libri-estate-2012

 

Parto con quelli che ho già letto, la wish list nei prossimi giorni

 

1. Joel Dicker, La Verità sul caso Harry Quebert

E' il caso editoriale dell'estate, probabilmente lo sarà anche dell'anno, considerato il piattume che ha contraddistinto le pubblicazioni di questo 2013, almeno finora e lo segno nei libri da leggere perchè, nonostante i mille difetti, ha comunqueil pregio di tenere avvinghiato il lettore dallaprima all'ultima pagina. E' un giallo di stampo classico, con un'indagine che si riapre a distanza di decenni, a causa del ritrovamento fortuito del cadavere della vittima nel giardino del mentore della voce narrante e che innesca una serie di colpi di scena, in un procedere parallelo delle ricerche della polizia (tutte sbagliate) e di quelle del narratore (tutte giuste). Lo sfondo è quello un po' asfittico di una piccola cittadina della provincia nordamericana, nei cui armadi sono appesi tanti scheletri quanti sono gli ostacoli che si frappongono alla ricerca della verità e le immagini stereotipate- dal campus al fast food- sono comunque ravvivate da una trama originale e, per certi versi insolita, visto che l'argomento attorno al quale tutto ruota è qualcosa di poco battuto, come il mestiere dello scrittore. 

E questo, ahimè, è il vero punto debole del romanzo: un plot fortissimo, un'infilata di idee vincenti- ed è scritto da cani. Con tutto il rispetto per i cani, sia chiaro. Ma uno stile così sciatto, una ricerca così ingenua, a tratti anche volgare, della vivacità dei dialoghi, una sequela di occasioni mancate come quella che si è snodata lungo le quasi 800 pagine del libro (ovviamente, troppe) erano anni che non mi capitava di incontrarla. E non mi si venga a dire che l'autore è giovane e che si fatà- perchè gli espedienti perchè ciò non accada li hanno già messi tutti in atto: d'Orrico, sul corriere, dice che "dopo questo romanzo, il romanzo contemporaneo non sarà più lo stesso e nessuno potrà far finta di non saperlo"; l'huffington post si lancia in un'interpretazione dotta sulla fatica di scrivere, francamente fuori luogo, tanto quanto aver definito "noir" un romanzo che di nero non ha assolutamente nulla; infine, ci sono le classifiche di vendita, che vedono svettare  La Verità sul Caso Harry Quebert più o meno in tutta Europa. Intendo dire, chi glielo farà fare, al buon Joel Dicker, di iscriversi ad un corso serio di scrittura?

Peccato, perchè nelle mani di una Vargas (o di un Ed Mc Bain o di un Cornell Woolrich, se vogliamo virare sul noir) un'idea del genere sarebbe sfociata in un capolavoro assoluto. Invece, rende solo ricchissimo il suo autore ;-) e finisce su menuturistico, fra le letture da ombrellone. Perchè lo consiglio, sia chiaro, ma in uno scenario vacanziero e rilassato, da bagnasciuga, creme solari e, a turbare la quiete, qualche ciottolo portato a riva dalle onde. Che le pietre miliari, si sa, son ben altre..

Il resto, alle prossime puntate, che ho ancora un giorno in ufficio!

ciao

Ale

Sotto l'ombrellone! Consigli di lettura (parte prima)

Condividi post

Repost 2

Foto di G. Lupetti

Foto di G. Lupetti

Il Castello di Dunrobin è una residenza signorile nel Sutherland, nelle Highland scozzesi, casa dei Duchi e Conti di Sutherland e casa di fatto e spirituale del Clan Sutherland, il cui motto è Sans Paur, fin dal medioevo quando fu costruito come roccaforte. Nel 1845 l'architetto Sir Charles Barry, celebre per il Palazzo di Westminster, ha ampliato l'edificio, trasformandolo da fortificazione in abitazione nello Scottish Baronial style, ispirandosi all'allora nuova residenza della regina Vittoria a Balmoral. Gran parte degli interni del Castello e quindi del lavoro di Barry, è stato distrutto da un incendio nel 1915 . Oggi gli interni sono soprattutto opera di un architetto scozzese, Sir Robert Lorimer, che ha modificato la parte superiore della torre principale e la torre dell'orologio sul lato nord dell'edificio di stile rinascimentale scozzese.

Foto G. Lupetti

Foto G. Lupetti

Anche gli splendidi giardini sono opera di Sir Barry, creati nel 1850. L'ispirazione è venuta dalla Reggia di Versailles a Parigi e non sono molto cambiati da quando sono stati concepiti, nonostante la continua introduzione di nuove piante. Malgrado la sua posizione settentrionale, i giardini, ben protetti, sono in grado di regalare una gamma sorprendente di piante: ai piedi della scalinata che conduce al giardino c'è ad esempio un enorme ciuffo di Gunnera manicata, un rabarbaro originaria del Sud America,.

Un'altra splendida residenza Scozzese da visitare

Dani

Condividi post

Repost 0

Condividi post

Repost 0

Di Daniela

.. grazie ad Olga Dogaru, che, immaginando di salvare il figlio, esecutore di un furto clamoroso al museo Kunstall di Rotterdam, ha bruciato insensatamente i seguenti capolavori...

Paul Gauguin, Donna davanti una finestra aperta, 1898

Paul Gauguin, Donna davanti una finestra aperta, 1898

Meyer de HaanSelf-Portrait 1890

Claude Monet,«Waterloo Bridge» di Claude Monet, 1903

 

 Lucien Freud,  Donna con gli occhi chiusi, 2002

 

Claude Monet, Charing Cross bridge, 1901

 

Henri Matisse, La lettrice in bianco e giallo, 1919

 

 Pablo Picasso, Testa di Arlecchino, 1971

 

 

Daniela

 

 

museo Kunstall di Rotterdam 

Condividi post

Repost 0

pasta alla gricia

e mi trattengo dall'aggiungere qualcosa di terribbbbile, come "con questa pasta", per cui consideratevi graziati già dalla prima riga del post, che di solito così bene non vi va.

Anyway, ho finito le ricette che avevo in dispensa: quindi, mi metto ufficialmente in pausa. "ferie" è una parola grossa-  mancano pochi giorni all'inizio ufficiale, un po' meno di due settimane alla partenza- ma avendo esaurito le scorte, non ho più alibi. Son mesi che praticamente non cucino nulla che non sia catalogabile alla voce "stretta sopravvivenza" e il meglio che riesco a fare, con questo caldo, sono le variazioni di prosciutto e melone: a fette, a palline, a cubetti, per quanto riguarda il primo, a roselline, arrotolato sul grissino, sbattutto alla come viene direttamente sul piatto, per quanto riguarda il secondo- e va bene così, credetemi .

Ragion per cui, scatta la pausa ufficiale, almeno da parte mia, almeno per quanto riguarda la cucina. Poi, ci sta che mi venga voglia di due consigli di lettura, di un mini diario di viaggio, di una di quelle cose extra che, da sempre, allietano :-) questo blog, ma per ora oltre questo piatto di pasta non vado. E visto che l'ho replicata un sacco di volte, dalla prima volta in cui l'ho preparata, vi garantisco che si tratta del migliore degli arrivederci...

 

BUCATINI AL GUANCIALE E PECORINO DI NORCIA

 

pasta alla gricia

Non so se è una gricia, anche se gli ingredienti base son quelli: di sicuro, questa versione ha tantissimo formaggio, tant'è che potrei anche aver partorito un incrocio fra la cacio e pepe e la gricia di cui sora, roba da far impallidire il royal baby, per dire. In ogni caso, ero appena stata a Norcia, tornando a casa con questo bottino: ed è evidente che non potessi tollerare di tenerlo nel frigo sine die...

 

bucatini

guanciale

tanto pecorino, grattugiato al momento

tanto pepe, macinato al momento

sale grosso per la pasta

 

Mentre cuociono i bucatini, fate sciogliere il guanciale in padella, a fuoco lento: tagliatelo a fettine e poi a striscioline sottili e fatelo sudare, a fiamma bassa, in modo che rilasci tutto il grasso.

Grattugiate tanto formaggio, direttamente nel piatto di portata, meglio ancora se una zuppiera e condite con una bella macinata di pepe.

Scolate i bucatini, versateli subito nella zuppiera e mescolate velocemente, per un minuto o due, fino a quando il formaggio si sarà ammorbidito e quasi sciolto. Aggiungete il guanciale, scolato bene dal proprio grasso e portate subito in tavola, col macinapepe di scorta, per i palati più tosti.

Assolutamente favolosa

Buone vacanze

Ale

Bucatini al guanciale e pecorino di Norcia e diciamo basta...

Condividi post

Repost 0

Di Daniela

Lo sport affascina, cattura, coinvolge. In alcuni sport poi, alla potenza ed alla perfezione tecnica del gesto, si accompagna una straordinaria eleganza, che nasconde parzialmente lo sforzo fisico compiuto dall'atleta: tra questi ci sono sicuramente i tuffi ed in particolare, in questo caso, i tuffi in sincro.

foto da qui

In questi giorni come certo saprete, si stanno svolgendo i campionati mondiali di nuoto di Barcellona, nella splendida Piscina Municipal del Montjuic che, come già nel 1992 alle Olimpiadi e ai Mondiali del 2003, offre come incomparabile sfondo ai tuffatori, Barcellona ed in particolare la Sagrada Familia, uno dei simboli più celebri della città Catalana.  

foto da Repubblica

La prima medaglia che abbbiamo conquistato, come quasi sempre accade :-), è venuta da 2 ragazze, Francesca Dallapè e Tania Cagnotto, che hanno saputo fregiarsi di un grandioso argento, seconde al mondo solo alle due cinesi, superfavorite da sempre.

Le nostre due atlete hanno saputo volteggiare come farfalle, saltando con determinazione, eleganza e sincronia perfetta dal trampolino di 1 metro. Bellezza e grazia unite a regalarci ancora una volta una soddisfazione... 

 

Foto dal sito di rai sport

Non paga poi dello splendido risultato Tania Cagnotto ha ancora combattuto, questa volta sola, dal trampolino di 1 metro e meritato un'altra splendida medaglia d'argento, battuta dalla cinese di turno per soli 10 centesimi di punto. E magari, chissà ancora qualche regalo ce lo potrebbe fare....

In attesa perciò di altre imprese....ecco il 

 

Pane di semola rimacinata ai semi di zucca

 
Pane di semola rimacinata ai semi di zucca e gli argenti Cagnotto - Dallapè!
Dal momento che nella mia testa è nato come accompagnamento al piatto del formaggio casera marinato che vi ho presentato martedì, ho voluto richiamare il suo sapore nell'utilizzo del miele di rododendro, unita con il gusto deciso e leggermente croccante dei semi di zucca. Un pane a lievitazione indiretta con un'idratazioe del 60%.
miele rododendro 
Ingredienti:
300 gr farina 0
500 gr farina di semola rimacinata
480 gr acqua
30 gr olio
16 gr di lievito di birra fresco
16 gr sale
un cucchiaio di miele di rododendro
1 manciata di semi di zucca deccorticati, salati e tostati
pane di zucca
Ho provato a riutilizzare la lievitazione indiretta con il poolish, che avevo già sperimentato nella ciabatta italiana: avendo utilizzato farina di semola rimacinata invece che manitoba nel rimpasto , il risultato è diverso, ma ottimo comunque.
Come prima cosa preparare quindi un poolish con:
300 gr farina 0
300 gr acqua
8 gr lievito di birra fresco (io ci ho messo solo 3 gr e l'ho lasciata lievitare per 14 ore)
Fate fondere in una ciotola il lievito con l'acqua, aggiungete la farina e lavorare benissimo fino a che non si avrà un composto liscio ed omogeneo. E' un composto quasi liquido: non preoccupatevi è corretto così! Ho letto qui, che "Il poolish esalta gli aromi e i sapori, quindi aggiungere questi ultimi (semi, odori, spinaci, ect. ), se previsti, insieme agli ingredienti del lievito liquido". Ho fatto così. Grazie Anna per la dritta.
Fate riposare il poolish coprendo il recipiente con della pellicola, per tre ore. Se avete tempo, invece, fate come me: 3 gr di lievito e 14 ore di fermentazione; basta prepararlo la sera prima, lasciarlo riposare nel forno chiuso e spento e la mattina è perfetto per essere lavorato.
Trascorso il tempo, preparate gli ingredienti che dovrete unire al poolish: unite alla farina di semola rimacinata, il sale e in un altro recipiente sciogliete gli 8 gr di lievito in 180 gr di acqua e unite l'olio. Come prima cosa aggiungete la miscela di lievito acqua ed olio al poolish cominciando a mescolare bene e poi a poco a poco unite la farina, lavorando energicamente il tutto per diversi minuti fino ad ottenere una pasta ruvida e grezza. Coprire a cupola se avete impastato a mano sulla spianatoia, oppure  ricoprite la ciotola dell'impastatrice se avete usato  la macchina.
Fate riposare l'impasto per 10 minuti e poi riprendete la lavorazione fino ad ottenere un impasto liscio e molto morbido, che non dovrebbe necessitare dell'aggiunta di ulteriore acqua o farina.
Terminato questo passaggio dovete prendere l'impasto così ottenuto e lasciarlo su una superficie piana in un luogo senza correnti, possibilmente, per farlo lievitare ed eseguire le varie "piegature": queste ultime hanno lo scopo principale di attivare al massimo il glutine per la lievitazione dell'impasto.
 
Collage Pane
Quindi dovrete procedere così: lasciate riposare l'impasto per 20 minuti; trascorso questo tempo riprendetelo, piegate verso l'interno portandoli al centro, i quattro lati premendo con la mano dove si uniscono; il concetto è un po' quello di una busta da lettera. Rovesciatelo, lasciando quindi la parte liscia verso l'alto, e rimettetelo a lievitare.
Ripetete questa "piegatura" per altre 2 volte ogni 20 minuti. 
Dopo l'ultima piega, lasciate l'impasto lievitare per altre due ore.
Trascorso anche questo tempo dividete l'impasto in due parti, tirando delicatamente con la punta delle dita, senza rilavorarli, ognuno dei due pezzi in modo da formare due strisce piuttosto larghe: ora ripiegatele come avete fatto prima con l'impasto durante la fermentazione, voltandole ancora con la parte lisci verso l'alto e finalmente copritele con un canovaccio  e lasciate ancora lievitare per un'ora.
Passata anche quest'ora dovete soltanto tirare ancora le due parti allungandole fino a formare due filoni, lunghi circa 20 cm l'uno.
L'ultima pausa per la lievitazione: ancora un'ora: cospargete anche la superficie dei filoni con un'altra manciatina di semi di zucca (ho inumidito leggermente la superficie con un pennello) e poi possiamo infornare i due filoni nel forno già ben caldo a 220°C per 10 minuti; abbassate poi la temperatura a 200°C e procedete nella cottura fino a che il colore della crosta sarà di un bel colore d'oro. Ci vorranno, a seconda del vostro forno, altri 10 minuti, se volete il filone più morbido, oppure 15 fino a 20 se lo volete più croccante.
pane e marmellata;
Fragrante, leggero, morbido e deliziosamente saporito.
Ve lo lascio immaginare per la colazione della mattina dopo, tostato, caldo e spalmato con la marmellata di fragole valtellinesi :-)
Buona giornata
Dani

Condividi post

Repost 0

focaccia di patate

Considerato che

1. ho smesso di essere produttiva da almeno un mese a questa parte;

2. ho inaugurato la stagione del deliquio, con svenimenti annessi, da altrettanto tempo;

3. apro FB e vedo solo foto di gente abbronzata che mi sorride dal mare- e viverci sopra e non poterci andare ha un che di beffardo che di questa stagione si sente di più;

4. Caronte mi fa pure ingrassare

avanzo la mia modesta proposta e suggerisco che dall'anno prossimo, per tutti gli anni a venire, luglio duri quindici giorni.

Sono pure disposta a trovare un aggiornamento a "trenta giorni ha novembre..."

 

 

FOCACCIA DI PATATE SBAGLIATA

focaccia di patate1

Prima che vi vengano strane idee, su forni accesi e forza di venti braccia, sto smaltendo tutte le ricette della dispensa del blog. Ragion per cui unisco nel procedimento le "Note mie", perchè non mi ricordo più cosa c'era scritto nella ricetta originale, mentre so benissimo come ho fatto io. A maggior ragione in questo caso, visto che la focaccia di patate è un'altra delle glorie della nostra gastronomia (laddove "nostra" sta per Genova e dintorni): rispetto all'originale, dovrebbe venire più bassa, molto più simile alla focaccia classica. Solo che non avevo la teglia adatta e l'ho fatta cuocere in una più piccola e dai bordi più alti. Il risultato è stato quello che vedete in foto, una focaccia molto soffice e molto buona, che può essere uno stimolo a pubblicare la versione corretta- o meglio: a riuscire a fotografarla in tempo...

 

300 ml d'acqua

500 g di farina

250 g di patate

25 g di lievito

80 ml di olio extravergine di oliva

sale

Bollite le patate per 15 minuti, in mezzo litro d'acqua meglio se con la buccia per evitare che assorbano troppa acqua; sbucciarle da calde e schiacciarle bene con l'apposito attrezzo, come per fare un purè.

Mentre cuociono le patate, sciogliete il lievito in poca acqua tiepida (potete aiutare la lievitazione aggiungendo un cucchiaino raso di zucchero) e lasciate riposare, coperto, per una decina di minuti: appena la superficie si increspa e si formano le prime bolle, iniziate a lavorare l'impasto

Unite le patate schiacciate, ancora calde, alla farina, aggiungete il lievito sciolto nell'acqua e iniziate ad impastare con le mani, unendo via via l'altra acqua e l'olio, alternandoli, fino ad ottenere un composto molto idratato, che si appiccica ' alle mani. Aggiungete il sale e  lavorate  ancora per una decina di minuti. Lasciate poi lievitare, in recipiente coperto, per circa due ore- o comunque fino al raddoppio.

In questa fase, sarebbe meglio lavorare con una impastatrice, perchè l'impasto è molto idratato: il segreto della morbidezza della focaccia è proprio questo, per cui se riuscite non aggiungete farina, durante la lavorazione: è per questo che è preferibile usare un macchinario...

A questo punto, il procedimento corretto sarebbe il seguente:

Stendete la focaccia in una teglia (40x33), precedentemente unta d'olio, bucherellate la superficie con la punta delle dita e lasciate lievitare ancora, per un'oretta circa. Cospargete di olio e di sale grosso e infornate a 200 gradi, per una ventina di minuti

Io, invece, ero in campagna e l'unica teglia a disposizione era una roba rotonda, larga e alta: col senno di poi, avrei dovuto dividere l'impasto in due e fare due cotture separate, invece ho messo tutto in una volta e mezz'ora dopo abbiamo mangiato una focaccia alta e morbida come non se ne vedono, da noi. E vi assicuro che non ne è avanzata neppure una briciola...

ciao

Ale

 

 

Una Modesta Proposta- e la Focaccia di patate sbagliata

Condividi post

Repost 0

Di Daniela

Floris Claesz van Dijck, Still Life with Fruit, Nuts and Cheese,1613, Frans Hals Museum, Haarlem

Il formaggio per cià che mi riguarda golosità allo stato puro. Io non credo che siano molti i manufatti culinari più antichi di questo: la sua invenzione si perde nella note dei tempi e infinite e meravigliose sono le declinazioni a cui nel corso dei secoli la ricettta base è stata piegata. Oggi vorrei offrirvi una carrellata di bellezza, di cui godere con la vista, prima di assaggiare, godendo invece con il gusto, l'ottimo piatto che vi propongo oggi.

Tutto nasce da un po' di latte appena munto...

Johannes Vermeer, Het melkmeisje,  ca. 1660, Rijksmuseum, Amsterdam

e da li parte la meravigliosa avventura del formaggio: come curiosità aggiungerò che la parola formaggio deriva del latino "formaticum", cioè "latte coagulato nella forma", usato volgarmente in luogo del classico caseus, da cui invece proviene  la parola cacio.

 

Clara Peeters (1594-1659), Natura morta con formaggio, Mauritshuis (l'Aia)

In Italia, in particolare, abbiamo un numero incredibile di tipologie di formaggi, dai freschi ai più stagionati, dagli aromatizzati ai più naturali, dai morbidi ai sodi, dai caprini, agli ovini ai vaccini e a quelli di latte di bufala. E' stato il cibo contadino per eccellenza, nutriente, ricco e saporito. Accompagnato da qualche fetta di pane, costituiva un pasto completo.

 

Georg Flegel (1566-1638), Natura morta con ciliegie, Staatsgalerie (Stuttgart, Germany)

La Valtellina non fa eccezione e qui si possono trovare delle eccellenti qualità, ottime da gustare semplici, senza null'altro, o in preparazioni saporite come le due che vi ho proposto settimana scorsa.

Floris Claesz. van Dyck - Natura Morta Con Formaggi - 1615 circa

Queste che vi sto mostrando sono alcune delle tele che hanno per soggetto delle nature morte con formaggio: vengono dai più importanti musei del mondo e sono state dipinde da alcuni dei più  celebri pittori del genere......

Joris Van Son, Natura morta con formaggio,1650, Palais des Arquieques (Tours, Francia)

E ora, dopo questa serie di immagini splendide, passiamo a qualcosa di meno artisticamente valido, ma buonissimo e molto saporito.

Formaggio Casera stagionato marinato, con rucola selvatica 

Ricetta dello Chef Fernando Bassi, membro della World Association of Chefs Societies 

Formaggio Casera stagionato marinato, con rucola selvatica e la bellezza del formaggio nell'Arte!

Ingredienti per 4 persone

200 gr di Casera stagionato (sostituibile, se non lo trovaste, con dell'Asiago stagionato almeno 1 o 2 anni)

15 gr di cipolla bianca

20 gr di uva sultanina

1,3 dl di vino bianco

30 gr di pinoli tostati

rucola selvatica (valeriana per me)

20 gr di miele di rododendro ( o millefiori o qualunque altro miele preferiate)

burro q.b.

sale e pepe

casera1 Le quantità indicate sono indicative, nel senso che se volete sottolineare la dolcezza, aumenterete leggermente le quantità di miele o se amate la cipolla, potrete utilizzarne un po' di più. 

L'uvetta in questo caso non necessita di ammollo, perchè assorbe i liquidi durante la cottura.

Il vino conferisce la giusta acidità al tutto mentre i pinoli regalano croccantezza. Partiamo proprio da loro: fateli saltare in un padellino, tostandoli quanto basta per ottenere un bel colore dorato.

Stufate leggermente la cipolla affettata e l'uva sultanina con un po' di burro. Aggiungete il vino (che conferisce la necessaria acidità al piatto), del brodo di pomodoro (brodo con aggiunti pomodori e successivamente filtrato).

Cuocete a fuoco lento per alcuni minutii, aggiungendo a fine cottura il miele di rododendro, o acacia o qualunque altro tipo di miele preferiate (qui in valle ce ne sono di infiniti tipi....): aggiustate di sale e pepe e lasciate raffreddare.

miele rododendro 

Tagliate il formaggio a fette piuttosto sottili, mettetelo in un piatto adatto e versate sopra la marinatura, lasciandolo riposare per almeno un paio d'ore.

Servitelo sopra un letto di rucola, o di valeriana, accompagnato da alcune gocce di marinatura, cosparso con i pinoli tostati e fettine di pane alle noci e una spolveratina di pepe appena macinato, se piace. Io l'ho accompagnato con un ottimo pane di semola rimacinata ai semi di zucca, di cui vi parlerò giovedì.

Il formaggio viene esaltato da questa marinatura e sprigiona aromi e profumi che, per chi ne è goloso come me, sono irresistibili. Vale decisamente un assaggio, considerando anche la semplicità dell'esecuzione !

Buona giornata a tutti

Dani

Condividi post

Repost 0

Condividi post

Repost 0

mousse1

Mentre a Siena imperversa lo tsunami di Siena & Stars e il resto del mondo si chiede quand'è che mi deciderò a raccontarvi com'è andata:-), tento di farmi perdonare con un'anticipazione che vuol essere anzitutto un consiglio gastronomico: tant' è che avrei voluto intitolare questo post con una roba alla sorcina, tipo "l'indirizzo ce l'ho", perchè in effetti sarà questo quello che dirò, la prossima volta che si organizzerà un fine settimana a Siena: perchè bene come si è magiato da Ettore, in quella città, non ho mai mangiato in vita mia.

E qui, mi si consenta una parentesi: come sa chi legge questo blog da molto tempo, le recensioni gastronomiche le ho sempre tenute per me. Il primo motivo, è che non mi ritengo in grado di scriverle: ci vogliono professionalità, talento e mestiere, tutte cose che in questo campo mi mancano- e se anche dovessi pensarmi in un lavoro diverso dal mio, non è nei panni del critico gastronmico che mi vedrei. Associo il ristorante ad un momento di svago, di convivialità senza secondi fini, e visto che ultimamente queste occasioni nella mia vita scarseggiano, intendo preservarle con le unghie e con i denti.

Nello stesso tempo, come di nuovo sa chi legge questo blog o, più semplicemente, chi mi conosce, giro per ristoranti da ua vita. Da ragazza, li selezionavo pure, per i tour operator. Da giovin signora, erano il consueto preambolo a qualsiasi divertimento;  da moglie son diventati la palestra per tenere allenato il difficile palato di mio marito e per esercitare il mio. Fino a pochi anni fa, giravamo per stellati come pazzi e anche se un'infilata di prese in giro ci ha fatto rallentare il ritmo, per cui oggi si preferisce tornare, anzichè provar sempre esperienze nuove, viste le sorprese dietro l'angolo, molto meno infrequenti di quanto un firmamento di stelle possa far supporre, il pallino del menu degustazione e dintorni è rimasto.

Di conseguenza, volente o nolente, son diventata un giudice severo di quello che ho nel piatto. E nove ristoranti su dieci non passano il mio personalissimo esame. Ragion per cui, se venite a trovarmi a Genova, finite sempre da Corrado (prometto post con urgenza) e se vogliamo andare a Recco per la focaccia al formaggio ci si adatta agli orari di apertura dell'unico locale che, secondo me, ancora la fa buona. E quando giro per il mondo, è facile che si vada in cerca di posti nascosti, fuori dalle rotte battute dai turisti o dai consigli internettiani anonimi, col fiato sospeso e le dita incrociate dietro la schiena. E' successo un po' ovunque, è successo anche a Siena, prima della settimana scorsa: perchè da allora, infatti, ho un indirizzo- anzi: ho L'indirizzo dove mantenere intatto il carico di emozioni che questa città ha il potere di suscitare in me ogni volta.

Per cui, prendete carta e penna e scrivete: Antica trattoria Botteganova, stada Chiantigiana 29- citofonare Ettore :-) e lasciar fare a lui. E se doveste avere ancora qualche dubbio, lasciatemi raccontare...

siena and stars

credits: Patty

Partiamo dal fondo- anzi: dai fondi, ovvero dalla splendida cantina del ristorante. Chiedete al patron se è possibile visitarla, perchè è da lì che si comprende, senza tanti preamboli, che la cifra connotativa di questo locale, il filo rosso che lega ogni singola portata del menu, ogni gesto del servizio, ogni passaggio della frenetica cucina a vista è la passione. Una passione che va in mille direzioni, guardando avanti nella ricerca e scavando nel profondo, nei solchi della tradizione e che conosce la pazienza, la cura, l'attenzione verso ogni singolo prodotto, selezionato e trattato con riguardo ed attenzione. Gli stessi con cui Ettore racconta e si racconta, in una storia in cui il lavoro e la vita si intrecciano a triplo filo- e hai voglia a far cucina cerebrale, quando il cuore pulsa nelle pietre di quello che un tempo era il tuo ristorante ed ora è anche la tua casa e le colline che regalano uno spettacolo da cartolina son quelle che ti han visto nascere e crescere. Nello stesso tempo, però, niente indulgenze o sbavature: è cucina di cuore, ma è cucina severa, rigorosa, attenta alle sfumature e ai dettagli, che prende forma in una carta in cui la ricerca continua di qualità va di pari passo con l'attenzione al cliente: che, non a caso, vien subito invitato a partecipare alla vita del ristorante, in una condivisione che va oltre la leziosaggine delle "coccole" e lo trasforma  da estraneo a complice- e da semplice cliente, ad ospite d'onore. Il resto, è tutto qui sotto...

viewer

siena and stars

credits: Patty

 

 

siena and stars

credits: Patty

 

Ora, il bicchierino che vedete nella foto di apertura sarebbe dovuto essere un umile omaggio a questa cena: ci ho riso io per prima, figuriamoci voi, ma vi assicuro che, almeno in teoria, il semifreddo al caffè credevo di saperlo fare. Anzi: ero talmente convinta di saperlo fare che mi son pure concessa una variante, all'Irish Coffee. Ed ero così convinta, che ci ho immolato il Laphroaig, lì dentro. Se non che, mi si è smontata la meringa.

E allora, è diventata una specie di crema, molto più strutturata di quella che sarebbe dovuta essere, nelle mie intezioni: il che, ci riconduce al punto di partenza. Nulla in contrario se preparate una crema all'Irish Coffee come la mia, che tutto sommato è stata pure mangiata senza grosse stragi, almeno nell'immediato. Ma quella vera, è un'altra cosa. E se passate da Siena, nessuna scusa: ormai, l'indirizzo lo avete, no?

 

CREMA  (sbagliata )ALL'IRISH COFFEE

mousse12

 

per 6 persone

4 tazzine di caffè nero, forte

1 grammo (mezzo foglio piccolo) di colla di pesce

2 uova grandi

dai 6 agli 8 cucchiai di zucchero (dipende da quanto dolce lo volete)

un bicchierino di whisky

200 ml di panna fresca non montata.

 

Preparate il caffè e, nel frattempo, ammollate la colla di pesce in acqua fredda. Appena pronto il caffè, trasferitelo in una terrina, scioglietevi la colla di pesce, mescolando velocemente con un cucchiaio di legno e lasciate raffreddare completamente. Mettete in frigo per mezz'ora, prima di aggiungere gli altri ingredienti.

Con lo zucchero e un po' d'acqua preparate uno sciroppo di zucchero, a caldo (calcolate circa la letà del peso dello zucchero, per le dosi dell'acqua): mettete tutto in un pentolino e fate bollire, fino a 121 gradi. Se non avete il termometro, fate bollire per circa 5 minuti: lo sciroppo deve risultare molto denso, senza caramellare.

Montate i tuorli, aggiungendo a filo e poco per volta metà dello sciroppo.

Fate lo stesso con gli albumi, montandoli benissimo e aggiungend lo sciroppo senza mai smettere di montare

Quando i tuorli saranno diventati spumosi, aggiungete il caffè, al quale avrete unito il whisky. Unite il liquido a poco a poco, facendo attenzione a non smontare troppo il composto.

Unite gli albumi, con la massima attenzione.

Montate 100 ml di panna montata e unitela alla crema. Suddividerla in sei bicchierini e metterla in frigo, per almeno 6 ore.

Poco prima di servire, unite il resto della panna, semimontata e spolverate con poco cacao amaro.

Buona settimana

Ale

 

 

 

 

Crema all'Irish coffe... quella vera è un'altra cosa!

Condividi post

Repost 0