"La Nuova", si è battezzata- e Francesca la Nuova ormai è per noi e ci auguriamo che lo sarà per tutti, visto che è la sua prima volta all'MTC, ma tanto lei quanto noi desideriamo che sia solo l'inaugurazione di una lunga serie di partecipazioni. Non sappiamo quanto di autobiografico ci sia, nella storia che precede le sue ricette, ma se anche avesse tratto slo l'ispirazione da ambienti e situazioni reali, ne avremmo a sufficienza per poter essere contenti: una casa dove "il cibo è una cosa seria" e una cucina che è condivisione e atto di altruismo. Il che è perfetto, sia per questa sfida, sia per tutto il nostro gioco: cosa poter chiedere di più?
A domani, coi premi e.....
E....
E........





IL mio primo MT Challenge:
Il Pane dolce del Sabato di Francesca,la nuova...ovvero...La rivincita della pecora nera

La pecora nera doveva questo suo simpatico appellativo ad una particolarità che la distingueva da tutti i membri della sua famiglia d'origine: la pecora nera non amava il pane dolce.
Di per sé la cosa potrebbe non sembrare così importante ma, attenzione, in casa della pecora in questione il cibo era una cosa seria e quello che si cucinava e si mangiava non era mai solo cibo ma piacere, gioia,tradizione,amore e ricerca e nello specifico caso del pane dolce, ogni tipo di pane dolce, in quella famiglia non c'era spazio per i dubbi, il pane dolce era una vera e propria delizia!
Il pane dolce era nei cuori di tutti.
Di tutti tranne, appunto, che in quello della pecora nera.
A niente nel corso degli anni erano serviti gli innumerevoli tentativi di convincerla del contrario da parte della madre e del padre, a niente aveva portato l' amorevole sfilza di nuove forme e fogge di quel benedetto lievitato, con delusione dovettero constatare che non lo voleva nemmeno sottoforma di schiacciata.
La pecora nera era irremovibile: lei il pane dolce non lo mangiava.
Non è che lo odiasse ma non le piaceva.
Persino il quarto elemento della famiglia, il fratello minore della pecora nera che certo era il meno brillante e appassionato tra i quattro in fatto di cucina, continuava a ripeterle che era davvero buonissimo e tanto meglio per lui così ne mangiava di più.
La pecora nera crebbe sana e forte, coltivando la passione per il cibo e la cucina che aveva sempre respirato in quella casa e innamorandosi di qualcuno per cui questi argomenti erano altrettanto importanti e con cui era un vero piacere condividerli.
Questo qualcuno in questione, però, condivideva con lei anche qualcos'altro...non amava il pane dolce.
Nella famiglia della pecora nera si urlò al complotto per un po' tra delusione e incredulità generale, ma il padre della pecora nera era davvero un brav'uomo, amava molto sua figlia e il pecorone nero gli piaceva perciò la crisi grazie all'amore fu presto superata; tutti vivevano felici e per il bene di tutti non si parlò più di pane dolce.
Non si parlò più di pane dolce finchè un bel giorno la pecora nera decise che avrebbe messo in gioco se stesa e il suo amore per la cucina prendendo parte ad una sfida culinaria in cui si era imbattuta nel suo girovagare; quando aveva preso questa decisine, la poverina, non sapeva ancora cosa avrebbe dovuto cucinare ma qualche giorno dopo scoprì che le coincidenze non esistono e il piatto era un pane dolce, e non un pane dolce come tanti ma un pane dolce speciale, con una sua natura sacrale, carico di significati e valori che la pecora nera, neanche a dirlo, non conosceva.
Di arrendersi non se ne parlava e la pecora nera decise che dove non poteva arrivare lei sarebbe arrivata la storia, e così iniziò a pensare a quel pane dolce come a un qualcosa da scoprire, come ad una porta che se aperta l' avrebbe portata a conoscere una realtà diversa dalla sua, una cultura affascinante, una religione da capire...la pecora nera non amava il pane dolce ma le storie le amava, eccome.
Fatti i compitini ed appassionatasi all' argomento la pecora nera trovò quel che cercava, una storia nella storia: la storia di persone che non conosceva racchiusa in un pane, la storia di un pane da fare anche un po' suo.
La pecora nera preparò con amore e devozione pani dolci a sfare ed invitò tutta la famiglia ad assaggiarli, a condividerli insieme, a dire la loro sull' impasto e sui ripieni e capì da subito che qualcosa era cambiato; loro adoravano il suo pane dolce, loro lo divoravano felicissimi, tutti, compreso il pecorone, e finalmente si sarebbe potuto riparlare di pane dolce in quella casa.
Finisce così la storia della pecora nera, con una ricetta che convinse la stessa che anche lei, a modo suo, amava il pane dolce...non amava mangiarlo, ma ora amava da impazzire cucinarlo per gli altri.



PS. Questo è il mio primo MT Challenge e vorrei davvero ringraziarvi per avermi permesso di partecipare, mi sono divertita tanto davvero.
In particolare vorrei ringraziare Eleonora per avermi dato la possibilità di CONOSCERE.
GRAZIE A TUTTI.



Ricetta pane dolce del Sabato all' Uva fragola e cannella e Pane dolce del Sabato alle Pesche sciroppate e granella di nocciole

Per l 'impasto ho seguito in tutto e per tutto le indicazioni di Eleonora.

Per l'impasto delle due trecce:

500 gr di farina 0
2 uova grandimedie (circa 60-62 gr con il guscio)
100 gr di zucchero
20 gr di lievito di birra
125 ml di acqua tiepida
125 ml di olio extra vergine d'oliva
10 gr di sale
un tuorlo d'uovo per spennellare
semi di sesamo
semi di papavero

per il primo ripieno:

3 ciocchedi uva fragola
60 gr di zucchero semolato
scorza fine di un limone
3 cucchiaini di cannella

per il secondo ripieno:
tre pesche sciroppate
40 gr granella di nocciole tostate
3 cucchiaini di zucchero di canna

Prima di tutto e importantissimo, setacciare la farina.
Sciogliere il lievito nell'acqua tiepida insieme a un cucchiaino di zucchero e far riposare una decina di minuti fino a far formare una schiuma. Mischiare la farina, il sale e lo zucchero e versarci il lievito e cominciare ad impastare, versare poi l'olio e per ultimo le uova, uno ad uno, fino alla loro incorporazione. Lavorare fino a che l'impasto si stacchi perfettamente dalla ciotola, lasciandola pulita.

Ho impastato prima qualche minuto con la planetaria e poi ho finito di impastare a

mano sulla spianatoia dove ho coperto l'impasto e l'ho fatto lievitare circa 3 ore.

Poi ho ripreso l'impasto,l'ho sgonfiato, diviso in due parti e diviso ciascuna di queste

in tre. Ho steso queste in strisce lunghe 30/35 cm e larghe 10ca.

Poi ho riempito le tre strisce del primo pane con chicchi di uva fragola, che avevo

precedentemente ricoperto con zucchero semolato fine, cannella in polvere e scorza di

limone.

Ho arrotolato ciascuna striscia in modo da chiuderla su se stessa ed ho formato la treccia del primo pane.

Per il secondo ho steso sulle strisce granella di nocciole e pesche sciroppate tagliate

a dadini piccoli(grandi non hanno la stessa resa), ho aggiunto ancora granella di

nocciole e poco zucchero di canna, le ho chiuse come sopra e ho formato la seconda

treccia di pane.

Ho disposto i pani su una teglia da forno rivestita di cartaforno e li ho fatti

lievitare nuovamente per circa due ore, trascorso questo tempo li ho spennellati con il

tuorlo di un uovo e un cucchiaio di acqua, ho sparso sul pane ripieno d'uva i semi di

papavero e sul pane alle pesche sciroppate semi di sesamo.

Ho preriscaldato il forno a 220° ed infornato le due trecce per 20 minuti esatti.
sibilizzarli ed iniziarli ad apprezzare l’arte, e stimolare la loro creatività e il loro espressivo per poter condividere le proprie esperienze con il mondo, e così, attraverso la scelta di un frammento di realtà, mostrare la propria visione lasciando che questa possa perdurare nel tempo.
Nel laboratorio bambini e ragazzi capiranno come raccontare le loro storie, le loro percezioni ed esperienze mediante l’uso delle immagini.

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anrichissima focaccia ligure, tipo farinata ma col...

anrichissima focaccia ligure, tipo farinata ma col lievito e le cipolle. E la seconda puntata di "ufficio che vai"- dedicata alle Poste Italiane :-/
http://menuturistico.blogspot.it/2012/10/antiche-focacce-liguri-la-sciocca-e.html

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sciocca

Ufficio che vai- part two


Stesso giorno di questa scena qui, cambiano gli uffici e i personaggi: stavolta, sono da sola (la creatura invoca lo sfinimento da stress e mi abbandona all'uscita della ASL), e lo scenario è quello dell'ufficio postale sottocasa, con luci al neon che sparano incuranti del sole di un mezzogiorno di agosto e del pernicioso allungamento alla voce "sprechi d'italia", a cui contribuisce anche l'abituine di erigere una ventina di sportelli a sede, e di occuparne uno solo- per giunta, dall'impiegata intenta a chiacchierare con le altre 19. 
La richiesta è "fare una post pay per la figlia" ed è con questa formula magica ben impressa nella mente che raggiungo il bancone, quando chiamano finalmente il mio numero. 
L'impiegata non alza la testa e scribacchia su un foglio.
"buongiorno". 
Silenzio, ovvio. Salutare il cliente non è nei termini contrattuali
"vorrei fare una past pay per mia figlia"
L'impiegata continua a compilare moduli, ma dà un segno di vita
"cosa vuol fare?"
"una past pay"- inizio a contare- "per mia figlia"
"sua figlia  è minorenne?", prosegue la signora, sempre senza alzare gli occhi da quello che sta facendo
"sì, faccio io. (altrimenti, secondo te sarei qui? nel mezzogiorno di fuoco di agosto, all'ufficio postale?)
"allora, non può". 
e qui, alza gli occhi e mi guarda con la soddisfazione di chi ha appena smaltito una pratica, e pure in tempo record. Ma siccome non è giornata, la stoppo sull'"Avanti un altro"
"In che senso, non posso? mia figlia è minorenne, io sono sua madre, sono solvente, incensurata, immacolata. (e se riesco a parlare con lei con questo tono di voce, basso, controllato ed educato per ancora 5 minuti mi spunta pure l'aureola- ma anche questo lo tengo per me). Perchè non posso fare una past pay?"
"Perchè per i minorenni bisogna fare la Giunior"
"E va bene, facciamo la Junior"
"Ma ci vuole sua figlia"
"E' qui fuori, mia figlia. La chiamo e arriva"
"Sì, ma non può farlo lo stesso"
"Ma perchè non posso?"
"Perchè non abbiamo la Giunior. E' finita e non ne fanno più fino a settembre"

Dopo un quarto d'ora passato a risolvere la questione, si torna al punto di partenza: e cioè che IO faccio una postpay per la figlia minorenne. 
"mi seve il codice fiscale"
Parto a memoria- non va bene. Ci vuole il documento. 
Che ho, sia chiaro: ma, memore della recente esperienza alla ASL, azzardo una domanda
"non potete collegarvi al sito che li genera in automatico?"
All'impiegata brillano gli occhi
"No: c'è la privacy"
Serve anche la carta d'identità- e pure quella celo, pure bella nuova. Ma non va bene
"Manca la professione", dice, con la soddisfazione di chi non può proseguire in una pratica per manifesto errore del parigrado di un altro ufficio pubblico. 
"No, non manca: non c'è proprio"- e attacco con tutta la spiegazione, ma niente: la signora è un osso duro e, a quanto pare, prima di mollare questa past pay si dovrà passare sul suo cadavere
"Se non mi dice che lavoro fa, non posso terminare il servizio"
Glielo dico. 
Strabuzza gli occhi. 
E inizia a cercarlo sui moduli prestampati. Solo che ora mi porta rispetto. E a me vien voglia di ribaltarle la scrivania, con tutti i gadget dello stracavolo che le fanno da contorno. e penso che sulla prossima carta d'identità mi faccio scrivere "figlia di tranviere"- e poi ridiamo. 
Sui moduli la mia professione non c'è, ma ormai abbiamo invertito la rotta: e se prima la past pay doveva restare nel cassetto, ora bisogna trovare un modo per farmela avere- e peccato che anche la versione tutta tempestata di brillanti sia finita.
"cosa dice, metto "dirigente?", mi chiede, fra l'ansioso e il mellifluo
"Metta quello che vuole", rispondo, sfinita. 
Intanto, inizio a compilare i moduli, magicamente apparsi sul bancone, ad una velocità prossima a quella della luce. 
Ma la tipa nn molla- e alla fine, trova l'omologo della mia professione, per lo Stato Italiano. E clicca felice sulla crocetta corrispondente. 

Ve la faccio breve anche qui: blocco della procedura e attivazione della pratica per "familiari di soggetti politicamente a rischio", con tanto di firme contro gli attentati terroristici, il riciclaggio del denaro sporco e via a salire, fino agli errori arbitrali pro juventus e i gol in fuori gioco del milan. 
La Past Pay, ovviamente, è stata prima svuotata e poi persa. Ma questo, mi sa che lo sapevate già....



la Sciocca

sciocca1

Magari fra qualche anno cambierò idea, ma se oggi qualcuno dovesse chiedermi qual è il vero filo conduttore della gastronomia italiana, risponderei che è la farina di ceci. Il suo impiego è esteso dalla misconosciute focacce della Valle d'Aosta alle mai troppo lodate panelle della Sicilia ed è noto che la tenzone più accesa fra Savona e Genova, dai tempi di Andrea d'Oria, è per la paternità della farinata, una delle glorie della nostra gastronomia (a onor del vero: è Savona, la "mamma della farinata". Noi, per dispetto, le abbiamo interrato il porto)
Accanto a questo filone molto battuto, però, esistono altre preparazioni antichissime, cadute in disuso, di cui si sa poco o niente: ed è un peccato, sia chiaro, perchè in quanto a storia, a radici col territorio e a gusto non hanno nulla da invidiare alle versioni a cui è arrisa maggiore fortuna: è il caso di questa "Sciocca", focaccia di ceci tipica di Sestri Levante, di cui nessuno sa più nulla, a cominciare dall'origine del nome: si potrebbe ipotizzare un'analogia con la Socca, la farinata di Nizza,( qui nella versione rivisitata di Yotam Ottolenghi, a breve nella versione originale) a cui si avvicina anche pe gli ingredienti, ma si tratta comunque di un azzardo. L'unica certezza, invece, è il suo sapore, arricchito dal gusto pungente della cipollina novella (e non fatevi ingannare dalla cipolla rossa della foto: quella, è lì solo per sostituire la sua collega, finita tutta nella focaccia). Aggiungo anche che è semplicissima da preparare, veloce nella lievitazione, semplicissima da cuocere: di sicuro nel forno a legna verrà meravigliosa, ma anche nel forno di casa, la sua porca figura la fa...

da Il codice della Cucina Ligure, pubblicato in schede da Il Secolo XIX nel 1982

400 gr. di farina di ceci
1 litro d'acqua
30 gr. di lievito di birra
1 cipollina novella
olio extravergine d'oliva
sale

Diluire il lievito con un bicchiere di acqua tiepida. Diluire la farina con l'acqua e aggiungere lievito sciolto e la cipollina tritata. Salare. Far riposare una mezz'ora.
Ungere abbondantemente un tegame.
Versarvi il composto. Irrorare con un altro cucchiaio d'olio. Infornare in forno caldo per 1 ora. 

L'unica variante mia riguarda la cottura: l'ho infornata a 220 gradi, in modalità ventilata e l'ho sfornata appena cotta, quando ha assunto il colore dorato della foto: all'incirca, tre quarti d'ora o poco meno. 

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In chiusura della sfida, ospitiamo di nuovo Cristina P. che fa uno strappo alla regola che la vede ospite fissa di Mapi e ci fa provare un po' di nostalgia per il bel tempo antico. La sua consueta fantasia stavolta si piega alla tradizione, regalandoci due ripieni classici e di classe, senza sbavature e perfetti nella loro essenzialità, per un impasto che non ha incontrato i suoi gusti, ma col quale si è comunque cimentata fino in fondo, confermando le doti proprie di una veterana dell'MTC: curiosità, bravura, desiderio di mettersi alla prova e quel senso critico che è ciò che rende gli sfidanti i veri protagonisti della nostra gara. 
A tutti, appuntamento a giovedì I novembre alle 9.00, per dare inizio alla giornata dei Premi! 
buona domenica







Questo MTC è davvero particolare.
Intanto ho riletto il post introduttivo 3 volte per cercare di assimilare tutte le informazioni e non credo di esserci ancora riuscita in pieno.
E' interessantissimo, come lo è il fatto che l'MTC amplia la cultura e non solo quella gastronomica in senso stretto. La gastronomia è di per se cultura, legata com'è alla storia, al territorio, alle tradizioni, alla religione, alla condizione sociale, ecc. ed è bello che ad ogni piatto proposto venga anche aperta una piccola finestra sul perché il tal piatto si cucina così, si prepara in quella circostanza, si gusta in quel modo. E' un'occasione per che poi vuole approfondire il discorso in modo autonomo e continuare ad imparare sempre di più.
Per quanto riguarda invece il pane dolce del sabato, oggetto della sfida, purtroppo devo dire che non sono molto soddisfatta, cioè, penso sinceramente tutto quanto detto finora ma, altrettanto sinceramente, credo che non lo rifarò in futuro perché questa ricetta non è piaciuta in famiglia, e a me per prima.
Noi abbiamo una netta preferenza per il salato e i nostri dolci sono quelli tipici da colazione, unico momento in cui li consumiamo e apprezziamo. Questo pane dolce del sabato (per noi) è risultato troppo dolce per essere un pane e poco dolce per essere adatto alla nostra colazione. e qui esce la cultura gastronomica delle abitudini di famiglia.
Non vuole essere una critica al pane, ma solo una mia personale visione.
Della cucina ebraica apprezzo molto di più altri piatti. Ad es. 4 anni fa sono stata in Israele, con altre 25 persone, e si ricordano ancora (e non perdono occasione per prendermi in giro!!!) dei piattini degli antipasti che finivano immancabilmente davanti a me per essere terminati..... e con tanto di "scarpetta"!
Per questo pane dolce del sabato ho deciso due impasti diversi, uno per treccia, quindi uno ha un ripieno di pere e cioccolato amaro e l'altro una glassa con caffè.
Può anche essere che sia stata io a scegliere un (anzi due) gusti non troppo particolari, ma per una ricetta così ricca di tradizione non mi sembra il caso di lanciarmi in esperimenti innovativi con accostamenti esageratamente originali a tutti i costi.



Pane dolce del sabato versione caffè e versione cioccolato e pere

L'impasto segue alla lettera la ricetta di Eleonora, con farina manitoba, doppia lievitazione e tutto quanto previsto.

Per il ripieno, invece, le mie due versioni sono:

1)
1 pera Kaiser non troppo matura (per non avere eccessivo rilascio di acqua)
80 gr. di cioccolato fondente (io ho usato Lindt fondente Excellence al 99%)

Ho semplicemente grattugiato metà del cioccolato e rotto con le mani in pezzi disuguali l'altra metà, mischiando poi con la pera sbucciata e tagliata a quadrettini e adagiato il tutto all'interno della pasta pronta per essere intrecciata.

2)
20 ml di caffè nero
3 cucchiai di zucchero
1 cucchiaio di nescafè solubile

Ho sciolto lo zucchero e il nescafè nel caffè ancora caldo e poi l'ho addensato ulteriormente a bagnomaria, facendo evaporare l'acqua in eccesso, anche se non era molta.
Con questa cremina di mia invenzione ho farcito la seconda treccia.

Sopra a entrambe le trecce ho messo i semi di sesamo. Questi si, li adoro e in casa non mancano mai.
Buon appetito e, sinceramente di cuore, grazie Eleonora per averci (avermi) insegnato tutto questo.

Cristina P.

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Di Daniela
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tortini da passeggio

Ci siamo quasi: domani è il giorno della Cresima della Microba: in casa c'è un po' di agitazione e di emozione, mista a mooooolta confusione per tutte le cose ancora da preparare per ricevere i nostri ospiti... Certo è soltanto una riunione di famiglia, con gli amici più cari con noi, ma mi piace pensare di aver fatto il possibile per accontentare i gusti e le aspettative dei commensali: come in ogni famiglia che si rispetti, ciascuno ha la sua preferenza, la sua particolare golosità e, con gli anni, si imparano a conoscerle tutte, o almeno la maggior parte, e ad agire di conseguenza. Qualche volta questo limita leggermente i possibili menù, tendo magari a preparare più volte lo stesso piatto, per accontentare proprio le preferenze di chi ho intorno, ma mi fa piacere sapere che ognuno troverà un particolare cucinato proprio per lui o per lei....Mi diverte quando, specialmente i miei preferiti, il gruppo "nipoti-figlie-e-loro-amici", appena ci avviciniamo al buffet, vengono da me per dirmi : "ma lo sai  mamma (o Titti, o Dani) che speravo proprio che preparassi questo stasera?".
Oggi quindi, gli ultimi preparativi, mentre la protagonista di tutto sarà occupata con i suoi amici, per prepararsi serenamente all'evento di domani ; certo non mancheranno giochi e gran risate, ma la cosa dà un senso di maggior concentrazione sull'aspetto più interiore di ciò che affronterà, accompagnata da tante persone che le vogliono bene. 
La prossima settimana vi posterò qualche foto e un po' di ricette: per ora mi limito a presentarvi un esperimento che ha avuto l'approvazione "interna". Si tratta di tortini presentati in forma "da passeggio" come mi è venuto spontaneo chiamarli. Sono nati in seguito al regalo di mia figlia Giorgia di queste divertenti formine che contenevano all'interno della confezione anche un paio di ricette consigliate per provarli. Questa che ho scelto è molto gustosa e saporita , ho solo "aggiustato il tiro" per le quantità di un paio di ingredienti e ora ve la racconto.

Tortini di parmigiano "da passeggio"

tortini di parmigiano
Ingredienti
90 gr di farina
1 uovo intero
1 tuorlo
1 dl di latte
50 ml di olio d'oliva (ho dimezzato la dose originale)
45 gr di parmigiano
8 gr di lievito istantaneo non vanigliato
1 cucchiaio raso di paprika dolce (la ricetta prevedeva 1/2 cucchiaino di paprika. Io ho usato la paprika dolce e ho raddoppiato le dosi)
sale, pepe

tortini di parmigiano


Incorporate il latte e l'olio alle uova sbattendo il tutto con una forchetta o una frusta a mano. Aggiungete la farina, il parmigiano, la paprika, il lievito e per ultimo sale e pepe a piacere. Trasferite il composto nelle cavità dello stampo scelto o in semplici pirottini da mini muffin, facendo attenzione a riempirli fino a 3/4 . Inserite il bastoncino, nel caso degli stampini in questione ed infornate subito in forno preriscaldato a 180°C per circa 15 /20 minuti , secondo il vostro tipo di forno, o fino a che i tortini non hanno assunto un bel colore dorato.

tortini di parmigiano

Prima di sformarli, attendete che si raffreddino o almeno intiepidiscano e poi serviteli soli o accompagnati da qualche salsina , magari di pomodoro semplice e leggermente piccante.
Buona giornata a tutti


Parmesan and paprika  mini cakes

tortini da passeggio
Ingredients
90 gr flour
1 egg
1 egg yolk
100 ml milk
50 ml olive oil
45  gr parmesan cheese
8 gr unsweeted backing powder
1/2 teaspoon  paprika (I used 2 tsp)
salt and pepper

Mix milk and oil with eggs and whip it with a hand whisk. Add flour, parmesan cheese, paprika, baking powder and finally salt and pepper. Pour the mixture into the mold, filling it up to 3/4 and insert the sticks (you can use also a simple mini-muffins mold). Bake y6our mini cake in a preheated oven at 356 °F (180°C) for 15/20 minutes Remove them from the mold when cold and serve

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Crostata norvegese al cardamomo. Per chi me l'ha...

Crostata norvegese al cardamomo. Per chi me l'ha chiesta- e non so più chi sia :-)
http://menuturistico.blogspot.it/2012/10/crostata-norvegese-al-cardamomo.html

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La Sweet potatoes pie per lo Starbooks di oggi- e...

La Sweet potatoes pie per lo Starbooks di oggi- e una riflessione veloce veloce sui programmi televisivi che parlano di cucina. Martha Stewart contro Benedetta Parodi, insomma: ha senso un paragone del genere? e se no, perchè? ne parliamo su menuturistico

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sweet potatoes pie- M. Stewart
 
 
Ultimo giro per lo Starbooks di ottobre, ma se mai ho acquisito un po' di "occhio", in quest'esperienza, scommetterei qualcosa sul fatto che il nostro saluto a Martha Stewart sia un arrivederci, invece che un addio: nel bottino di queste tre settimane di verifiche, infatti, contiamo ancora tanta curiosità, oltre al divertimento e alla soddisfazione per i risultati. Il che, a ben guardare, è ciò che si cerca in un manuale di cucina: affidabilità e ampia possibilità di utilizzo. E il Martha's American Food, sotto questo aspetto, si aggiudica il punteggio pieno. 
Come d'altronde gran parte dell'editoria anglosassone, mi verrebbe da aggiungere, a corollario di una riflessione che sto facendo da un po', grosso modo da quando ho smesso di acquistare libri italiani (salvo alcune eccezioni) per dirigermi esclusivamente verso il mercato straniero. E da quando, proprio parlando della Stewart, qualcuno di voi ha azzardato un paragone fra quest'ultima e la nostra Benedetta Parodi. Che con la Martha c'entra come i cavoli a merenda, sia chiaro: epperò, proprio queste distanze suggeriscono di andare oltre quello che si vede, per tentare un approccio alla questione che non sia il solito dare addosso a tizio- e magari anche a caio. 

 

Benedetta Parodi è conduttrice garbata, colta, autoironica, piacevole. Può non riuscire simpatica a tutti, come è ovvio, ma ha una dote che manca alla maggior parte delle conduttrici donna, vale a dire la capacità di prendersi in giro, al momento giusto. E già questo è un punto a suo favore. Ci aggiungo che non urla, non provoca, non è mai sopra le righe, lascia spazio agli ospiti e li valorizza tutti senza mai perdere il filo della conduzione- e vi assicuro che, per il livello medio della nostra televisione, questo è grasso che cola. 
il problema, semmai, è cosa c'èntrino con lei i suoi programmi: perchè tanto la Parodi è professionale nel suo lavoro, quanto i contenuti dei suoi appuntamenti televisivi sono la quintessenza del dilettantismo, nell'accezione deteriore del termine: l'esaltazione di una "non cucina", ottenuta per giunta attraverso scorciatoie al limite della scorrettezza, che ben si collocano nel più generale panorama dell'apparire italico, dove l'importante è millantare. Si millantano giovinezze che non ci sono, competenze che non ci sono, virtù che non esistono, che male ci sarà, a millantare anche di saper cucinare?
Nel programma della Stewart, per contro, questo è assolutamente bandito. Tutto ciò che viene proposto è all'insegna della credibilità: deve essere credibile la ricetta, devono essere credibli gli ingredienti, deve essere credibile la concezione stessa che ispira lo show: se di cucina si tratta, che cucina sia- e lo sia per davvero. 
Sono di corsa e non posso approfondire l'argomento come vorrei: ma credo che si sia capito dove voglia andare a parare. Non sulla bravura della Stewart, non sulla supposta non bravura della Parodi, ma sulle aspettative del pubblico. Perchè è questo quello che fa davvero la differenza ed è questo che noi troppo spesso dimentichiamo. 
 
 sweet potatoes pie- M. Stewart
 
Il pubblico statunitense, che pure non ha alle spalle una tradizione gastronomica così illustre come la nostra, non transige sulla soddisfazione delle sue aspettative: paga moltissimo, è vero, ma solo partendo da questo presupposto. E i programmi di cucina, anche quelli strutturati come veri e propri momenti di intrattenimento, devono comunque avere dei contenuti chiari e di sostanza: la pie di zucca con la frolla del supermercato e il ripieno della bustina lo so fare da solo, senza che ci sia bisogno che me lo dica tu- sembrano dire gli spettatori al di là dello schermo. 
Da noi, invece, è capitato il contrario. Ed è ovvio che gli autori del programma ci si siano buttati a pesce, a maggior ragione considerato che di tv commerciali si tratta. 
Tutto il nostro patrimonio, la nostra tradizione, i trucchi delle nostre nonne e ele ricette delle nostre mamme,i km zero, i proclami salutisti e gli eataly che nascono come funghi, puff, sono spariti di fronte alla promessa di una crostata perfetta, in 5 minuti. 
E lo stesso vale per la svolta dell'editoria italiana, che ha spinto sull'acceleratore dell'immagine, della grafica, della foto (cosa buona e giusta), tralasciando in molti casi  la parte dei testi (cosa sommamente no buona e no giusta): col risultato che la bella torta della foto, nella mia cucina si è ridotta ad un ammasso informe e impresentabile, anche se ho seguito tutto alla lettera. 
Riprendiamoci i contenuti, mi verrebbe da dire. Che è quello che facciamo noi, nel nostro piccolo, ogni mese, con questa iniziativa, sempre più seguita, sempre più attesa. E questo, forse, è già un bel passo avanti...
 
Di seguito, tutto qello che abbiamo provato per voi, in questa settmana:
 
La Apple Pie di Mary Pie: Zesty Crab Cakes
Andante con Gusto: Maple Bundt Cake
Ale Only Kitchen: Buffalo Chicken Wings
Vissi d'Arte e di Cucina: Pigs in a Blanquet
Le Chat Egoiste: Stuffed Mushrooms
Arricciaspiccia: Skillet Cornbread
e su Menuturistico la 
 
SWEET POTATOES PIE
 
sweet potatoes pie- M. Stewart
 
 
 
Impasto base per la pie (per due dischi)
 
360 g di farina
1 cucchiaino di sale
1 cucchiaio di zucchero (circa 30 g)
250 g di burro freddo, tagliato a pezzetti
da 60 a 120 ml di acqua fredda
 
Mettere farina, sale e zucchero in un robot da cucina e iniziare ad amalgamarli, usando la funzione "pulse". Aggiungere il burro. Usare la funzione "pulse" fino a quando gli ingredienti si sono amalgamati per formare delle grosse briciole (circ 10 secondi). Spruzzare circa 60 ml di acqua sull'impasto e continuate sempre ad impastare nel robot, con questa funzione, fino a quando la pasta inizia ad essere compatta, senza essere bagnata o appiccicosa. Se fosse troppo asciutta, aggiungete un po' d'acqua, un cucchiaio alla volta, aggiungendo il successivo solo quando il precedente è stato assorbito. 
Dividere l'impasto in due dischi, avvolgeteli nella pellicola ed appiattiteli, dando loro la forma di un disco.
Teneteli in frigo, fino a quando diventano freddi- da un minimo di un'ora a tutta la notte. L'impasto può essere congelato e si conserva per un mese: quando decidete di utilizzarlo, è preferibile lasciarlo scongelare in frigo per una notte. 
 
Sin qui la Martha, ora arrivo io :-)
Dunque, questo è l'impasto base con cui negli USA si preparano le famose pies, una sorta di frolla all'acqua, con molto meno zucchero rispetto alle nostre. Tant'è che al tatto si ha una pasta croccante e friabile, e al gusto un sapore neutro, che è perfetto per accogliere i ripieni. 
La lavorazione è simile a quella della nostra frolla, nel senso che tutto ruota attorno alla temperatura del burro: non si deve scaldare, pena la non riuscita dell'impasto. Di solito, l'optimum è lavorare a mano, e con le mani fredde (basta bagnarle sotto il getto dell'acqua corrente, fredda ovviamente, e ricordarsi di asciugarle prima di iniziare a lavorare): ma se usate un robot da cucina, come la Stewart, dovete usare la funzione "pulse", quella cioè che fa lavorare il motore del robot ad intermittenza. Un po' come la funzione "spiga" del Bimby, per intenderci. 
Consiglio spassionatissimo: iniziate così, nel robot, lavorandolo con questa funzione. Appena si formano le bricioline, cioè poco dopo aver aggiunto i 60 ml d'acqua, trasferite l'impasto su un piano di lavoro leggermente infarinato e proseguite a mano: vi ci vorranno due o tre minuti, al massimo- e in compenso avrete la pasta "sotto le mani": sentirete se è troppo umida o troppo asciutta ed eviterete di lavorarla troppo, col rischio di bruciare il burro e comprometterne il buon risultato.
 
sweet potatoes pie- M. Stewart
 
per il ripieno
2 patate dolci, bollite e pelate (circa 6-7 hg)
25 g di burro
150 g di zucchero di canna
2 cucchiai di sciroppo d'acero
1 cucchiaio di bourbon (facoltativo)
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
1/2 cucchiaino di cannella macinata
1/2 cucchiaino di sale
un pizzico di noce moscata grattugiata all'istante
250 ml di panna
2 uova, grandi, più un tuorlo
140 g di noci pecan, tostate e sminuzzate grossolanamente
1 cucchiaio di panna
 
panna montata, per servire
 
 
tortiera da 25 cm di diametro
1 disco di impasto base per pies
 
1. su un piano di lavoro leggermente infarinato, srotolate il disco di pasta e col mattarello appiattitelo fino a dargli la forma di un disco di circa 30 cm di diametro, allo spessore di mezzo cm circa. Eliminate la farina in eccesso. Stendete l'impasto in uno piatto da pie del diametro di 25 cm (io ho usato una tortiera per crostate, dal fondo estraibile, di 26 cm di diametro) in modo che fuoriesca dai bordi di circa un cm. Piegatelo intorno al bordo della tortiera, schiacciandolo per sigillarlo, e decorarlo con i rebbi di una forchetta. Coprire con pellicola trasparente e mettere in frigo da un minimo di mezz'ora al massmo di un giorno
 
2. Preriscaldare il forno a 190 gradi (grata al centro). Bucherellare con una forchetta il fondo dell'impasto, rivestirlo con carta da forno e riempirlo con fagioli secchi. Infornare e far cuocere fino a quando inizia a brunire, per circa 15 minuti. Eliminare la carta da forno e i fagioli e far cuocere per altri 8 minuti. Trasferire lo stampo su una gratella e lasciar raffreddare. 
 
3. Con un mixer elettrico, a bassa velocità, montare le patate e il burro fino a quando diventano morbidi. Aggiungere 110 g di zucchero di canna e proseguire con lo sciroppo d'acero, il bourbon (se lo usate), la vaniglia, la cannella, il sale e la noce moscata. Mescolare, fino ad amalgamare bene tutti gli ingredienti. Aggiungere la panna, un uovo intero e il tuorlo. Continuare a lavorare, con il mixer, fino ad avere un composto spumoso.
 
4. Cospargere la base della pie con il resto dello zucchero e disporvi le noci, tostate e sminuzzate grossolanamente. Versarvi sopra il ripieno di patate dolci. Sbattere leggermente l'uovo rimasto, aggiungervi la panna liquida, amalgmamare e con un pennello da cucina spennellare uniformemente i bordi della torta. Rimettere in forno e far cuocere dai 30 ai 40 minuti, fino a quando il ripeno sarà sodo. Far raffreddare su una gratella. Servire tiepido o a temperatura ambiente, decorato con un ciuffo di panna montata. 
 
Note mie
 
Si tratta di una preparazione tipica del Sud degli States, che è tradizione preparare per il Ringraziamento: quindi, aspettatevi sapori insoliti- e qui ci aggiungo un "finalmente", d'ufficio, visto che di cucina americana inchiodata ai soliti gusti non se ne può più. Per molti versi, ricorda la pumpkin pie, a cui si avvicina moltissimo anche nell'aspetto: ma, di nuovo, il riferimento è a sapori inusuali, dolciastri, speziati, così lontani dai nostri che possono non incontrare il favore di tutti. Da noi, per esempio, hanno proprio spaccato i pareri in due: mia figlia che pure è l'artefice di questa torta (tutta lei, la fece), non ne ha voluto assaggiare neanche un pezzetto; mio marito, in compenso, se la sarebbe mangiata tutta. E lo stesso è accaduto il giorno dopo in ufficio: non ne è avanzata neanche una briciola, ma ho il sospetto che le mandibole responsabili di tale razzìa siano quelle di due o tre colleghi- e non di tutti quanti. 
 
Ciò premesso, è un'ottima torta. Molto ben equilibrata nelle consistenze e nei sapori, morbida al punto da poter essere tranquillamente servita alla fine di un pasto (nasce per questo, in effetti), assolutamente nuova se anelate agli effetti speciali. Le patate dolci si trovano un po' dappertutto (da noi, anche al supermercato) e si cuociono esattamente come le altre: acqua fredda, portata poi a bollore. Tenetevi parchi col sale, ovviamente, trattandosi di un ripieno dolce: un cucchiaino basta e avanza.
 
 

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Di Daniela

 

 

hamburger

 

 

Ci credereste se vi dicessi che, anche di fronte alla vulcanica Martha  ed ai suoi hamburger, io non ho saputo resistere e devo, per forza, parlarvi un po' di storia?

 

Bé, farete bene a crederci perchè, ahimè, è proprio così.:-)
D'altra parte, il piatto è di quelli che si prestano ad essere indagati a fondo da noi viaggiatori del tempo-culinario, perchè non solo è, anche se non sempre correttamente, una delle colonne portanti della moderna cucina globale, che prevede di poter trovare ovunque gli stessi cibi, cucinati più o meno allo stesso modo, ma anche perchè accompagna, in qualche maniera, una gran parte della  storia degli Stati Uniti d'America, pur avendo origini antichissime ed impensate....
Immagino di non dirvi nulla di nuovo se vi racconto che il termine Hamburger, prima ancora di definire il famoso panino dei fast food di mezzo (anzi direi 3/4) di mondo, viene direttamente dal termine Hamburger (di Amburgo) o più precisamente Hamburg steak o steak nach Hamburger art (cioè “bistecca alla moda di Amburgo"), città nota anche per l'eccellenza delle carni prodotte nella sua zona. Infatti, sembra che l’Hamburger originario e su questo concordano la quasi totalità delle fonti che ho letto, fosse una polpetta di carne, che i marinai tedeschi consumavano cruda e condita da molte spezie e che venne  poi importata ai primi dell’800 in America,  attraverso gli immigrati.
Già più inquietante è invece l'origine più antica della semplicissima polpetta piatta di carne, che da noi è conosciuta anche come Svizzera, nome che vuole solo sottolineare la sua appartenenza alla gastronomia del nord. La sua storia, infatti, si perde addirittura nel XII secolo, quando i Mongoli di Gengis Kahn, tesi alla loro conquista velocissima di gran parte dell'europa per la costruzione del grande e potente impero Mongolo, non avendo molto tempo da dedicare alla preparazione e al consumo di pasti durante la giornata, mettevano a frollare sotto la sella dei filetti di carne di vari animali, che venivano così tritati dal costante movimento della sella stessa e cotti dal calore degli animali. Devo confessarvi che la scoperta di questa cosa ha tolto all'hamburger, per qualche giorno,  gran parte del suo fascino ai miei occhi:-)....  Considerazioni personali a parte però, la carne di cavallo veniva particolarmente apprezzata così "preparata", tanto che Marco Polo annota questa abitudine del popolo mongolo, osservando che un solo pony poteva nutrire centinaia di guerrieri per un giorno intero .
La cosa si diffuse e quando i Mongoli conquistarono la Russia, arrivando a  Mosca, questa "ricetta" passò ai cuochi locali, che impararono, con la loro solita abilità, a trasformarla però in qualcosa di decisamente meno truculento, creando  la celebre "Steak Tartare," (Tartari è  il nome con cui i russi designavano i mongoli: curiosità particolare: lo sapete che il celebre attore Charles Bronson [I magnifici sette, La grande fuga, Quella sporca dozzina e C'era una volta il west e Il giustiziere della notte, tanto per capirci] era di origine tartara? :-) Quanto si scopre leggendo qua e là!!). Nel corso degli anni, i suddetti cuochi dello Zar, trasformarono la carne tritata (o meglio strappata) mongola in un piatto ben più raffinato, condito con cipolle tritate, spezie, aromi e le uova crude, accompagnandola a volte con della salsa Tartara...
Dalle tavole russe alle tedesche il passo è breve... La carne trita comincia ad essere trasformata in insaccato, ma dai porti russi a quello di Amburgo passa anche l'uso delle polpette aromatizzate, che potevano essere conservate per qualche tempo durante i viaggi per mare; ragione questa  per cui i primi immigrati tedeschi la portarono con sé durante il lungo tragitto per arrivare in America (in realtà per i viaggi veniva usata carne leggermente affumicata e salata, mescolata con cipolla e pangrattato, poiché ci si preoccupava più della durata nel tempo che del saporeper poi tornare alla carne fresca macinata una volta a terra ).
Nel porto di New York cominciarono così a vendere hamburger, per attirare i marinai europei ed in particolare i tedeschi e nella seconda metà dell'800 l'hamburger comincia anche a comparire nei primi menù di ristoranti americani...

Non potete neppure immaginare la ridda di rivendicazioni che circolano sulla  paternità dell'hamburger quale lo conosciamo oggi: fatto certo, tra i tanti, è che in un libro, il Boston School Cook, dalla signora Mary Bailey Lincoln del  1844, ci sono ben due ricette a base di carne tritata: sono una torte a base di carne alla griglia e una Steak Hamburgh, che in effetti ricorda molto la ricetta del nostro panino.
Ci sono poi coloro che si proclamano inventori in piena regola dell'hamburger, da un 15enne  del Wisconsin nel 1885, ad una famiglia di Akron, Ohio, ancora nel 1985, ad un'altra famiglia però di Tulsa, in Oklaoma nel 1891 ad un tale signor  Louis di New Haven, nel Connecticut : tutti sono certi di esserne gli inventori, con tanto di festa in alcuni casi annuale o comunque scandita negli anni per ricordare l'evento e fior di battaglie legali per la concessione di un riconoscimento ufficiale..A questi si uniscono Mr Gary di Clarinda, Iowa Anderson da Wichita, Kansas, che ritengono "solo" di aver inventato il panino in cui racchiudere le polpette al posto delle fette di pane e perfino il celebre Poldo di Braccio di ferro ha avito la sua catena di ristoranti, aperti in nome del suo ruolo importante nel rendere celebri gli hamburger in America....
Però la "primogenitura ufficiale" spetta probabilmente alla Fiera Mondiale di St. Louis del 1904, dove si presenta, sull'onda del successo ottenuto a casa, ad Athens nel Texas, il signor Fletcher Davis, di origini tedesche, che ha deciso di cuocere la vecchia polpetta di carne trita, alla griglia e poi di sistemarla tra due fette di pane calde con cipolle e senape per venderla nel suo locale nella piazza del tribunale. In questo disegno, Uncle Fletch come doveva apparire nel 1904 al World’s Fair, in St. Louis. (Illustrazione di Bruce Hutchison
Successo strepitoso, naturalmente. Sarà un caso che a questa fiera sia stato inventato anche il cono gelato? :-) Luogo felice di grandiose idee culinarie la St. Louis d'inizio secolo...
Comunque questa è solo una versione delle tante, che si uniscono a tutte quelle sulla nascita e quindi sulla paternità del  cheese burger....
Come vi avevo preannunciato storia antichissima per una preparazione decisamente moderna e al centro, da sempre, di grandi contestazioni di ogni genere.

Ora, dopo avervi fatto iniziare la settimana con una, spero non eccessivamente spiacevole, indigestione di storia (termine assai appropriato, vero?), passo a descrivervi il modo di preparare degli ottimi panini per contenere le vostre "polpette di carne".





Fonti:
http://www.texasescapes.com/AllThingsHistorical/InventingHamburgerFrenchFriesBB602.htm
http://whatscookingamerica.net/History/HamburgerHistory.htm
http://www.chow.com/food-news/54564/the-hamburger-through-time/
http://www.h2g2.com/approved_entry/A1021825
http://en.wikipedia.org/wiki/History_of_the_hamburger
http://bbq.about.com/cs/hamburgers/a/aa070597.htm
http://www.texasmonthly.com/preview/2009-08-01/feature7
http://it.wikipedia.org/wiki/Charles_Bronson


 
Panino per hamburger
 
Hamburger e panini

La ricetta che ho scelto, dopo attenta valutazione di ciò che si trova  in rete , viene da qui, senza praticamente nessuna correzione.
E' equilibrata, il panino risulta morbido,  senza essere mollo e si presta benissimo sia al dolce che al salato.... Io l'ho utilizzato per l'hamburger e con i wurstel, ma l'ultimo, la Microba lo ha fatto sparire con la marmellata di fragole.... :-))

Ingredienti:
500 g di farina 0
240 g di acqua
1 uovo
55 gr di zucchero
7 gr di sale
30 gr di burro morbido a pezzetti
10 gr di lievito di birra fresco
semi di sesamo
latte
 
Hamburger e panini
Sciogliete il lievito nell'acqua tiepida con cinque grammi dello zucchero pesato e lasciatelo riposare finché non forma le bolle in superficie. Ho un'unica osservazione da fare: il quantitativo di acqua dipende come sempre , dal tipo di farina che usate. Perciò è meglio cominciare con un quantitativo leggermente inferiore di liquido, per aggiungerlo magari mentre impastate (o fate impastare dalla macchina) per raggiungere la consistenza perfetta. Versate nella ciotola dell’impastatrice la farina, lo zucchero rimanente e il sale e mescolateli velocemente per amalgamarli bene. Aggiungete l’uovo e il lievito sciolto nell'acqua e accendete l’impastatrice a velocità media. Non appena gli ingredienti saranno bene amalgamati, unite anche il burro ammorbidito a temperatura ambiente e fate lavorare l’impasto per 4/5 minuti finché non si “incorda” intorno al gancio, staccandosi dalle pareti. L’impasto deve risultare quindi sodo, liscio ed elastico al tatto. Formate una palla e lasciatela lievitare fino al raddoppio del volume in un contenitore chiuso con un coperto : ci vogliono almeno 1 ora e mezzo / due ore..
 
FHamburger e panini
 
 
Passato il tempo richiesto, pesate l’impasto e decidete la dimensione dei panini che volete ricavare e dividetelo in tante palline di uguale dimensione. Per ciò che mi riguarda ho fatto 12 panini di circa 65/70 gr l’uno. Appoggiate tutte le palline ottenute su una teglia ricoperta da un foglio di carta forno abbastanza distanti l’uno dall'altro affinché non si appiccichino lievitando (non troppo almeno :-)).
 
Hamburger e panini

Coprite la teglia con un canovaccio e metteteli in un luogo tiepido a lievitare ancora per una mezz'oretta. Nel frattempo portate il forno a 180/190 gradi (dipende dal vostro forno). Subito prima di infornarli riscaldate leggermente un qualche cucchiaio di latte e con questo spennellate la superficie dei panini spargendo sulla superficie i semini di sesamo. Infornate per 12/13 minuti.
Per la seconda ricetta di hamburger ancora  un giorno o due , perchè qui non c'è più spazio, ormai :-)
Buona giornata a tutti
Dani

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Elif Shafak, La Bastarda di Istanbul




Se avessi dato retta ai miei gusti e al mio istinto, questo romanzo non sarebbe mai finito negli scaffali della nostra libreria: rifuggo come la peste le scene di violenza, ancor peggio se su donne e bambini, e trovo a dir poco fastidioso che l'editoria di questi anni abbia sfruttato a fini palesemente commerciali un filone così delicato come quello del libro-denuncia o del libro-confessione. Il che non significa che non si debbano pubblicare romanzi che tocchino tematiche del genere, anzi: non c'è come la pagina scritta che abbia il potere di diffondere idee e sollecitare coscienze. Ma, mai come in questo caso, est modus in rebus: e mettersi a pubblicare tutto quello che si trova, sulla scia del meritatissimo successo di Leggere Lolita a Teheran o Il libraio di Kabul, per dire, fa un pessimo servizio: alla sensibilizzazione delle coscienze e alla pazienza dei lettori: perchè se mai c'è qualcosa che indigna di più del  sospetto che una materia così drammatica e delicata venga sfruttata a fini di lucro,  questo è vederla scritta con i piedi. Cosa che, purtroppo, succede nove volte su dieci. 

Questo, dunque, è il motivo per cui quando vedo da lontano un titolo che anche lontanamente possa farmi sorgere il dubbio che possa appartenere a questo genere, cambio reparto: devo averlo fatto anche con La Bastarda di Istanbul, a ripensarci, visto che possiedo un'edizione ultra economica, frutto di non so più quante ristampe. Ma, in questo caso, ho fatto male. E faccio pubblica ammenda qui sopra, con una rece doverosamente breve ma intensa :-), quale tocca di solito a tutti i romanzi che, in un modo o nell'altro, hanno toccato le corde del mio cuore. 

A dispetto del titolo, la ragazza di padre ignoto e di madre volutamente confusa nel mucchio delle tante zie, è una delle due protagoniste del romanzo: l'altra è una ragazza americana, figlia di una ragazzona dell'Arizona e di un armeno, sposata in seconde nozze con un turco. Nonostante le differenze culturali e ambientali, le famiglie delle due ragazze si somigliano, unite come sono da un  filo rosso di antichi rancori, che nel caso di Armanoush ha preso le forme di una delle più strazianti tragedie del secolo scorso (il genocidio degli Armeni), che qui diventa paradigma di un vivere quotidiano intessuto di piccole rivalità e di dispetti. E' un dispetto fatto alla ex suocera, per esempio, la scelta di un nuovo marito turco fatta dalla mamma di Armanoush, incapace di riprendersi dalla felare notizia del matrimonio dell'unico figlio maschio con una donna non armena; ed è una trafila infinita di dispetti quella che scandisce la vita della famiglia di Asya, ad Istanbul, tutta popolata di donne turche, dalla nonna alle sue quattro zie, visto che l'unico figlio maschio non solo ha osato lasciare la Turchia per studiare negli Stati Uniti, ma si è addirittura fermato là per sempre. In un panorama tutto al femminile, non stupisce che sia questo unico figlio maschio l'anello della catena che farà incontrare le due ragazze: Armadoush vive la sua identità di armena in modo sempre più conflittuale, soffocata dal rigore del ramo paterno e bramosa di conoscere direttamente la verità e per questo decide di partire per Istanbul, senza dir nulla a nessuno, chiedendo ospitalità alla famiglia del marito di sua madre. Che, ovviamente, è il fratello delle tante zie di Asya, che con lei ha in comune i 19 anni e il tormento della sua condizione. La prima è solare, semplice, diretta; la seconda è inquieta, seducente, tenera nel suo essere arrabbiata col mondo: diventano amiche ed iniziano assieme un viaggio nel tempo, alla scoperta di una storia di dolore, unico modo per poter sganciare le zavorre del loro passato e librarsi nell'aria pulita del loro futuro. Un cerchio che si chiude, là dove era cominciato, ma che apre ad entrambe le porte di una verità scomoda, inquietante, traumatica, a suggello di un lacerante rito di passaggio nel quale le domande troveranno risposta e la confusa incertezza di una identità celata si perderà per sempre, nella scoperta delle proprie radici e nel nuovo coraggio per affrontarle. 

Un tema così inquietante (e tre: di solito, odio le ripetizioni, ma ci son situazioni che inchiodano al vocabolario) è pericolosissimo da narrare. Perchè il rischio di finire nello splatter, nella pornografia, nella volgarità è costantemente dietro l'angolo. A meno che non si sappia scrivere, cosa che la Shafak sa fare e pure bene. Tant'è che trasporta tutta l'angoscia delle sue tematiche in un ambiente vivo, moderno, stimolante, giovane, ironico, dissacrante e la sviluppa in un romanzo, nel senso vero del termine: tanti personaggi, con i protagonisti cesellati in ogni dettaglio e via a sfumare, in una galleria di personaggi variopinti, ognuno con una fisionomia sua propria, a volte un po' troppo caratteristica, come d'altronde è inevitabile se si sceglie la via dell'umorismo. perchè- strano ma vero- in questo libro si ride. e lo si fa sullo sfondo di una Istanbul contemporanea, che morde il freno della modernità, che ci svela le sue mille facce, così differenti, così nuove, così contraddittorie, raccontate senza mai giudicare, con il distacco benevolo di chi sa amare, comprendere, perdonare. 

Grandissimo libro, davvero. 
buon fine settimana
Ale


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