il vino unite la farina bianca e mescolate molto bene.
Lasciate tostare il tutto per qualche minuto, quindi bagnate ancora con il rimanente vino, versate tutta l‘acqua e aggiungete il sale grosso.
Lasciate bollire, sempre in forno, a fuoco ridotto per 3,5 ore.
Unite i funghi secchi ammorbiditi in acqua tiepida ben strizzati e fate cuocere per una 1/2 ora ancora.
Togliete le ossa e la carne e passate il tutto attraverso un setaccio sottile.
Rimettete sul fuoco la salsa ottenuta, lasciandola cuocere ancora per circa un'ora e mezzo, perché addensi bene, mentre terrete a parte la carne.
Passate nuovamente la salsa attraverso un passino fine.
Lasciatela raffreddare e mettetela in frigorifero.
Mie note: ho omesso i funghi secchi perché sono allergica ai porcini ma ho rispettato ugualmente i tempi di cottura. Ho usato un tartufo nero conservato
 

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Di Daniela

L'ispirazione per il post di oggi mi è venuta dalla lettura interessantissima del glossario del libro di Vefa, in particolare, in accordo perfetto con la mia curiosità/golosità, dal capitolo sui formaggi, Vefa ci ricorda che "Secondo la mitologia greca, gli dei dell'olimpo mandarono Aristeo, figlio del dio Apollo, per insegnare le arti del fare il formaggio e dell'apicultura ai greci. Nessuno sa quando e come il primo formaggio fu preparato, ma probabilmente capitò per caso, magari in molti posti contemporaneamente, quando un pastore usò lo stomaco di un giovane agnello per trasportare del latte. Il primo resoconto di quest'arte casearia si trova nel IX libro dell'Odissea, quando, nella sua caverna, il ciclope crea del formaggio dal latte delle sue pecore. Ma anche prove più antiche sono state scoperte dagli archeologi in Tessalia, sia sulla terra ferma sia a Creta, che datano intorno al 3000 a.C. Attraverso la storia greca ci sono moltissimi riferimenti alla passione dei greci per il formaggio, dalle commedie di Aristofane ai moderni food writers e chef che non hanno mai smesso di cercare nuovi modi per utilizzare il formaggio greco."
Ma possiamo integrare questa piacevole digressione, aggiungendo che  una leggenda narra che fu un mercante Arabo (la cultura e la cucina araba, come abbiamo più volte detto, sono all'origine della storia di moltissimi piatti) il primo che "creò" il formaggio, avendo deciso di portare con sé nell'attraversare il deserto, come pietanza, del latte contenuto in una bisaccia ricavata dallo stomaco di una pecora. Il caldo, gli enzimi ancora contenuti nello stomaco dell'animale e il costante movimento resero acido il latte, trasformandolo proprio in “formaggio”.
Preparazione del formaggio ( XIV secolo)
Possiamo aggiungere che la prima rappresentazione conosciuta è il "Fregio della Latteria", Sumero, databile intorno al III millennio a.C., che vedete in alto :  ma la storia della produzione del formaggio risale a tempi decisamente anteriori, visto che i primi dati certi sulla presenza di animali da latte allevati  da esseri umani , proprio in Mesopotamia e in generale nell'Asia centrale, risale a 10000 anni fa e che quindi la necessità di conservare la preziosa fonte di nutrimento del latte era già "stata risolta" dalla creazione del formaggio.
In epoche molto più recenti Aristotele ci spiega come ottenere il formaggio tramite il succo di fico, tradizione vivissima anche nel mondo Ebreo, mentre il celebre medico Ippocrate, vantava il formaggio come alimento importante per gli atleti, in quanto nutriente e sano... Muovendoci in avanti, dopo un veloce passaggio attraverso le notevoli capacità degli Etruschi, eccoci alla golosità dei romani (che ne prevedevano, ci racconta Virgilio, perfino una dose giornaliera per i legionari) e la loro capacità di creare eccellenti formaggi: non possiamo fare a meno di notare che “caseus” la parola latina per formaggio (cacio) è rimasto come base in molte lingue moderne:  "cheese" in inglese, "kase" in tedesco, "kaas" in olandese, "queso" in spagnolo: questo chiarisce direi la grande capacità e la passione dei dominatori del mondo. Procedendo ancora nel tempo, eccoci nell'alto medioevo e, per quanto in un primo momento il formaggio non fosse considerato cibo adatto alle tavole della nobiltà, possiamo arrivare alla golosità del grande Carlo Magno e poi grazie alla grande abilità dei monaci, con la loro necessità di mangiare qualcosa di diverso dalla carne nei giorni e nei periodi di astinenza, fino alla sua rivalutazione nel Basso Medioevo.

Da li in poi è una storia di assoluta "gloria": il formaggio ha conquistato le nostre tavole con le sue mille declinazioni di latte e di stagionatura, di consistenza e profumo... una vera e propria tentazione costante e continua per chi come noi è supergoloso! In Italia ne abbiamo una varietà infinita, con alcune eccellenze riconosciute ed invidiate in tutto il mondo. Non nomino nulla per non far torto a nessuno, ma non esiste regione o forse paese, per quanto piccolo , che non vanti una sua speciale produzione casearia. Vorrei fare un breve accenno esclusivamente al Parmigiano, ma solo per sottolineare ancora una volta la bella iniziativa di Rosy, "Cuciniamo con il Parmigiano Reggiano per aiutare l'Emilia- Romagna".
Qui di seguito invece, vi propongo due veloci ricette d'autore: la prima a base di Feta, il formaggio greco forse più celebre, mentre la seconda è a base di un altro prodotto greco celeberrimo :l'Ouzo.
Vale la pena di godersele , così fresche e saporite...senza sottovalutare i loro bellissimi colori!

Fonti:
http://www.romaincampagna.it/docs/it/storia_formaggio.pdf
http://www.aziendaagricolabiobio.eu/storia_formaggio.htm
http://www.ersa.fvg.it/tematiche/settore-lattiero-caseario/il-formaggio-tra-leggenda-mitologia-e-storia
http://it.wikipedia.org/wiki/Storia_del_formaggio
http://www.taccuinistorici.it/ita/news/antica/formaggi---latte-%96-uova/Formaggio-nutrimento-di-dei-e-comuni-mortali.html
http://www.taccuinistorici.it/ita/news/medioevale/formaggi---latte-%96-uova/Arte-casearia-laica-e-monastica.html


Salsa di yogurt e feta
di Theo Kostoglou da Vefa's Kitchen
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Queste due brevissime ricette di salse semplici ma molto saporito sono opera dello chef greco T.Kostogloudiventato celebre anche in australia dopo l'apertura di due ristoranti a melbourne, il Mykonos e il Kouzina dove ha portato la cucina tradizionale greca, innovandola col tocco dell'artista. la prima salsa, una sempluicissima salsa alla feta viene utilzzata dallo chef come accompagnamento delle frittelle di zucchina, che potete trovare qui nella mia versiona e qui nella versiona di Ale on the kitchen, per arricchirne e rendere più fresco il sapore. Ottima anche in generale per le verdure grigliate come accompagnamento colorato.
Temevo di non riuscire a recuperare l'ingrediente principale di questa salsa, il sumac... e invece, colpo di fortuna: la nostra fantastica Stefania - Araba Felice, sfidando le spedizioni internazionali e tutto ciò che di audace può esserci nella comunicazione tra due diversi continenti, ma ne ha regalato un bel sacchetto!
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Quindi è con ancor maggior piacere che l'ho utilizzato! Il sapore è molto fresco, non piccante, leggermente agrumato...Ho provato la salsa con delle acciughe fritte, 

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sulle verdure grigliate
  
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e sul pane... Ottima!
Questi sono gli ingredienti per 4 persone:
 
Ingredienti:
100 g di feta spezzettata
50 ml di yogurt di latte di pecora
2 cucchiaia di olio extra vergine di oliva
1 cucchiaino di sumac grattuggiato
sale e pepe

Mescolate tutti gli ingredienti in un mixer, lavorandoli finché non risulti una salsa morbida e densa.

Salsa allo zafferano
di Theo Kostoglou da Vefa's Kitchen
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La seconda salsa invece, la salsa di zafferano al burro, viene utilizzata da Kostoglou per accompagnare delle cape sante con del bulgur e verdure. E' quindi ottima con i molluschi e in generale con i sapori di mare: io però dopo aver provato anche questa salsa con le acciughe fritte (niente male) l'ho assaggiata con una bistecca alla griglia.... eccellente!!!
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Ingredienti
1/2 cucchiaino di pistilli di zafferano
2 cucchiai di ouzo
succo di 1/2 limone
buccia grattugiata di 1/2 arancia
50 g di burro
1 spicchio d'aglio finemente tritato
1/2 cucchiaino tritato di prezzemolo
1/2 cucchiaino di semi di finocchio tritato
sale e pepe
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Mescolate gli stami tritati di zafferano e l'uso ouzo in un pentolino e lasciate in ammollo per 5 minuti,poi mettete il pentolino a bagno maria sull'acqua bollente e aggiungete il resto degli ingredienti, mescolando finché sono perfettamente amalgamati.
Salate e pepate e lasciatela riposare al fresco per pochi minuti. 
Deliziose
Buona giornata
Dani

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crumble


Lei si chiama Simona Siri, è genovese, ha 40 anni e, anche se non la conosco, la amo già. Perchè è grazie a lei ed al suo ultimo libro, presentato ieri da Feltrinelli, che finalmente ha voce anche la categoria più fraintesa e più imbarazzata del variegato universo femminile, vale a dire la minoranza delle maggiorate. 

Quelle vere, sia chiaro: perchè siamo stufe di sentirci prendere per i fondelli da silfidi con seni piccoli, che sospirano e ti dicono che anche loro, poverine, hanno la terza. O dalla stampa-che-conta, che schiaffa in copertina le "nuove maggiorate" e ti tocca sorbirti il defilèe della Canalis e delle sue amiche. O dei guru delle passerelle, che prima ci hanno cullato nell'illusione che anche le modelle hanno il seno- e poi ci han sbandierato l'immagine della Schiffer, come modello di taglia rinforzata, roba che più la guardavi e più ti sentivi simile alla portinaia dell'avvocato di fronte, quella coi baffi, il vestito nero d'ordinanza e due tette che, se non sta attenta, si inciampa. 
Insomma, diciamocelo: chi come noi è afflitto da misure che vanno dalla 4 in su e che da anni associa le prime lettere dell'alfabeto al tipo di coppa, e che ha avuto un impegno improvviso, quando si citavano i canoni di perfezione dannunziani, per cui il seno perfetto doveva essere racchiuso in una coppa di champagne, mentre il suo sarebbe stato forse comodo nel cestello, ha le sue buone ragioni per lamentarsi.
Noi siamo quelle il cui buonumore mattutino si infrange al terzo bottone della camicetta; quelle che hanno un cassetto della biancheria che sembra un'ode alla juventus, che l'alternativa al bianco e nero è un inqueitante color carne, che vederlo e pensare ad Hannibal the Cannibal è praticamente tuttu'uno; che la canottiera ce l'hanno solo sotto la camicetta (vedi alla voce "terzo bottone") e mai sopra; che il coprispalla; che lo scollo a barchetta; che il maglione a vu; che l'autobus che sta partendo in lontananza lo lasciamo andare, anche se siamo in ritardo e ci aspetta una lavata di capo, perchè quella che per altri è una corsetta salutare e magari anche povvidenziale, per te è dare spettacolo agli astanti; che l'ora di ginnastica, ommioddio; che i cuscinetti sui fianchi, le amiche li mettono in mostra, ma il seno, per carità, quello è volgare; che per quanta intensità abbia il colore dei tuoi occhi, per quante sfumature abbia la tua voce, per quanto abbagliante sia il tuo sorriso, sarai sempre quella con i respingenti; che le spalle curve; che il vestito che per il resto del mondo è "stile impero", per te è "signora-ma-che-bella-notizia-mi-faccia-un-po'-vedere-quando- nasce?" e via dicendo.
Che non si dica, quindi, che ci voleva una genovese a lamentarsi di queste cose, visto il mugugno di default che ci contraddistingue, perchè non è vero: di sicuro, ci voleva una donna arguta, spiritosa, capace di prendersi in giro e di prenderci in giro, laddove il "ci" non è riferito solo a noi maggiorate, ma anche e soprattutto a quello stuolo di occhi maschili che, per quanti argomenti di distrazione si abbiano, lì finiscono e lì restano incollati, da sempre: ormai ho 46 anni, ho subito, provocato, assistito a cambiamenti di ogni genere ma quell'abitudine, ahinoi, è rimasta la stessa, neanche nascondessimo potenti calamite nei rinforzi dei mostri reggiseni. Al resto, bene o male, siam riuscite a metterci rimedio. Su questa, mi sa che ci dovremo rassegnare. Basta non sospirare troppo a fondo, però....

 
CRUMBLE DI FRAGOLE AL PISTACCHIO

crumble1

Di crumble avevo parlato diffusamente qui, e non è quindi il caso che mi stia a ripetere oltre. Confermo quanto già sostenuto a suo tempo- e cioè che d'estate è facile che mi lanci in preparazioni del genere, vista l'abbondanza di frutta che ci offre la stagione- e la tendenza della stessa a marcire nella fruttiera. Da noi, i tempi sono un po' più rapidi perchè, grazie al cielo, son tutti prodotti dell'orto (leggasi: dal produttore allo stomaco del consumatore, perchè se fan tanto di soffermarsi qualche ora in più nel cestino, è finita): per cui, è facile che a pranzo si mangino i frutti degli alberi, e alla sera si faccia un crumble. Le fragole che vedete nella foto, per esempio, sono il risultato di una recente incursione a Volpedo, paese di pesche, albicocche e, per l'appunto, fragoloni rossi, succosi e sodi che lasciarli sul banco del contadino al lato della strada era un delitto. Magari, potevo limitarmi a comprarne un cestino- e non 2 kg e 7, ma questi son dettagli. Abbiamo offerto fragole a parenti ed affini, preparato dolci di ogni tipo, lasciato tracce rosse su frullatori e cucchiai di legno e, come da tradizione, quelle superstiti sono state immolate in un crumble, per giunta ai pistacchi che con le fragole ci stanno benissimo: quando si dice "la morte sua..."

per il crumble
70 g di farina 00
50 g di pistacchi sgusciati, tritati fini
70 g di burro freddo a pezzetti
70 g di zucchero di canna

fragole (circa tre hg)
un bicchierino digrappa
due o tre cucchiai di zucchero

In una terrina, unire tutti gli ingredienti per il crumble e impastare con la punta delle dita, fino a formare delle briciole. Mettere in frigo fino al momento dell'uso 
Lasciare insaporire le fragole nella grappa e nello zucchero, per un'oretta.
Imburrare degli stampi monoporzione, coprire il fondo con le fragole e ricoprirli a loro volta con il crumble. 
Infornare a 180 gradi fino a doratura del crumble- una ventina di minuti. 
Volendo, potete far ridurre sul fuoco lo sciroppo d igrappa dove avete lasciato le fragole in infusione e versarlo sul crumble, appena uscito dal forno. 

buona giornata
ale





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Quando si dice un piatto classico... il mediterraneo e i suoi sapori in tavola nel classico dei classici estivi! per lo Starbooks di oggi

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Di Daniela

 
starbooks giugno
 
Riecco il nostro appuntamento settimanale con gli Starbooks. Anche questa volta la scelta del libro si sposa perfettamente con il mio senso della cucina, in particolare con i sapori che amo di più. Sì, perchè pur essendo la nostra Vefa una guru della cucina greca, sfogliando le pagine del suo libro, si respira un'aria assolutamente "di famiglia": i sapori, i profumi, i colori, che escono prepotenti dalle sue pagine, sono quelli della più tradizionale cucina mediterranea, che tanta parte ha nelle vita di tutti noi. Con la cucina ligure in particolare, condivide sensazioni, semplicità ed una grande pulizia di sapori "poveri", quelli che da sempre accompagnano la vita di chi è legato ad una terra piuttosto restia a concedere frutti troppo opulenti.
Oggi ho voluto proporvi un classico tra i classici, una pasta che è l'emblema di queste terre riarse e assolate, per dirla con Montale, e che Vefa propone nel suo splendido libro: quindi cucina Greca, mediterranea  e ligure, unite in un unico piatto...
Come sempre vi propongo anche le interpretazioni che hanno dato le nostre incredibili socie di altrettanti incredibili piatti e specificatamente, in ordine alfabetico:
Alessandra con Moussakà
Cristina B con l'Horiatiki salata
Patrizia con Chicken stew with garbanzo beans
Godetevi questo tuffo nelle fresche e cristalline acque del nostro mare: per ora lo  Starbooks va in vacanza, ma a settembre ci ritroveremo più pimpanti che mai , con qualche novità... Vedrete!
 
Spaghetti con salsa di acciughe
da La cucina di Vefa

 
DSCF4153
 

Preparazione 10 minuti, tempo di cottura 15 minuti.
Ingredienti per 4 persone:
 
7 cucchiai d'olio d'oliva
1 cipolla finemente tritata
2 spicchi d'aglio schiacciati
1 peperoncino senza semini e tritato finemente
6 filetti d'acciuga sott'olio
400 gr di pelati
2 pomodori maturi
2 cucchiai di olive kalamata 
1 cucchiaio di capperi
1 cucchiaio di origano fresco o un cucchiaino secco)
350 gr di spaghetti o linguine 
sale
pepe
kefalatiri o parmigiano grattugiato

 DSCF4136
 
Scaldate l'olio in una larga padella, aggiungete la cipolla, l'aglio, il peperoncino e cuocete su fuoco basso per 5 minuti mescolando occasionalmente. Aggiungete i filetti d'acciuga spezzettati e mescolate per circa un minuto; aggiungete ora i pomodori pelati tagliati a pezzi, i pomodori freschi spellati, senza semi e anche loro tagliati a pezzi, i capperi, l'origano e le olive denocciolate e tagliate grossolanamente. Coprite e fate cuocere per 5-10 minuti finchè la salsa non si addensa. 
Nel frattempo in una pentola portate a bollore dell'acqua salata, buttate la pasta che preferite (sono perfetti sia spaghetti, sia linguine) e portatela a cottura.
 
DSCF4146
 
Scolate la pasta e rovesciatela nella padella con la salsa mescolando bene il tutto. Servite immediatamente con una spolverata di pepe e formaggio grattugiato. 
E' un piatto meraviglioso, un classico assoluto, che personalmente preferisco senza parmigiano, ma è perfetta in ogni caso :-)
Buona giornata a tutti 
Daniela

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Io come sempre faccio quel che posso- Francesco Guccini

Quando avevo 21 anni, ero al terzo anno di università. Siccome son di gennaio e ho imparato a leggere ancor prima che a camminare, mia mamma mi aveva fatto "saltar l'anno", come si diceva ai miei tempi, dando alla carriera scolastica della figlia una leggera spinta che, da allora in poi, si è sempre mantenuta, senza traumi. Diploma di scuola media a 13, maturità a 18, laurea a 22, come da curriculum regolare di chi si trova ad avere qualche mese di vantaggio sul resto dei coetanei, e nulla di più. 
Quando avevo 21 anni, però, ero al mio secondo anno di lavoro in regola. Insegnavo- e insegnavo alle scuole superiori, pure statali. Era un periodo in cui, per alcune materie, questo era ancora possibile, specie se le suddette materie dovevano essere insegnate in scuole che ancora non si chiamavano "di frontiera", ma avevano tutti i requisiti per oltrepassarla- e pure dalla parte sbagliata. In parole povere, non ci voleva andare nessuno, in mezzo a teppistelli di periferia, obbligati da servizi sociali e guardie carcerarie a star dietro ai banchi di scuola e la mia gavetta dietro la cattedra era iniziata da lì, con ragazzi più grandi di me che ti davano del tu e bidelli che ti trascinavano dal preside, "perchè ha di nuovo preso l'ascensore, e gliel'ho già detto ieri, che è solo per i prof". 

Ma a me insegnare piaceva- e farlo lì in mezzo, piaceva di più. Con la maturità dell'oggi registro tante e tali di quelle situazioni di rischio che mi chiedo come ho fatto non solo a passarne indenne, ma addirittura a non accorgermene. Ma all'epoca ero una ragazza felice e tanto bastava. 
Quello a cui non bastava, per contro, era mio padre che temeva che un impegno lavorativo costante, serio e per giunta all'estremo opposto della città, potesse distrarmi dagli studi. Che, per inciso, avvenivano su un doppio binario. Perchè, neanche a dirlo, il resto del mondo frequentava una facoltà ed una sola, mentre io ne facevo due e pure in contemporanea. 
La prima era l'Università statale, facoltà di Lettere antiche, nelle forme elefantiache dei miei tempi: tutto lo scibile umano, condensato in 20 esami. La seconda, era una facoltà straniera, convenzionata con quella italiana (è per questo che potevo frequentarne due, in contemporanea), concepita nelle forme di un'università di oggi: snellezza negli esami, obblighi di frequenza, seminari, tutoraggi and so on. Ci ero finita dentro per una serie di ragioni che poi magari un giorno vi racconterò e mi ero innamorata all'istante di tutto, contenitore e contenuti. Ragioni professionali imponevano un percorso di necessità parallelo e così al mattino andavo a lavorare e il resto del giorno lo dedicavo alle mie mille altre cose, fra cui lo studio: perchè per mio padre era chiaro che, qualsiasi cosa potesse accadere nell'universo mondo,  nulla sarebbe stato così importante da giustificare una rinuncia alla laurea. 
Lo ripeteva ogni volta con il tono accorato di chi aveva subito una vita di rinunce, a causa di capacità non riconosciute da un titolo di studio adeguato. Non so cosa avrebbe potuto fare, mio papà, se avesse potuto proseguire negli studi: e non so che cosa avrebbe dovuto subire, se non avesse avuto la grinta e la dignità che gli hanno sempre permesso di relazionarsi alla pari con chi occupava gradini più alti. Certo è che deve aver sofferto parecchio, nel non vedere adeguatamente riconosciuta la sua intelligenza, in un'epoca in cui le carriere si giocavano prevalentemente sui titoli di studio: tanto che la sua più grande soddisfazione, all'epoca, era quella di portare le figlie alla laurea, senza che si dovessero preoccupare di nulla- e io gli rompevo le uova nel paniere, con un lavoro fisso, regolare e pure impegnativo. 
Tuttavia, come ho già detto, studiare mi piaceva: e così, cercavo di mantenermi in pari, sessione per sessione, ritagliando il tempo necessario per gli esami dal lavoro e dal divertimento e sfruttando i trucchi imparati stando dalla parte giusta della cattedra che, mettendomi dalla parte dell'insegnante, quando ancora avevo l'età dello studente, mi avevano spianato la strada 
Fatto sta che quando avevo 21 anni, nella sessione estiva, avevo dato 13 esami: 5 da una parte e 12 dall'altra.I primi 12 voti, erano stati dodici 30 e lode. L'ultimo, era stato un 30. 
Ero in cucina, ancora con i libri in mano, che cercavo fra i ripiani del frigo ristoro alla sete e refrigerio dall'afa dei primi di luglio e, fra le informazioni che sparavo a mitraglia su cosa avrei fatto, chi avevo incontrato, e no, mangiate voi che ho troppo caldo, avevo aggiunto che avevo preso trenta. 
Avete presente, quelle scene che si fissano nella memoria- e lì restano, per tutta la vita? Ecco: con tutta che son passati venticinque anni, ho ancora in mente mio padre, la forchetta a mezz'aria e un'espressione altrettanto sospesa, fra l'incredulo e l'offeso, che mi chiede, preoccupato: " E la lode?"

Il seguito, non lo rammento. Ma so per certo che non era successo nulla, nè scene di disperazione, nè attimi di sconforto, nè incavolature nere- e questo, per un solo motivo. Perchè quella domanda, proveniva da mio papà. Se fosse venuta da qualcun altro- da chiunque altro- avrei reagito, in qualche modo. Ma con mio padre no. Perchè il bene che mi ha sempre voluto è qualcosa di ineffabile, dominante, travolgente, un fiume in piena che comprende mille cose- sostegno, presenza, mani tese, spalle su cui appoggiarsi e ammirazione sconfinata per quella figlia primogenita che sarebbe dovuta esser femmina e chiamarsi Alessandra, nei suoi piani di sempre- che ci ha sempre portato ad andare oltre quelle parole di cui non abbiamo bisogno, da tanto proprompente, ogni volta, è la lingua del cuore. 

Però, sia chiaro, ogni volta che mi viene in mente glielo racconto, questo episodio- specie quando si arrabbia perchè sgrido quella lavativa di sua nipote o quando lo sento indulgente col resto del mondo: lui non si ricorda nemmeno di avermelo detto, ma basta che ci pensi un po' su per ammettere che, conoscendo l'uno e conoscendo l'altra, ci poteva stare. E tanto basta, per sogghignarci su. 

Stavolta, però, lo racconto a voi, perchè è da venerdì che ce l'ho in mente. Da quando, cioè, ho letto l'appunto di Mario, che mi chiedeva di scrivere un post in meno e di interagire di più con i lettori del blog, rispondendo ai commenti che vengono lasciati dopo i post. L'associazione di idee non è casuale: perchè, mutatis mutandis, in questo mondo virtuale, la richiesta è l'equivalente della tredicesima lode di fila e Mario è l'equivalente di mio papà: con tutta che non ci siamo mai visti, ha avuto verso di me tali e tante attestazioni di amicizia- gratuita, per giunta- che inconsciamente mi dispongo verso le sue critiche nello stesso modo che riservo a mio padre e a pochissimi altri. 

E così, oggi, scrivo il post che mai avrei voluto scrivere. 

Se avessi voluto farlo, infatti, lo avrei scritto due anni fa, quando siamo entrati in quel tunnel di strazio, disperazione e sconforto che viene percorso da chiunque incontri nella sua strada una malattia che non perdona, complicata, come nel nostro caso, dai risvolti più indegni e vergognosi della piaga della malasanità. Se l'anno scorso mi avete sentita distante, era perchè stavo lottando con le unghie e con i denti contro la scellerata ubris di certi  medici e di certo  personale degli ospedali genovesi (tutti), convinti che spettasse a loro recidere il filo di una vita- e di farlo con la prosopopea di chi svilisce i propri pazienti a "letti di corsia" e sputa liquame sulla nobiltà della propria professione. Dallo scorso giugno, invece, abbiamo imboccato una strada diversa:  grazie a strutture che funzionano, a medici straordinari, a personale umano e preparato, viaggiamo a cielo scoperto, quel tanto che basta per affrontare i raggi del sole che si alternano alle cappe di nubi, con tutto quello che ne consegue. In questi giorni, siamo reduci da due bei temporali e anche se ora è tornato il sereno, il basso continuo della nostra vita è cambiato. Precarietà, ansie quotidiane, incertezza per quello che ci riserverà il domani- e la tristezza che nasce dal rendersi conto che per quei momenti che la ragione ti insegna ad accettare come parte di un ciclo e che tutto sommato ti toccano in sorte tardi, rispetto ad altri, non si è ancora pronti- e forse, non lo si sarà mai. 

A ciò si aggiunge un altro cambiamento, grazie al cielo meno grave, ma non per questo meno responsabile di certe mie assenze, vale a dire il nuovo contratto lavorativo che da febbraio mi vuole vincolata alla scrivania dell'ufficio, dalle 8.30 alle 16.00, orario continuato. Prima, avevo una totale flessibilità di orari, potendo anche lavorare da casa. Ora, devo anche lavorare da casa- e andarmene in ufficio. Ovvio che le responsabilità siano aumentate- ovvio che il carico di lavoro sia triplicato. E spero che sia altrettanto ovvio per tutti che, pur avendo libero accesso ad internet, non mi sia possibile trascorrere sul blog più del tempo della pausa caffè. Scarico i commenti, per evitare che chi li ha lasciati pensi che non siano stati ricevuti e quindi li riscriva. Ma rispondere, è tutta un'altra faccenda: implica tempo e concentrazione- e se sono in ufficio è evediente che ambedue debbano essere dedicati alla mia scrivania e non al resto. 

Va da sè che questo cambio di contratto abbia avuto delle ripercussioni pesanti anche sulla vita domestica: se prima potevo scegliere di lavorare alla sera e di dedicarmi all'asse da stiro al mattino, ora non posso più- e tutte le incombenze della perfetta "donna in corriera" sono lì, pronte ad aspettarmi, appena varco la soglia di casa, di solito con tacchi storti, piega sgarruppata e carica di borsine della spesa che neanche un camallo, nei momenti migliori. Rientro alle 5, ho una casa grande, un marito e una figlia bene abituati- fate un po' voi. 


In mezzo, ci sta tutto il resto- e quando si tratta di una vita vissuta pericolosamente come la mia, potete immaginare con che cosa debba fare i conti, tutti i giorni, tutte le ore, tutti i minuti: progetti vecchi e nuovi, obiettivi raggiunti e da raggiungere, programmi che si scombinano e si ricombinano, proposte decenti che si rifiutano e proposte indecenti che si accettano sempre, la sfiga che con gli altri ci vede benissimo, con te è addirittura ipermetrope- e, in mezzo questo blog, che chiamarlo hobby è una barzelletta e chiamarlo lavoro un insulto alla Costituzione, laddove si sancisce il diritto ad una retribuzione proporzionata alla qualità e alla quantità del'impegno etc etc. Per non parlare della violazione di tutti i precetti religiosi, quelli legati al riposo, visto che qui sopra non ci sono nè venerdì, nè sabati, nè domeniche e se vado avanti così mi gioco anche le feste comandate. 

Se però finora non vi ho mai parlato di nulla, è per il semplice motivo che Menuturistico non è un diario pubblico. Essere comunicativi, estroversi, senza filtri, è una cosa. Essere riservati e gelosi del proprio privato è un'altra, come sa bene chi, come me, è entrambe le cose. Il fatto che sappiate come la penso su un sacco di argomenti, che conosciate i miei gusti e la direzione delle mie preferenze e  che possiate prevedere le mie reazioni significa che, in questi tre anni, ho raccontato me stessa- ma non gli affari miei. Quelli, li riservo di più alla niusletter- ma anche lì, vi sarete accorti che son mesi che non ne arriva una: perchè scriverla ora significherebbe gioco forza attingere ad una dimensione privatissima che la riservatezza del mio carattere mi trattiene dal condividere. E siccome non ho filtri, quando mi racconto, preferisco "passare la mano", a tempi più tranquilli. Perchè intanto lo so, che voi mi capite. 

Epperò....


"Non sono cattiva. E' che mi disegnano così"- Jessica Rabbit

Epperò, "qui sopra" non sono tutti benevoli. Non sono tutti ben disposti. E, probabilmente, non sono tutti ben sintonizzate sulle mie bande. E non c'è come finir prigioniera di stereotipi che non ti appartengono, per trovarti in mezzo a fraintendimenti da cui si finisce sempre per uscirne con le ossa rotte- e io più degli altri. E questo, Mario lo sa, più di altri, meglio di altri.
E quindi, questo post andava scritto. 
E andava detto, forte e chiaro, che se in questo periodo, per qualche volta, non ho risposto ai commenti, è perchè sono a pezzi. Fisicamente, moralmente, spiritualmente. Ma non rinuncio all'appuntamento con questo blog, per il semplice motivo che, al momento, se mai ho un'illusione di normalità, è qui e solo qui che la trovo.  Se mi dedico all'emmetighallenge, passo dei quarti d'ora a scrivere cavolate su facebook, scrivo post a cui so che non potrò dedicare più tempo di quanto già mi prendano ogni giorno (e da quando c'è mt, mi alzo fra le 5 e le 6 del mattino)- è solo perchè il risultato di questi due anni è una stanchezza cosmica, che mi ha prosciugato di ogni energia. E la vita virtuale è la sola che mi permetta di recuperare qualche pezzetto di un presente altrimenti travolto da preoccupazioni e dolore- e di attingere da qui quello che mi serve per andare avanti, senza venir meno a nessuno dei mille impegni che mi son presa con voi come con tutti. come non mi assento dal lavoro, come non mi stacco dall'asse da stiro, così non scrivo post buttati lì, con ricette mal descritte o mal presentate, comportandomi nell'unico modo che conosco e a cui, ahimè, chi mi sta vicino si è subito abituato, quasi che io non abbia il diritto/dovere di mollare un  po' gli ormeggi e non essere sempre quella che va al massimo. 
Sia chiaro: io vorrei poter rispondere a tutti i vostri commenti, sia per il puro piacere che ne ricevo, ogni volta, sia perchè questo significherebbe che nel mio porto, è tornata la quiete. Ma se non lo faccio, è solo perchè non posso- e se non posso, è solo per i motivi di cui sopra, a cui si aggiunge ancora una cosa: vale a dire, una parte "buona" di una vita reale, fatta di un marito collaborativo, presente, desideroso di rendermi felice, di una figlia che tutto il mondo mi invidia- e con piena ragione, e di una serie di piccole e grandi gioie che mai come in questo periodo desidero godermi con consapevolezza piena. 
Riuscirete a perdonarmi? :-)

TORTA DI FRAGOLE E CIOCCOLATO SENZA COTTURA

torta di fragole e cioccolato senza cottura

ciclicamente, vi ammorbo con la foto di questa torta, su FB- e ieri ho visto che l'Araba ne ha postato una simile, in versione total white. Io vado di total- black- e vado pure veloce, perchè mi è giusto caduto l'occhio sull'orologio e il tempo per i convenevoli non ce l'ho. Neanche per gli ingredienti, a dirla tutta, per cui ve la racconto così come viene. 

vi ci vuole uno stampo da cheese cake, a cerniera, oppure uno da crostata col fondo amovibile- se desiderate sformarla. Altrimenti, va bene tutto. 
Imburratelo bene e stendete sul fondo un foglio di carta da forno, dello stesso diametro dello stampo. Imburrate pure quello. Mi raccomando, non dimenticate i bordi. 
Riducete in polvere dei biscotti al cioccolato (per uno stampo di 24 cm di diametro, ce ne vogliono circa 250 g) e aggiungetevi 100 g di burro fuso. Mescolate bene e versate il composto nella tortiera. facendo pressioni con la mano, stendetelo in uno strato sottile sul fondo e sui bordi. Mettete in frigo per un'oretta. 
Mondate tante fragole quante ne servono per rivestire metà del fondo della torta e tagliatele in due. disponetele sul fondo, così...

torta di fragole e cioccolato senza cottura


dopodichè, se siete di corsa, preparate una ganache veloce al cioccolato,portando quasi a bollore 250 g di panna fresca liquida e versandola lentamente su 250 g di cioccolato fondente al 70%, spezzettato. Con una frusta, far sciogliere bene il cioccolato e versare la crema sulle fragole. Tenere in frigo fino a mezz'ora prima di servire.

se avete più tempo, potete fare la ganache montata di Santin (anche questa, nella versione semplificata)
Ingredienti:
• 350 gr. di panna
• 350 gr. di cioccolato al 70 o 75 % di cacao
• 260 gr. di panna montata
Preparazione:
Scaldare la panna e versarla sul cioccolato finemente tritato mescolare fino ad avere un impasto omogeneo. Lasciare raffreddare fino alla temperatura di 40° e incorparare la panna montata.



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di Daniela

Vi dispiace se emetto un profondo e lunghissimo sospiro di sollievo, condividendolo con voi? Finalmente e dico proprio finalmente, dopo un anno scolastico lunghissimo, cominciato i primissimi giorni di settembre con gli esami di ammissione al conservatorio della Microba, con tutti i sabati impegnati per la settimana lunga a scuola, dopo concerti, esibizioni, impegni scolastici di ogni tipo, nuove materie ed un insieme considerevole di esami di fine anno nelle suddette materie, finalmente, con la notte bianca della Musica di giovedì scorso possiamo considerare iniziate le vacanze...per loro ovviamente, ma insomma anche per me una rilevante riduzione di attività extracasalinghe. La cosa mi piace anche se prima di conquistare qualche giorno di libertà vero, ancora ci vorrà un po' di tempo e molti armadi.....


Naturalmente le creature vivono, a questo punto e a parte qualche piccolo impegno per la Creatura Media, in funzione della settimana finale di agosto quando comincerà la nostra amatissima Masterclass delle "Altre Note", che come ogni anno farà risuonare la Valtellina per 10 giorni di note brillanti e "sorridenti" di giovani musicisti e di ospiti celebri nonchè di quelle degli altrettanto giovani ma preparatissimi Maestri, concertisti e didatti di mezza europa (come gli allievi peraltro), già noti  per il loro talento e la loro passione per la musica e l'insegnamento.... 
Se sarete in Valle, in quel periodo, venite ad ascoltarli e se conoscete giovani musicisti , che potrebbero essere interessati, fate passare parola: per loro è una splendida esperienza! 
Quindi, pronti per affrontare lunghe serate sfaccendate all'aperto, momenti di delizioso ozio e giornate più rilassate, vi lascio stamani con una ricetta super classica, di sapore orientale che è protagonista indiscussa delle nostre cenette estive: antipasto fresco e saporito, gradito a tutti....

Hummus bi Tahina
DSCF4059

Semplicissima preparazione dal sapore accattivante ed particolare: eccellente su crostini di pane abbrustoliti o su semplici fette di pane azzimo.....
Ingredienti 
250 gr ceci lessati
1-2 spicchi d’aglio
2 cucchiai Tahina
½ limone  succo
1 mazzetto di prezzemolo fresco tritato fine
paprica
2 cucchiai
Olio di oliva
prezzemolo
Sale
DSCF4056
Mettere nel frullatore i ceci, la tahina, il succo di limone, i spicchi d'aglio pestato, se necessario dell'acqua di cottura dei ceci, e il sale; frullate a bassa velocità  fino ad ottenere un composto omogeneo abbastanza denso. Servite in una ciotola comune e decorate con il prezzemolo tritato, un pizzico di peperoncino e/o paprica (io ho usato ben più che un pizzico di paprika dolce!) e un filo di olio d'oliva. Servire con pane tostato. 
Volendo potrete usare i ceci in scatola, ma certo il sapore sarà ancora migliore se userete dei ceci secchi e li cuocerete voi stessi. Basta metterli in bagno con un pizzico di bicarbonato per almeno 12 (ma meglio 24 ore), sciacquarli bene e poi cuocerli in acqua salata fino a che non saranno teneri e ben cotti, Scolateli, tenendo da parte un po' di acqua di cottura, per ammorbidire , se necessario l'Hummus.
Buonissima giornata a tutti
Dani

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